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domenica 17 aprile 2016

Architettura povera. In crisi l’assurdo sistema delle opere eclatanti

Un articolo di Carlo Olmo e un'intervista di Francesco Erbani a Raul Pantaleo  sul tema al centro della prossima Biennale architettura. Progettare per  combattere il disagio abitativo e garantire il diritto alla città oppure per creare oggetti e celebrare se stessi? La Repubblica, 17 aprile 2017

ARCHITETTURA POVERA
di Carlo Olmo

Celebri progettisti come Renzo Piano si dedicano alle aree periferiche, in Italia e negli Stati Uniti La prossima Biennale apre all’inclusione sociale e alla riduzione delle disuguaglianze. Tornano in voga questioni già poste dal movimento moderno e accantonate da una ricerca esasperata di forme bizzarre e spettacolari. Ma è una vera svolta?

Stiamo forse assistendo a un ennesimo ribaltamento del rapporto tra architettura e città, tra architettura e società? Rientra al centro dell’attenzione un’architettura che si misura con le necessità primarie dell’individuo, con l’inclusione sociale e che accantona la ricerca estetica portata fino alla bizzarria? E il pendolo di una sia pur debole teoria sta forse tornando a orientarsi sui temi dell’abitare di una popolazione che però non conosce quasi più il ceto medio per cui l’architettura e la città del Novecento sono state pensate?

La sensazione di disagio che oggi si vive per esempio scendendo alla Station Front Populaire della linea 12 del metro parigino e avviandosi verso il nascente Campus Condorcet, destinato a ospitare alcune delle più importanti università del Paese, nasce proprio dal percepire un modo di abitare fatto di case, vie e piazze pensate per una popolazione che non c’è. Il Diritto alla città, titolo di uno dei testi più citati su questi argomenti dal 1971 quando Henri Lefebvre lo pubblicò, fondamentale ascensore sociale allora, come si pratica oggi in luoghi che sono situati tra un centro abitato da chi è in grado di pagare il valore simbolico che le centralità incorporano e quella che si è abituati a chiamare città diffusa?

Periferie che hanno perso, per fortuna, la funzione di dormitori di una città moderna e industriale che non esiste più almeno in Europa, ma che conservano luoghi urbani molto identificabili e morfologie oggi criticatissime come, per restare vicino al Campus Condorcet, La Courneuve. Un grand ensemble di 4000 alloggi che Jean-Luc Godard nel 1967 rappresenta in tutti i suoi contradditori aspetti in quel film straordinario che è Due o tre cose che so di lei. E nei confronti della quale, la scelta di raderla al suolo ha trovato nelle comunità che la abitano non solo una resistenza insuperabile, ma una vera forma di patrimonializzazione dal basso del tutto inattesa. Ma gli architetti davvero oggi tornano a essere sensibili a un diritto alla città riproposto in maniera tanto diversa nelle periferie europee o nei più grandi slum del mondo?

Forse il ripensamento che porta Renzo Piano a soggiornare a New York per seguire il completamento del Campus della Columbia University ad Harlem (che firma con uno dei più famosi studi americani, la Skidmore, Owings & Merrill), ha, tra le ragioni, anche quella che ha portato Elisabeth e Christian de Portzamparc – due archistar dalla storia davvero diversa – a partecipare (vincendolo) al concorso per la biblioteca proprio del Campus Condorcet. E questo mentre un testo culto dell’architettura contemporanea, Delirious New York, della più influente archistar di oggi, Rem Koolhaas, è usato come trama dall’Office of Human Theatre per ironizzare proprio sul mondo che Koolhaas più di tutti incarna.

Una crisi di valori profonda impone ad architetti e urbanisti una riflessione su alcune rotture che si sono prodotte nel mondo dell’architettura, rotture che la prossima Biennale di Alejandro Aravena e il Padiglione Italia sembrano segnalare. La prima, forse la più evidente rottura, è quella tra linguaggi e organizzazione spaziale. Non è forse inutile ricordare che l’esercizio più sofisticato che l’architettura del Novecento abbia conosciuto sono le autentiche variazioni Goldberg che quello straordinario migrante che fu Alexander Klein progettò dal 1927 al 1931, tra Berlino e Lipsia, lavorando sull’Existenz-minimum, vale a dire su come soddisfare i bisogni elementari di un essere umano. Esercitare intelligenza, fantasia, creatività sul modulo abitativo non solo più ridotto – il modulo Loucheur su cui anche Le Corbusier lavorò negli anni Venti in Francia è di 24 metri quadrati – ma che aveva l’ambizione di contenere l’abitare dell’uomo in tutte le sue funzioni essenziali, fu davvero una straordinaria scommessa. La rottura tra linguaggi e distribuzione a favore della ricerca estetica di talune archistar non ha solo messo in discussione lo stesso mestiere dell’architetto, a favore del designer e dell’ingegnere, ma ha favorito un’altra, fondamentale rottura: quella tra involucro e costruzione. Forse quella che stiamo vivendo è la stagione in cui la materia dell’architettura è più omologa, resa tale da società di ingegneria che hanno costruito un oligopolio della costruzione dal Bahrein a San Paolo e da imprese multinazionali che arrivano a costruire architetture in cui si entra, in qualsiasi parte del mondo, e si procede per riconoscimento: dall’ingresso sino alla camera, alla stanza di riunioni, alla sala d’attesa, il percorso, la distribuzione dello spazio è eguale ovunque. Architetture che sembrano richiamare un’estetica del vuoto, quasi lacaniana.

All’architetto e al suo rapporto con la materia resta l’involucro e il suo valore di simbolo estraniato dalla distribuzione spaziale. L’estetica del riconoscimento porta con sé, quasi automaticamente la ricerca di un rococò esasperato, di involucri che devono nascere, non diventare nel tempo e con la selezione delle architetture, landmark, senza però avere come i landmark nella cultura statunitense alcun rapporto con il territorio.

Essere ridotti a mascherare la realtà forse non sarebbe stato sufficiente, se il consumo del suolo, di una risorsa in sé limitata, non avesse quasi imposto la riformulazione del paradigma progettuale. Ritornare a pensare il progetto a partire da modificazioni di un patrimonio stratificato di segni e popolato di tracce, un patrimonio in cui però è sempre più il vuoto a segnare il paesaggio – l’alloggio, il capannone, l’ufficio abbandonati e sfitti stanno diventando la norma – rende quasi necessario calare la maschera. È la rivincita del piccolo sul seriale, della qualità sulla quantità, del metodo che Alexander Klein chiama il procedere per successivi incrementi a riportare in primo piano la necessità di architettura, assieme al mutamento radicale della stessa idea di città.

Nel 2010 esce L’aventure des mots de la ville: 240 voci e 160 autori si confrontano con il mutar di senso delle parole che accompagnano il rapporto tra architettura e città. L’architettura deve oggi misurarsi con mutamenti che interessano le parole che la raccontano e farlo dall’interno di mura non più disegnate da ingegneri militari, ma da un’economia morale della terra. Vincerà La grande trasformazione di Karl Polanyi e con lei un’architettura necessaria perché solo l’intelligenza progettuale può rispondere a questo nuovo paradigma insieme economico, sociale e culturale? Se si guarda ai tanti ribaltamenti anche solo di cosa siano centro e periferia a Neza-Chalco- Itza, lo slum situato alla periferia Nord del Distretto Federale di Città del Messico con 4 milioni di abitanti, o se si riconoscono i mutamenti intervenuti nella più grande favela di Rio de Janeiro, Rocinha, anche attraverso un’architettura che accompagna l’inclusione sociale, necessità e speranza sembrano poter almeno convivere.



È ENTRATO IN CRISI L’ASSURDO SISTEMA
DELLE OPERE ECLATANTI”
intervista di Francesco Erbani a Raul Pantaleo

«Sono vent’anni che lavoriamo in zone marginali, nelle periferie africane e asiatiche. E in effetti da un po’ di tempo i nostri progetti riscuotono attenzione, veniamo invitati a raccontarli. Poi è arrivato il segnale più forte: la curatela del Padiglione Italia alla prossima Biennale architettura, essa stessa dedicata da Alejandro Aravena al Reporting from the Front ». Raul Pantaleo, milanese, cinquantaquattro anni, è titolare insieme a Massimo Lepore e Simone Sfriso, dello studio TAMassociati. E Taking care. Progettare per il bene comune, s’intitola la loro rassegna, che dovrebbe documentare gli sforzi di un’architettura orientata in senso più etico e politico del passato.
Pantaleo e i suoi colleghi sono impegnati con Banca Etica, progettano ospedali per Emergency, operano in Sudan, in Uganda, nel Senegal, in Iraq, in Afghanistan. E anche in Italia, dove non ci sono guerre, ma dove infuria la camorra, per esempio nel quartiere napoletano di Ponticelli, o dove si accolgono i migranti, come a Polistena, vicino a Reggio Calabria.

La Biennale è dunque il riconoscimento di una trasformazione della scena architettonica: meno archistar, più società. È così?
«Indubbiamente. Se questa è una svolta reale lo vedremo in seguito. L’architettura nelle aree di acuto disagio e di conflitti non è una novità. Né, ovviamente, sono una novità quelle crisi. La novità è che quelle crisi sono giunte alle nostre porte e siamo indotti a concepire la storia non come un percorso lineare verso il progresso. L’effetto, per quanto ci riguarda, è il risalto di cui gode questa architettura. Ben venga che se ne parli. Ma occorre tenere alta la guardia ».

Teme un eccesso retorico?
«Spesso ci si nasconde dietro le parole. Prenda la “sostenibilità”. Fino a qualche anno fa, ora forse meno, tutti i progetti sfoggiavano quel termine. Ma quanti in concreto la realizzavano?».

In ogni caso, l’architettura potrebbe non essere più sinonimo di una grande personalità, di una singola espressione artistica.
«È entrato in crisi il sistema delle opere eclatanti, quelle che non si pongono in rapporto con il contesto, che scansano le compatibilità economiche o ambientali. Una novità è anche che il Padiglione Italia della Biennale sia stato affidato a una curatela collettiva».

Molto dipende da chi commissiona un lavoro. Voi lavorate con il pubblico e con il privato. C’è differenza?
«Ricordo sempre che Manfredo Tafuri, con il quale ho studiato a Venezia, diceva che l’architetto è come l’avvocato, è sempre di qualcuno. Dal punto di vista di un progettista, dovrebbe cambiare poco se il cliente è un privato, un’amministrazione comunale o una ong. Io credo in un’architettura politicamente orientata. Anche se realizzassi un ristorante, resto un architetto che agisce nella collettività».

Tanta attenzione viene dedicata alle periferie. Anche in questo caso ha paura che dietro le parole ci sia poco?
«No. Mi auguro proprio che gli sforzi siano seri. Concordo con quel che dice il ministro Dario Franceschini: finora abbiamo lavorato sui centri storici, per preservarli, ora dobbiamo concentrarci sulle periferie. L’importante è che non ci si riduca a considerarle solo nell’aspetto fisico, trascurando quello mentale o istituzioni fondamentali come la scuola. Fare una piazza aiuta, ma se non la si riconosce e non la si cura come spazio pubblico, non basta. E poi, occorre intendersi: cos’è periferia? Ci sono le grandi periferie metropolitane, diverse fra loro, e c’è, per esempio l’immensa periferia, un po’ città, un po’ campagna, che va da Trieste a Torino».

E poi c’è la periferia del mondo.
«Sotto i nostri occhi abbiamo visto Karthoum, la capitale del Sudan, crescere di otto, dieci volte».

Lei lavora con Renzo Piano e il suo G124.
«Quest’anno ho il compito di tutor per un gruppo impegnato a Marghera. Talvolta penso che ci vorranno 500 anni per riparare un secolo di danni ambientali ».

Un’ultima novità: nella vostra idea di architettura c’è anche un diverso modo di comunicare.
«Il graphic novel. Per Becco-Giallo sono usciti tre volumi, uno sulla speculazione edilizia, un altro sulle architetture resistenti, un altro ancora sui luoghi di Emergency. E anche il catalogo della Biennale sarà a fumetti ».