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sabato 16 aprile 2016

17 Aprile, cittadini o sudditi? Un SÌ oggi per un NO domani

«Far vincere il “Sì”, ossia chiedere lo stop dello sfruttamento dei giacimenti ad infinitum (come pretende la norma della legge di stabilità di cui si chiede l’abolizione), significa innanzi tutto reclamare il nostro diritto di cittadini che non ci stanno a diventare sudditi». Micromega, aprile 2016

Che un presidente del Consiglio dei ministri, davanti a un evento istituzionale, previsto (ancora!) dalla Costituzione, inviti i cittadini a non recarsi alle urne, è fatto grave, che mostra la lontananza del soggetto in questione dalla stessa dinamica del sistema democratico. Che un ex presidente della Repubblica, che in realtà, più di qualsiasi altro suo predecessore, ha svolto un ruolo direttamente politico, legittimi l’astensione dal voto – non l’astensione nel senso della scheda bianca, ma l’astensione dall’andare a votare, cosa che ha un significato e un effetto politico preciso – appare gravissimo. Mi riferisco naturalmente al referendum detto “sulle trivelle”, sottovalutato a torto da non pochi esponenti del mondo culturale di orientamento progressista (se questa parola ha ancora un senso). 

Un referendum oggetto di una disinformazione paurosa (al programma tv Agorà su RaiTre il conduttore, Gerardo Greco, è riuscito a dire: “il referendum si terrà in otto regioni” e alla replica giustamente stizzita del presidente della Regione Puglia, Emiliano, ha corretto: “Sì, ma interessa solo otto regioni…”), e soprattutto di un boicottaggio mediatico e politico che ricorda quello famoso su cui Bettino Craxi, che aveva invitato ad andare al mare, subì una bruciante sconfitta. Ebbene, non soltanto occorre augurarsi che lo stesso effetto abbia la spocchiosa dichiarazione di Matteo Renzi e il paludato assist di Giorgio Napolitano, occorre anche e soprattutto mobilitare ogni forza negli ultimi giorni che precedono il voto del 17 aprile.  

Occorre ricordare a tutti gli italiani e le italiane innanzi tutto che questo voto ha in primo luogo un valore pratico enorme, a dispetto di chi lo minimizza per disinformazione o per malafede: difendere l’ambiente, e in specie quello marino, dai signori del petrolio, costituisce un’opzione non negoziabile. 

In secondo luogo, il referendum ha un valore simbolico-culturale: bisogna far comprendere che sul tema ambientale si giocherà innanzi tutto il futuro non solo italiano, o europeo, ma del globo terracqueo. 

In terzo luogo (last, but not least) il referendum ha e avrà un peso direttamente politico, proprio per la arrogante linea “governativa”, da Renzi (e suoi scherani, dalla Serracchiani a Orfini e via seguitando) a Napolitano (e la pletora di commentatori che si inchina al vecchio ma loquacissimo “re Giorgio"). 

Si deve ricordare, innanzi tutto che la scelta di indire una giornata di voto distinta dalle elezioni amministrative, facendo ricadere sulla collettività un costo ragguardevole (300 mila euro) che si poteva e si doveva evitare, e soprattutto usando poi come argomento contrario al referendum, proprio il suo costo. Un esempio agghiacciante di cinismo e menzogna. 

Si deve poi e soprattutto riflettere sul fatto che questo referendum non è che l’antipasto della “campagna d’autunno”, ossia quella volta a procacciare intorno alla infame “riforma costituzionale” Renzi-Boschi-Napolitano un consenso che si cerca di raggiungere minacciando la madre di tutte le crisi, se non vi fosse l’approvazione popolare.  

Sono anni che la politologia all’unisono con gran parte del commento giornalistico parla di “ritorno della piazza”, sia constatando un fatto, la ripresa di movimenti di popolo, dal basso, determinata dalla crisi della democrazia rappresentativa, sia, talora, variamente auspicando o persino sostenendo l’agorà, la democrazia diretta, contro le assemblee elettive, sempre più delegittimate dalla vox populi, e dalle inchieste giudiziarie. 

Ebbene, il referendum costituisce un meraviglioso punto d’incrocio fra l’azione diretta dei cittadini, la politica dal basso, da un lato, e le istituzioni dall’altro. Non a caso nel progetto costituzionale si prevede di rendere il referendum uno strumento quasi irraggiungibile, perché il potere lo teme. Anche se poi, come accaduto con quello sull’acqua pubblica, fa di tutto semplicemente per disattenderlo, contando che prima o poi, sulla volontà espressa dai cittadini cada un velo di polvere, e si possa procedere del tutto prescindendo da essa. 

Rendendo il referendum più difficile, al limite dell’impossibile, il potere si premunisce. D’ora in avanti, se passerà la “riforma” costituzionale, non dovrà più temerli. E noi? Noi cittadini, che faremo? Rimarremo inerti ad aspettare che ci strappino una delle poche armi che la Costituzione repubblicana ci ha donato?

Anche e forse soprattutto per codeste ragioni questo referendum apparentemente limitato nell’oggetto, ha un valore straordinario. Far vincere il “Sì”, ossia chiedere lo stop delle trivellazioni in mare, ossia dello sfruttamento dei giacimenti ad infinitum (come pretende la norma della legge di stabilità di cui si chiede l’abolizione), significa innanzi tutto reclamare il nostro diritto di cittadini che non ci stanno a diventare sudditi. Far vincere il “Sì” oggi significa porre una prima pietra, importante, sulla strada che ci dovrà condurre al “No” alla pretesa “riforma” costituzionale, domani. 

Significa dunque la speranza di un cambio di pagina politica di cui il Paese ha bisogno urgente: se al contrario dovesse fallire questo referendum, la prospettiva per il successivo, diverrebbe certamente meno favorevole, per chi ritiene che Matteo Renzi, con Giorgio Napolitano alle spalle, costituisca un pericolo per la vita democratica, per lo Stato sociale, e per quel che rimane della sinistra in Italia.