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martedì 1 marzo 2016

Scontri sulle porte sbarrate della Fortezza Europa


Da  Idomeni a Calais si fronteggiano la rabbia degli esclusi e l'inumanità dei difensori del sogno infranto.  È una nuova guerra che si apre, «perché è solo con la guerra che si può fermare chi fugge dalla guerra». Articoli di C. Lania, A.M. Merlo, M. Bascetta. Il manifesto, 1 marzo 2016


LA CARICA DEI DISPERATI
di Carlo Lania

Migranti. Centinaia di profughi assaltano la frontiera tra Grecia e Macedonia scontrandosi con la 
polizia di Skopje. Un poliziotto e una trentina di migranti feriti. Merkel: «La Grecia non può affondare»


«Open border» hanno chiesto per giorni. Lo hanno scritto sui cartelli innalzati davanti ai poliziotti macedoni, lo hanno ripetuto a voce ogni volta che hanno potuto. «Open border», aprite la frontiera. Niente da fare. I due cancelli che separano la Grecia della Macedonia sono rimasti chiusi, aprendosi ogni tanto ogni giorno solo per far passare con il contagocce prima qualche centinaio, poi qualche decina di uomini, donne e bambini. Sempre di meno e sempre più lentamente.

A Idomeni, la località greca che raccoglie i migranti diretti in nord Europa e rimasti bloccati dalla decisione di Skopje di chiudere la frontiera, ieri mattina la disperazione si è trasformata in rivolta. A scatenare qualche centinaio di profughi è stata la notizia, poi rivelatasi falsa, che i macedoni stavano finalmente riaprendo la frontiera permettendo così l’ingresso nel paese. Quasi una festa, se si tiene contro che nelle 24 ore precedenti avevano fatto passare solo 92 richiedenti asilo, 79 siriani e 13 iracheni.

E’ stato un attimo, la speranza di riuscire a riprendere il cammino verso la Germania e gli altri paesi del nord si è riaccesa immediatamente ma è durata poco. Il tempo di capire che non era vero niente, che quei cancelli di ferro e filo spinato erano ancora chiusi e così sarebbero rimasti. La speranza allora si è trasformata prima in delusione e poi in rabbia. «Aprite il confine», «Vergogna», hanno cominciato a gridare circa trecento profughi, in prevalenza uomini ma in mezzo a loro anche tanti bambini. Qualcuno ha afferrato un palo in ferro e lo ha usato come un’ariete per colpire il cancello montato sulla linea ferroviaria. Un colpo, poi due, poi tre fino a quando non ha ceduto aprendo un varco. Dall’altra parte, ad aspettare i migranti, c’erano i poliziotti macedoni in tenuta antisommossa. E’ cominciato un lancio di lacrimogeni ai quali la folla di migranti ha risposto tirando pietre. Qualcuno è riuscito a passare ed è entrato in Macedonia, ma è stato subito fermato dagli agenti. Lacrimogeni sono caduti anche tra i migranti seduti lungo i binari. Il bilancio della giornata parla di un poliziotto macedone e una trentina di migranti feriti, tra i quali molti bambini.

Il rischio adesso è che le scene viste ieri a Idomeni siano solo l’inizio di una situazione che non si sa dove potrebbe portare. «Ci sono motivi per pensare che ci sarà una nuova escalation della crisi entro l’8 marzo», ha detto il ministro degli Esteri macedone Nikola Poposki. La data non è detta certo a caso. Per il 7 marzo è infatti fissato il vertice che i leader dei 28 terranno a Bruxelles con il premier turco Ahmet Davutoglu e dal quale potrebbe dipendere il futuro stesso dell’Unione europea. La speranza è che Ankara si decida a fermare i migranti impedendogli di attraversare l’Egeo continuando ad arrivare in Europa. Come adempirà al ruolo che gli chiede Bruxelles, sembra non interessare nessuno. Quello che si sa invece è che il summit Ue-Turchia non porterà i risultati sperati i falchi del blocco Visegrad, più i paesi balcanici ma anche l’Austria inaspriranno ulteriormente le misure anti-migranti. Che potrebbe voler dire chiusura totale delle frontiere con conseguenze drammatiche per decine di migliaia di uomini, donne e bambini, ma anche per la Grecia.

Anche in previsione di quel che potrebbe accadere nei prossimi giorni ieri Tsipras ha indetto una riunione di governo per parlare del vertice Ue-Turchia e della prima revisione del programma economico. le due cose, infatti, sono strettamente collegate. Secondo alcune stime la crisi dei migranti potrebbe portare a un aumento della spesa pubblica greca dello 0,3%, contribuendo così a una possibile recessione. Per questo Tsipras insisterà con il presidente del consiglio Ue Donald Tusk, atteso ad Atene giovedì, perché Bruxelles renda finalmente operativa l’assegnazione obbligatoria dei rifugiati negli altri Stati membri, minacciando in caso contrario di porre il veto sui futuri accordi dell’Unione.

Il rischio è che la Grecia diventi presto quel «deposito di anime» di cui ha parlato qualche giorno fa il ministro greco all’immigrazione Mouzalas, secondo il quale nei prossimi giorni nel paese potrebbero trovarsi bloccati 70 mila migranti contro i poco più di 22 mila di oggi (7.000 dei quali alla frontiera con la Macedonia). «Il 6 e 7 marzo è il periodo in cui ci si aspetta il maggior afflusso», «Abbiamo quella data come scadenza per trovare soluzioni riguardanti i migranti dalla Turchia verso la Grecia», ha spiegato ieri il ministro per le Politiche migratorie dei Paesi Bassi Klaas Dijkhoff. «L’Europa non può lasciar sprofondare la Grecia», ha incalzato invece la cancelliera Angela Merkel il cui destino, paradossalmente, appare oggi sempre più legato a quello di Atene. 


COLPO DI MANO NELLA GIUNGLA
di Annamaria Merlo

Crisi dei rifugiati. Intervento dei bulldozer, senza aspettare il ricorso giudiziario delle associazioni. Il governo sempre più debole se la prende con i migranti, mentre rimanda la legge sulla riforma del lavoro. Dove andranno i migranti espulsi? Il rischio di nuovi accampamenti selvaggi, destinati a una nuova evacuazione....

La distruzione della zona sud della “giungla” di Calais è stata sospesa ieri a metà pomeriggio, dopo l’incendio di due capanne e di un caravan, che ha fatto seguito a brevi scontri con la polizia (con lanci di lacrimogeni e pietre). Ci sono stati tre fermi (due attivisti e un migrante).

L’operazione dei bulldozer era iniziata la mattina, malgrado il ricorso al Consiglio di stato da parte di varie associazioni di aiuto ai migranti, dopo l’ambigua sentenza del tribunale amministrativo di Lille, la scorsa settimana, che dava il via libera all’evacuazione, ma imponeva di rispettare i «luoghi di vita», tra cui la scuola, la biblioteca, i luoghi di culto e dei ripari per donne e minorenni (più di 300 minorenni isolati sono nella zona sud).

Altro che «umanità»


La promessa fatta da governo e Prefettura di agire con «umanità» e di intervenire con «un’evacuazione progressiva» non è stata rispettata. Di qui la reazione dei militanti, accusati dal prefetto Fabienne Buccio, che ieri mattina si è recata sul posto, di essere degli «estremisti» che hanno «spinto i migranti a rifiutare le proposte di accoglienza». Fabienne Buccio afferma che i mediatori, inviati nella “giungla” per convincere i migranti ad accettare sistemazioni alternative, sono stati vittime di «aggressioni verbali e fisiche» lo scorso fine settimana.

Il governo mostra i muscoli con i più deboli, senza aspettare la conclusione della procedura giudiziaria, anche perché, sempre ieri, è stato costretto a una brusca frenata sulla riforma del lavoro: di fronte alla crescente contestazione e alla minaccia di manifestazioni degli studenti (che terrorizzano il potere in Francia), il testo della ministra El Khomri non sarà presentato in Consiglio dei ministri il 9 marzo, come previsto, ma – forse – il 24 marzo, dopo due settimane di discussioni con i sindacati. È una richiesta esplicita della Cfdt, mentre la petizione contro la riforma che rende più facili i licenziamenti sta ormai viaggiando verso il milione di firme.

Lunedì mattina «alle associazioni è stato proibito di accedere all’accampamento tra le 7,30 e le 10,30» ha denunciato Magalie Bourgoin, dell’associazione Utopia56. Questo «per evitare che ci fossero testimoni di quello che succedeva».

Un’ora per lasciare le tende

Un centinaio di agenti ha investito la zona sud della “giungla”, dando ai migranti «un’ora per uscire dalle capanne». Ufficialmente, «per permettere alla società incaricata del ritiro delle tende e delle capanne inoccupate di effettuare il lavoro». La Prefettura aveva difatti promesso che sarebbero stati distrutti solo i rifugi precari vuoti, dopo che gli occupanti avessero accettato una proposta di accoglienza altrove. Ma per François Guennoc dell’Auberge des Migrants, è stata invece scelta la strada del colpo di mano, «un’operazione precipitosa, che relativizza gli sforzi di pacificazione dichiarati da prefetto e governo», senza proporre una sistemazione alternativa: «È sorprendente che distruggano la capanne mentre l’offerta nei container è ridotta a 100 posti», al massimo 200.

I container, circondanti da filo spinato e a cui si accede solo per riconoscenza palmare (cioè dopo aver fatto registrare le impronte digitali) sono difatti già quasi pieni. L’altra alternativa proposta sono i Cao, i 102 Centri di accoglienza e di orientamento, lontani da Calais.

Un caos che dura da vent’anni
Dove andranno i migranti che rifiutano di farsi registrare, perché non vogliono chiedere l’asilo in Francia e sperano di poter attraversare la Manica e per questo non intendono allontanarsi da Calais? «Fuggiranno nei boschi – afferma François Guennoc – e la polizia andrà a sloggiarli ancora». Il caos a Calais dura da quasi vent’anni: nel ’99 era stato aperto il centro della Croce Rossa a Sangatte, poi chiuso nel 2002. La Gran Bretagna ha spostato la propria frontiera a Calais, con l’invio di agenti e un contributo finanziario alla Francia, che fa il cane da guardia per impedire che i migranti passino la Manica.

Le mafie prosperano e adesso il Belgio ha rimesso i controlli alle frontiere perché teme che l’evacuazione della “giungla” di Calais si traduca nell’invasione di Zeebruges (la Commissione ha protestato contro questa decisione senza preavviso). Secondo un sondaggio dell’istituto Sofres, per il 49% dei francesi i rifugiati sono diventati il primo problema Ue (il terrorismo lo è per il 27%, la disoccupazione per il 22%) e il 64% aspetta una soluzione europea.

LA RISSOSA EUROPA
FACCIA PACE COI MIGRANTI
di Marco Bascetta


Ormai non lo si può più nascondere. Le guerre che ci incalzano più da vicino sono almeno due. La prima è quella che dal Medio oriente si estende fino alle coste libiche. La seconda è quella, unilaterale, che si sta combattendo lungo le frontiere orientali dell’Unione europea. E, in misura più circoscritta, a Calais.

È la guerra contro i migranti, poiché solo con un altra guerra si può tentare di respingere chi dalla guerra fugge. Nei Balcani, in Austria, in Ungheria, in Bulgaria, si fortifica la linea del fronte. In Francia si rade al suolo l’accampamento nemico, la «Giungla» sulle rive della Manica. Dall’altra parte, l’esercito dei migranti, uomini, donne vecchi e bambini, senza armi, senza odio, senza scelta, continua e continuerà ad avanzare, e a ingrossare le sue schiere. Non ha alternative.

La prima tregua, il primo trattato di pace da siglare è quello tra l’Europa e i migranti. Ma l’Europa si sta rivelando ancora più rissosa e divisa delle fazioni che dilaniano la Libia.

C’è poi la guerra combattuta dietro le linee dalle destre xenofobe che vanno conquistando consensi impensabili solo fino a poco tempo fa tra i cosiddetti moderati e tra le fila della stessa politica governativa. Un piccolo episodio per tutti: la signora Erika Steinbach, beffardamente responsabile del gruppo parlamentare Cdu/Csu per i diritti umani e gli aiuti umanitari, posta l’immagine di un pupo biondo circondato da persone di pelle scura e foggia orientale che gli domandano: «Ma tu da dove vieni?». Il titolo dell’eloquente scenetta è «Germania 2030». E non è la sola, tra i politici conservatori, a farsi paladina dell’identità minacciata del Volk e delle sue tradizioni. Senza contare gli squadristi di Pegida e di altre formazioni radicali, quotidianamente dediti ad attentati e aggressioni in un crescente clima da pogrom. Anche una volta varcate le frontiere della Germania per i fuggiaschi la guerra non è ancora finita.

Angela Merkel cerca di fare fronte alla deriva che direttamente la investe. Nella sostanza ha dovuto retrocedere, e non di poco, con la restrizione del diritto di asilo, la facilitazione delle espulsioni, la moratoria dei ricongiungimenti familiari, ma non può cedere sul principio e l’ideologia della chiusura. Significherebbe compromettere la sua figura politica, consegnare il partito nelle mani delle correnti più conservatrici, minare tutta un’architettura della stabilità costruita nel corso di anni. E, questa volta, ha disperato bisogno di salvare quella stessa Grecia che pochi mesi fa condannava all’ostracismo. Ad Atene precipitano tutte le contraddizioni d’Europa. Dopo avere subito, nelle forme drammatiche che abbiamo visto , la frattura tra il nord e il sud del Vecchio continente, la Grecia patisce ora pesantemente la frattura tra Est e Ovest. Di fatto isolata dall’area Schengen, in seguito alla blindatura sempre più intransigente e aggressiva dei paesi balcanici e di quelli dell’Europa dell’Est, Atene si trova ad affrontare una situazione catastrofica.

Intanto per il costo insostenibile sul piano economico, ma che presto potrebbe avere anche gravi ripercussioni sociali, malgrado la solidarietà fin qui mostrata dagli abitanti delle isole più toccate dal flusso dei migranti. Se la Grecia dovesse rovinare su se stessa questo non significherebbe solamente il fallimento della politica migratoria di Angela Merkel, ma una spaccatura, probabilmente irrimediabile, dello spazio politico europeo. E, visto le posizioni maramaldesche assunte dai governi dell’Unione nei confronti di Atene durante la crisi dei debiti sovrani, non c’è da attendersi oggi maggiore lungimiranza.

Tutti intanto si aspettano che dal cappello della crisi esca il coniglio della Turchia, disponibile in cambio di soldi a sistemare un buon numero di profughi sul proprio territorio. Qualcosa di non dissimile da quello che i paesi più poveri facevano con i rifiuti tossici. Visti i sistemi con cui viene governata la Turchia, il paragone rischia di non essere solo una malevola fantasia. Ma non basterà spostare il problema più a oriente per celare all’opinione pubblica europea scene agghiaccianti come quelle che ci giungono dal confine greco-macedone. Un grande movimento sovranazionale per la pace tra l’Europa e i migranti. Questo servirebbe.
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