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giovedì 17 marzo 2016

Sarajevo

«Vent’anni dopo l’assedio la pace è un lungo dopoguerra. Ecco cosa resta del conflitto che ha cambiato il volto dell’Europa». La Repubblica, 17 aprile 2016 (m.p.r.)


Quattro Bmw nere ultimo modello con vetri affumicati arrivano sgommando davanti a un ristorante sulla strada fra Tuzla e Sarajevo. Ne escono dieci uomini con giubbotto antiprotettile e pistole nelle fondine, seguiti da civili e qualche valigetta 24ore. L’ultimo ad aprire la portiera è un uomo in giacca e cravatta, faccia rubiconda. Entra senza salutare con la scorta, nella locanda si fa silenzio. Consuma agnello arrosto, patate. Beve un bicchiere di yogurt misto ad acqua, poi butta sul tavolo una manciata di euro spiegazzati e se ne va, seguito dai guardiaspalle. Non è un boss. È un ministro. E la gente dice che è cosa normale. La Bosnia è in mano alla mafia, mentre il popolo è alla fame.

Vent’anni dopo la fine dell’assedio, appena arrivi a Sarajevo e salti su un taxi, il driver ti fa la lista dei misfatti. Che non sono più quelli del nemico del ‘92, ma quelli della criminalità organizzata attuale, incoronata dagli accordi di Dayton e nella quale l’Europa trova i suoi affidabili interlocutori. «Che unità - ti dice la gente - può esprimere un Paese dove fin dalle elementari i bambini imparano, a secondo se sono serbi, croati o musulmani, una storia diversa della loro terra?». Come puoi vivere, ti dicono altri, in una terra dove incontri ogni giorno l’assassino di tuo padre e di tuo figlio? Sono le frasi che in Bosnia suggellano una pace senza giustizia che si è fatalmente trasformata in un infinito cessate il fuoco e nella delega del potere a clan armati fino ai denti. 

Vent’anni dopo il secondo conflitto mondiale l’Italia era già in pieno boom. Nello stesso spazio di tempo in Bosnia è nata una generazione che non ha conosciuto gli orrori del ‘92-‘96 e avrebbe potuto far ripartire il Paese, ma Sarajevo vive un infinito dopoguerra e centinaia di organizzazioni non governative continuano a operare sul territorio come se il disastro si fosse appena consumato. Noi stessi ci siamo abituati a guardare alla Bosnia in termini caritatevoli anziché di sviluppo. Un turista, oggi a Sarajevo, sente ancora il fascino del vecchio mercato; anche il profumo del pane e dei cevapcici è sempre lo stesso. Ma appena prendi la strada della periferia e della campagna scopri che tutto è misero, immobile, buio. Tranne le luminarie dei ristoranti o dei distributori di benzina nella mani dei rapinatori che con la guerra si son fatti nababbi.

Nel ‘92 Sarajevo non credette alla guerra. Ci mise dei mesi ad accettare il fatto compiuto. Intorno alla città si scavavano trincee e nidi di cecchini, ma l’evento sembrava inconcepibile. Irreale. Non era possibile, pensava la raffinata borghesia della città, uno scontro nella repubblica jugoslava che più delle altre aveva costruito un suo amalgama laico, staccato dal divide et impera titoista fra serbi, croati e musulmani (gli ultimi letteralmente inventati dai geometri delle etnie per equilibrare il peso dei primi due). Io stesso, alla vigilia del massacro, quando vidi trecentomila persone marciare a Sarajevo per la pace, mi dissi che la guerra sarebbe potuta scoppiare ovunque, tranne che in Bosnia. Bastò un cecchino su un tetto per far saltare la polveriera. Il fatto è che Sarajevo, così come non aveva creduto alla guerra, alla fine dell’assedio ha mostrato di non credere alla pace. 

Nel marzo del ‘96 non c’è stata nessuna esplosione di gioia. Era cambiato tutto in quei quattro anni. La parola Mir si era svuotata di senso. La città aveva perso l’innocenza, aveva imparato a odiare. I Caschi blu avevano consentito il massacro di Srebrenica e l’Europa aveva mostrato le sue divisioni, i suoi opportunismi. Nello stesso tempo i dollari degli emiri avevano riempito i vuoti lasciati dall’Occidente, alimentando una rete di imam che all’Occidente avrebbero guardato con poca simpatia. Ovunque tornavano in auge i chierici, fossero cattolici, ortodossi o musulmani. Minareti contro campanili, entrambi enormi e nuovi fiammanti. Anche il cielo veniva cantonizzato, il mitico amalgama bosniaco crollava miseramente. E intanto il meglio della borghesia emigrava in America. 

L’attuale governo nato dagli equilibrismi etnici di Dayton è la guida impotente di uno stato fantoccio. I suoi ministri non sono stati capaci di mettersi d’accordo nemmeno sul bando del fumo nei locali pubblici. Lo stesso apparato della cooperazione internazionale, che in Bosnia ha trovato la pacchia ideale per perpetuare se stesso (vedi il film The perfect day), finisce per schiacciare la società civile, impedendole di esprimersi se non attraverso agende eterodirette.

Viviamo con questa polveriera a cento e passa chilometri da Trieste perché ce la siamo voluta. Ce la siamo voluta come europei, perché non abbiamo compreso che lì abitava un Islam moderato che ci avrebbe protetto dai fondamentalismi. Abbiamo consentito che si smantellasse una società plurale in nome di una geometria cantonale che coi Balcani non ha nulla a che fare e abbiamo delegato la nostra difesa agli americani, come in Iraq e in Siria. Sarajevo era Europa. Oggi è lo specchio nel quale per la prima volta l’Europa si è guardata scoprendosi cinica e piena di rughe.
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