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domenica 6 marzo 2016

Rosetta Loy


Rosetta Loy intervistata da Antonio Gnoli. Una grande scrittrice racconta se stessa le sue passioni, la sua vita, i suoi libri. L'anteprima di un'autografia. La Repubblica, 6 marzo 2016



Rosetta Loy vive ai bordi di una città, Roma, in una grande casa, con un bel giardino e i cani che fanno da corrredo. Non ci vediamo da un po’. Ma ha conservato la grazia e quel bel sorriso che rende accattivante ogni cosa che dice. Sia le parole che la scrittura di Rosetta mi fanno pensare a una sotterranea malinconia misurata e graffiata con il compasso. In un mondo sfocato dal dolore tutto in lei appare preciso e meticoloso. Ritrovo questa sensazione fin dall’incipit dell’ampia autobiografia (di cui sta uscendo per Einaudi la prima parte). Dice così: «Io sono morta tre volte». E penso che se una persona muore più volte è come se non morisse mai. Come se apprendesse, da questo scarno referto dell’anima, che la vita ogni volta che la si esamina abbia bisogno del suo contrario. Rosetta è una scrittrice brava e affermata. Cesare Garboli la definì «scrittrice pomeridiana». Quasi una via di mezzo tra due estremi. «Voleva significare la distanza dal mattino e dalla sera, quando i demoni notturni non bussano ancora alla mente o se ne sono già andati e ci si sente in piena sintonia con quanto vediamo, viviamo e raccontiamo», dice.

Che valore dai alla notte?
«Il valore dei sogni e dell’intimità. Del sonno e del sentirsi inermi. Per questo non ho mai amato particolarmente la scrittura notturna, quasi che in essa si nasconda appunto il demone dell’annichilimento. Della debolezza che mi espone forze distruttrici».

Ti senti una donna forte?
«Avendo superato molteplici prove, credo di sì. Credo di essere stata forte. Anche morire, lo dico in senso figurato, è un’esperienza che ti rafforza. Ho avuto un’infanzia protetta e un’adolescenza ribelle. In entrambi i casi non è mancato quel necessario confronto con la vita che toglie illusioni».

Le tue illusioni quali sono state?
«Non tutte le parti della tua vita, nel momento in cui la ripensi, ti colpiscono allo stesso modo. Anche le illusioni hanno avuto differente peso, a seconda dei momenti. Sono passata dall’illudermi di diventare una scrittrice a diventarla. Sono passata dall’illudermi di diventare donna ad esserla. Non puoi vivere senza qualche illusione. Ma al tempo stesso non puoi non sapere quando queste scadono e si trasformano in altro».

In questo senso anche la morte può diventare un’illusione.
«Un fantasma, aggiungerei. Ma io ho rischiato varie volte di morire. Da bambina, quando fui operata; durante il primo parto e poi quando sbagliarono una diagnosi ai polmoni. E ogni volta era come ricominciare da capo ».

Scoprendo cosa di nuovo?
«Non scoprii niente di nuovo, sottrassi qualcosa di me. La sacrificai. La persi».

Cosa hai perso?
«Ero credente. Avevo un atteggiamento fiducioso verso la vita religiosa. Del resto mio padre, uomo religiosissimo, mi aveva inculcato i principi del credo cattolico. Avevo studiato dalle suore. Ero la classica bambina dell’alta borghesia timorosa di Dio e delle istituzioni. Ma dov’era Dio mentre morivo? Dov’era la religione che ti confortava con le sue promesse? Ricordo che a quasi 40 anni, con l’infarto polmonare in corso, la sola cosa a cui disperatamente pensavo era il piccolo Angelo, il figlio che avevo avuto e che probabilmente mi avrebbe perso».

Cosa sono state la ricchezza e il censo per te?
«Dei privilegi. Un padre costruttore. Una famiglia gradevole e distratta. Gli amici dei quali presto mi stancai. Ricordo le feste. I primi turbamenti. Ma anche un senso di futilità per tutto quello che vi accadeva. E poi il cinismo. Sì, quell’atteggiamento provocatorio e sciocco che hanno certi giovani allevati da genitori convinti che ai loro figli sia dovuto tutto. Per fortuna mi innamorai di qualcuno fuori dal mio ambiente e fui corrisposta».

Ti innamorasti di chi?
«Di un ragazzo. Che si staccava dalla fauna che frequentavo. Credeva nei valori del comunismo. Si occupava di fotografia e di cinema. Si chiamava Peppe, era il fratello di Nanni Loy. Ci mettemmo insieme nel 1949. Mio padre provò ad ostacolare in tutti i modi la relazione. Convinto che le sue idee avrebbero portato scompiglio.

«Ma alla fine ce la facemmo. Ci sposammo nel 1955. Siamo stati insieme fino alla sua morte, nel 1985. L’ho amato e l’ho tradito. Ma a lui debbo la mia quiete e la mia forza. A lui debbo i miei quattro figli. A lui che non ha mai chiesto niente debbo molto».

Cos’è la riconoscenza nel tradimento?
«Non è un tardivo risarcimento se è a questo che pensi. No. È la consapevolezza che nella vita ti può accadere di amare due uomini diversi e di farlo con la stessa intensità e passione».

Tuo marito sapeva di quest’altra storia?
«Non credo, o forse l’avrà sospettata, non lo so. Non gliel’ho mai detta. Non era una questione di slealtà, ma di un desiderio di tenerle separate. Sapevo che le parole potevano ferire, anche mortalmente, e non desideravo farlo. Sentivo la precarietà, questo sì».

Ma non la chiarezza.
«No, ma chi ci assicura che la chiarezza sia sempre la scelta più opportuna? Del resto, arrivavo da un periodo terribile durante il quale avevo avuto un crollo di nervi ».

Provocato da cosa?
«Da un’improvvisa fragilità. Era appena nata la storia con quest’altro uomo che era già finita. Mi sembrava che il mondo si fosse spaccato in due. Non ressi la tensione e caddi in depressione».

Di che anni parliamo?
«Era il 1975, avevo pubblicato il mio primo romanzo, La bicicletta,e da allora, per anni, non sono stata più in grado di scrivere. C’erano i miei figli, c’era il più piccolo. E so che senza di loro mi sarei suicidata. Stavo talmente male da desiderare solo di sparire. Ero infelice con la sensazione che nulla avrebbe riportato la luce nella mia vita. Mio marito, ricordo, fu di grande aiuto».

C’era anche l’altro.
«C’era e non c’era».

Vuoi dirne il nome?

«Cesare Garboli. Una lunga, meravigliosa e difficile storia con un uomo straordinario».

Cosa ti ha dato che l’altro non poteva darti?
«Due personalità diverse che hanno colmato i miei vuoti. Letterariamente Cesare mi diede quasi tutto. Leggeva quello che scrivevo. Si arrabbiava se non ero d’accordo su certe soluzioni. Discutevamo e spesso aveva ragione».

Cosa non ti piaceva del suo carattere?
«Accettavo quasi tutto, perfino quella sua incapacità a volte di controllarsi. Poteva improvvisamente infuriarsi senza che l’altro ne capisse le ragioni. E poi era anche permaloso. Ma sto parlando di dettagli infimi. La verità è che è stato un uomo fuori dal comune».

Che hai molto amato.

«Che ho molto amato, sì.

C’è una cosa che mi ha molto colpito dopo la sua morte, avvenuta nel 2004.
«Che cosa?»

Il fatto che ti abbia lasciato fuori dal testamento. Come se tu non esistessi. Ti sei data una spiegazione?
«Devo confessarti che l’ho trovato strano anch’io. Forse pensava che io avessi tanti soldi e che era inutile menzionarmi».

Sai bene che non è il denaro il punto.
E qual è secondo te?

Non ho una spiegazione.

«Non lo so, negli ultimi anni il rapporto si era non allentato ma posto su un piano diverso. Cesare aveva cambiato casa. La nuova, sempre dalle parti di Viareggio, a me non piaceva. Ci andavo malvolentieri. Eravamo stati molto uniti. Mentalmente e fisicamente. In passato mi aveva perfino chiesto di sposarlo. Ma io non volli e non desideravo neppure convivere. Glielo dissi».

Era per via dei figli?
«No, lui li adorava. No. Credo che dipendesse da me. Dal fatto che volevo che le nostre vite conservassero una indipendenza».

Cosa è stata la sua morte per te?
«Un altro scavo interiore. La sera in cui non pensava di morire era ricoverato al “Quisisana”. Erano i giorni di Pasqua. Mi pare che stesse lavorando con Carlo Cecchi su Dante. Andai via dalla sua stanza alle 6.30 di sera. Carlo poco dopo. In piena notte fui svegliata da una telefonata. Era l’infermiere che mi disse: corra subito, il professor Garboli sta molto male. Arrivai trafelata. Non c’era un medico all’altezza. Mi agitai. Lo vidi in coma. E poi giunse la fine».

Come reagisti?
«Mi sembrava impossibile. Tutto di un colpo. Seppi che poche ore prima Cesare era entrato in una strana eccitazione. Cominciò a chiamare gli infermieri. Disse che voleva assolutamente parlare con Carlo Cecchi. “Chiamatelo, ho una cosa importante da dirgli”. Era agitato. Lo calmarono. Gli fecero un’iniezione. Il resto te l’ho detto. Non so cosa volesse dire a Carlo. Non fece in tempo. Tutto qui».

Cosa è stata la letteratura per te?

«La vita che non finisce. La vita perenne attraverso i libri. Uno scrittore - come Proust, o Joyce, o Stendhal muore, ma i suoi romanzi lo tengono in vita accanto a te. Senti il suo respiro».

E la scrittura, cosa è stata la scrittura?
«Mi è sempre piaciuto scrivere. Fin da bambina ho avuto questa predilezione. Ti danna e ti salva».

Col tempo cosa è diventata?
«Una parte di me, necessaria come gli occhi o le mani».

Nei tuoi romanzi sembri voler privilegiare la storia, ciò che è accaduto davvero.
«Non ho più il desiderio di storie inventate. Sarei molto felice di affidarmi alla fantasia. Ma non ce la faccio. La mia vita si è asciugata. Mi restano la storia e la memoria ».

Com’è il rapporto con te stessa?

«Sono una donna pacificata, anche se spesso mi disapprovo. E spero di non essere mai sul punto di celebrare il mio sé».

Ti disapprovi perché?
«Magari nel non fare alcune cose indispensabili o averne fatte altre di cui mi pento. In un certo senso sono piena di dubbi».

Non a caso hai intitolato questa prima parte dell’autobiografia “Forse”.
«Non ho certezze. Dovrei averne?»

Sei una donna felice?

«Per lungo tempo ho avuto un cieco legame con la vita che mi procurava una specie di gioia selvaggia. In passato legavo spesso i momenti di felicità all’idea che dovessi essere la più brava. Mostrare un certo senso di superiorità. Prevalere in una sfida agonistica; o magari in un confronto oratorio. Ma l’euforia era breve e piena di crepe. Oggi è quando mi dimentico totalmente di me stessa che sento di essere felice».

Sei una donna che ha scritto molto, patito e gioito. Cosa significa mettersi a nudo?
«Col passare degli anni l’atteggiamento verso se stessi se per un verso si fa più magnanimo, dall’altro diventa più esigente. Quando prevale quest’ultimo allora avverti il bisogno di comprendere chi sei, senza eccessivi schermi. In me è la scrittura, prima di ogni altra cosa, che mi mette a nudo».

Parlavi prima di cosa è stata la malattia e la caduta in depressione.
«È qualcosa di terribile. Non muori, ma è come se tu fossi morta. Stavo così male che quel periodo ho cercato di cancellarlo. Mi è rimasta la paura tremenda; l’ansia di ricadere in quello stato».

Hai cercato un motivo a quello stato?

«Forse qualcosa che veniva dall’infanzia. Qualcosa di remotissimo che è improvvisamente esploso. Ricordo che all’inizio tenevo sul comodino da notte del whisky. Bevevo per calmarmi. Poi non fu più sufficiente. Ero in montagna, durante una vacanza, quando mi sentii davvero male. Il medico di Santa Cristina mi suggerì di fare delle docce gelate. Ero nel panico. Mi graffiavo le gambe. Non mangiavo più. E quello che ingerivo aveva il sapore della paglia. Non avevo più saliva. Non avevo più sonno».

Poi ne sei uscita.
«Mi portarono da un bravissimo psichiatra. Mi ha curato e ne sono uscita».

Sei guarita.
«Sì, ma la guarigione non è mai per sempre. Resta l’ombra. La minaccia. In quegli anni il medico mi consigliò di lavorare e lavorai a Noi donne. Fu Peppe a curarmi, mi portava per mano in redazione. Seguiva con ansia il decorso. Fu straordinario e penso ancora a lui come all’artefice della nostra vita fatta di quattro figli, di amore e di tanta solidarietà. Sono stata fortunata. Forse ho ricevuto più di quanto abbia saputo dare»


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