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giovedì 24 marzo 2016

Questione di intelligence

«Un tempo l’Italia aveva conoscenze sul MO che oggi tornerebbero estremamente utili. Ripartire da Nicola Calipari per sconfiggere il Califfo». Ma il lettore non cada in errore; l'autrice non parla solo di "servizi segreti", ma soprattutto di "intelligenza". Il manifesto, 24 marzo 2016, con postilla.

Prima al Qaeda, che continua a colpire in Africa, e ora lo Stato islamico di al Baghdadi in Europa. Il terrorismo è un’arma non convenzionale e non può essere sconfitta con bombardamenti o con i droni, anche i più sofisticati. Quando a colpire sono i terroristi della porta accanto e basta un taxista attento a segnalare un covo, che le forze di sicurezza belghe non avevano individuato, sorgono interrogativi tremendamente inquietanti. L’hanno detto tutti: la sicurezza belga è un colabrodo, peccato che Bruxelles ospiti, tra l’altro, la sede della Commissione europea e della Nato, obiettivi strategici quanto simbolici.

Per combattere il terrorismo non bastano nemmeno le forze di sicurezza, anche le più preparate non lo sono per far fronte a questo tipo di arma destabilizzante. Occorre una strategia fondata su una conoscenza approfondita dell’ideologia che costituisce il supporto ideale e la base di reclutamento e finanziamento dei terroristi. Un’ideologia che sublima il martirio come passaggio a una vita celeste fatta di godimenti terreni. È una logica che sfugge a una cultura materialistica, ma che attrae anche molti occidentali in cerca di valori non effimeri.

Chi può supplire a questa carenza di conoscenze interne a quel mondo? Solo un’intelligence che abbia come obiettivo quello di raccogliere informazioni non per giustificare un intervento militare o compiacere un governante ma per essere al servizio della sicurezza dei cittadini e dello stato.
La parte politica alla quale appartengo è sempre stata diffidente quando non ostile ai servizi segreti per il ruolo che hanno avuto nel nostro paese e che spesso ancora hanno.

Tuttavia c’è stata una parentesi nella nostra (nella mia) storia che ci ha fatto ricredere almeno sul ruolo di alcuni di loro: Nicola Calipari è stato fondamentale per la mia salvezza e quella di altri ostaggi, perché conosceva il terreno, sapeva come e con chi trattare, era consapevole che senza la conoscenza dell’intelligence non ci può essere una strategia politica.

Questa posizione va contro la logica dei fondamentalisti, dei guerrafondai, dei mercanti d’armi e di coloro che non sono interessati alla soluzione dei conflitti se non quando garantiscono il soddisfacimento dei loro interessi. E gli interessi dei vari paesi europei spesso non coincidono e per questo non sono d’accordo sull’avere un sistema di intelligence europeo. Ognuno vuole coltivare il proprio orticello e/o la ex-colonia, conquistare nuove riserve di materie prime o espandere il proprio mercato.

È un caso che Nicola Calipari sia stato assassinato dalle truppe americane e che la sua squadra – quella dei cosiddetti «calipariani» – sia stata messa fuori gioco? Eppure l’Italia aveva maturato in quel periodo una conoscenza del Medio Oriente che oggi sarebbe estremamente importante per agire politicamente e non solo militarmente su uno scenario che è molto vicino a noi. Lampedusa è più vicina alla Libia che all’Italia.

E questo ci riporta alla questione dei profughi. In questo caso forse non si tratta solo di ignoranza ma di malafede dei governanti europei: come si possono consegnare i profughi che fuggono dalla guerra e dal terrore imposto dal Califfato a un governo fondamentalista come quello di Erdogan che ha sostenuto (e sostiene) i loro carnefici. Erdogan che bombarda i kurdi del Rojava, donne e uomini che difendono un modello di società laico e democratico, gli unici in grado di contrastare lo Stato islamico sul terreno militare pur non disponendo di armi sofisticate.

Invece di aiutare i kurdi a ricostruire le città distrutte dai jihadisti l’Unione europea affida 6 miliardi di euro alla Turchia per sbarazzarsi dei profughi. Con gli stessi soldi quanti rifugiati avremmo potuto accogliere, inserire in Europa?

Certo sarebbero venute meno le speculazioni che si fanno magari in vista delle elezioni. Soprattutto da parte di chi accomuna i profughi (le prime vittime del terrorismo) ai kamikaze. Ma Bruxelles, se ancora ce ne fosse stato bisogno, ha dimostrato che i terroristi sono tra di noi. E non sono i più emarginati, disagiati, maltrattati. Al contrario: sono preparati e dispongono dei mezzi per farci saltare per aria.

postilla


Sgrena scrive, tra le molte altre cose sagge: «O
ccorre una strategia fondata su una conoscenza approfondita dell’ideologia che costituisce il supporto ideale e la base di reclutamento e finanziamento dei terroristi. Un’ideologia che sublima il martirio come passaggio a una vita celeste fatta di godimenti terreni. È una logica che sfugge a una cultura materialistica, ma che attrae anche molti occidentali in cerca di valori non effimeri». Questo è il punto, che alla maggior parte dei commentatori è del tutto sfuggito. I difensori delle magnifiche sorti e progressive dell'ideologia del neoliberismo dovrebbero cominciare a domandarsi quali "valori", quali ideali, quali speranza infine - in una visione di lunga gittata della propria vita- hanno e possono avere i coetanei degli assassini di Parigi e di Bruxelles?  I sapienti della Mont Pelerin Society  non hanno prodotto danni giganteschi solo sul terreno dell'economia e della società, ma anche, e profondissimi, su quello della vita interiore, della "ideologia".