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La Galleria di Milano requisita per una cena benefica. Per non turbare il senso estetico dei lussuosi ospiti, le barriere che bloccano gli ingressi sono state dipinte d'oro. Il nudo cemento va bene solo in periferia. (p.s.)
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giovedì 24 marzo 2016

“Noi prigionieri a Lesbo diventata un carcere”. Onu e Medici senza frontiere abbandonano l’isola

«Le ONG lasciano il porto greco: “Dopo l’accordo tra Ue e Turchia al via le deportazioni. Impossibile aiutare i profughi”». La Repubblica, 24 marzo 2016 (m.p.r.)


Lesbo. «Benvenuto in Europa. Si tolga le stringhe delle scarpe e ce le consegni. Ci dia anche cintura e telefonino, per ora teniamo tutto noi. Declini le generalità, prenda le impronte digitali e poi si accomodi là». Dentro una baracca di poche decine di metri quadri, chiusa a chiave dall’esterno, assieme ad altri trenta compagni di sventura (compresa una anziana in carrozzella), circondata da reti metalliche e filo spinato e guardata a vista dalla polizia 24 ore su 24. Qassem, siriano di 39 anni scappato due settimane fa da Homs, si aspettava un’accoglienza diversa. «È Lesbo, vero? Ce l’ho fatta! » ha sussurrato all’alba sul molo di Mytilene a volontari e giornalisti quando è sbarcato in tuta rossa e infradito dalla guardacoste Andromeda che l’aveva intercettato su un gommone a trecento metri dalla costa. «Vado a Moria, faccio i documenti e poi parto per Atene», ha salutato con un sorriso mentre la polizia lo caricava a forza sul pullman.

Nessuno, purtroppo, ha fatto in tempo ad aggiornarlo sulle novità. Ue e Turchia hanno stretto un patto di ferro per alzare in questo braccio d’Egeo un muro anti-migranti. Lesbo, l’isola candidata al Nobel della pace, il paradiso dei volontari lodato da Angelina Jolie, è diventata un inferno da cui persino Unhcr e Medici senza frontiere (Msf) preferiscono scappare. E il campo di Moria (un «centro d’accoglienza chiuso», l’ha ribattezzato con un ossimoro involontario la Ue) «si è trasformato in una prigione per mille persone - dicono le due organizzazioni – dove noi da domenica non lavoriamo più». 

«L’accordo con Ankara - ha messo nero su bianco Msf - potrebbe dar luogo a deportazioni ingiuste e disumane e noi non vogliamo esserne complici». E Qassem, che l’ha capito, ha affidato il racconto della sua delusione e del suo brusco impatto con l’Europa a un foglietto in stampatello girato a uno dei pochi osservatori umanitari rimasti nella mini - Guantanamo della Ue.

«Qui il mondo è cambiato in 72 ore - spiega sconsolato Michele Telaro, responsabile dei 180 uomini di Msf al lavoro sull’isola - Fino a domenica scorsa il campo era solo una tappa lungo il viaggio della speranza dei migranti. Si arrivava, si affrontavano le procedure di riconoscimento e si otteneva il documento provvisorio con cui, pagando i 50 euro del traghetto per Atene, si continuava la fuga da guerra e miseria». Ora Moria è diventata il capolinea di questo esodo biblico (un milione gli arrivi a Lesbo da inizio 2015, 4.219 i morti in mare). I 5mila profughi bloccati qui prima del D-Day del 20 marzo, il giorno in cui è entrato in vigore il patto con Ankara, sono stati trasferiti ad Atene. I mille arrivati da allora sono finiti sotto chiave nelle baracche del campo. «Spaventati e senza certezze sul futuro - dice Telaro - visto che nessuno qui, nemmeno noi e i legali, ha capito cosa prevede l’intesa con Erdogan». Unica certezza: il 4 aprile partiranno i respingimenti. «E se mi mettono su una nave per rimandarmi in Turchia, giuro che mi butto in mare», dice Yassim Al-Kufhir, ingegnere pakistano ospite di Afghan Hill, il campo gestito dai volontari a due passi Moria.

Spiros Gallinos, sindaco di Mytilene, è su tutte le furie: «È una situazione kafkiana - dice allargando le braccia - L’Europa ha fatto melina per un anno e mezzo, nascondendo la testa sotto la sabbia. Poi ci ha imposto in 24 ore una decisione senza istruzioni per l’uso». L’assurdo, aggiunge in camera caritatis, è che se parli con Bruxelles sono tutti contenti del successo dell’intesa. Chi puntava a fermare gli sbarchi - fregandosene dei dettagli umanitari – può in effetti fregarsi le mani. Salvagenti arancioni, casse d’acqua e coperte termiche ammucchiate sotto le tamerici della spiaggia a sud dell’aeroporto sono inutilizzati da tre giorni. «Fino a domenica qui sbarcavano almeno sei gommoni a notte - racconta Josè Alvarez, pompiere di Siviglia della Ong Proem-Aid che ha fatto l’alba scrutando l’orizzonte con il cannocchiale - Ora, zero. I gatti sono partiti a caccia dei topi». Tradotto: i guardiacoste greci e turchi e le navi Frontex - latitanti negli ultimi due anni – si sono svegliati e hanno alzato un muro invalicabile. Chi prova a passare viene bloccato e riportato a Dikili sull’altra sponda o nella prigione di Moria.

Isaac Perry, 23enne studente australiano che ha interrotto il sabbatico in Italia per venire a distribuire cibo ai profughi con la Starfish Foundation, ha una sua idea. «Le navi schierate, le incertezze sulle regole per i respingimenti e la metamorfosi di Moria hanno un senso chiaro: spaventare chi vuol tentare la sorte e sfidare lo stesso l’Egeo. I migranti leggono Facebook, il tam-tam funziona. E se non ne arrivano più è colpa (o merito, dipende da come la vedi) di questo terrorismo mediatico». Il risultato però «è che a Lesbo, dove fino a pochi giorni fa ero la persona più felice del mondo, adesso mi sembra di vivere un incubo». 

Il suo timore è quello di tutti. Senza regole scritte e con l’esame delle richieste d’asilo ridotto a una farsa («mancano norme, avvocati e interpreti» dice Telaro), i respingimenti in Turchia rischiano di diventare una tragedia umanitaria per tutti, siriani compresi. «Ogni essere umano ha una sua storia - dice Lucia Mayer, 28enne infermiera di Zurigo arrivata qui con papà, mamma e marito - Al pronto soccorso di Afghan Hill ho curata decine di persone con il corpo coperto di cicatrici per la sola colpa di essere cristiani. Come si fa a rimandarli nell’inferno da cui sono venuti? E come si fa a sostenere che la Turchia è un paese sicuro?». Domande che la Ue - alle prese con bombe, populismi e un pugno di elezioni delicatissime - preferisce forse non farsi.

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