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giovedì 31 marzo 2016

Viale: Rifondare l'Europa insieme a profughi e migranti

L'introduzione dell'autore a una suggestiva raccolta degli scritti dell'autore sui grandi temi e sui processi strutturali dal cui esito dipendono i nostri destini. Molti testi sono già su eddyburg, ma leggerli nel loro insieme rivela un disegno strategico inedito.

GuidoViale, Rifondare l'Europa insieme a profughi e migranti, prefazione di don Virginio Colmegna, NdA press


In questo libro si dicono e ribadiscono poche cose, ma molto importanti: che il flusso dei profughi e dei migranti che raggiungono l’Europa affrontando prove e pericoli inaccettabili non si fermerà e non può essere fermato; che il loro numero aumenterà per anni e che è destinato a cambiare l’assetto della società europea prima ancora delle sue politiche meschine e devastanti.

Fermarli o ricacciarli da dove sono partiti è un progetto criminale che non ha alcuna possibilità di essere realizzato: non esistono politiche di respingimento praticabili di fronte a una pressione di queste dimensioni. Ma è un progetto che ha l’effetto di promuovere ferocia e mobilitare consenso intorno ai suoi sostenitori; di trasformare in tempi rapidi l’Europa in uno stato di polizia; di impregnare di razzismo la sua cultura e i suoi assetti sociali. L’avanzata di queste spinte è sotto gli occhi di tutti, ma, come ha detto in un’intervista il premio Nobel Elfriede Jellineck, trattando profughi e migranti come feccia ci trasformiamo in feccia noi.

A questa deriva razzista e totalitaria non esistono alternative fondate sulla continuità, sul business as usual (il cuore dell’attuale politica europea, che è solo ed esclusivamente business). Per anni la governance dell’Unione Europea si è occupata di finanza, di bilanci degli Stati membri, di privatizzazioni, di tagli della spesa pubblica, pensando che in questo si risolvessero i compiti della politica. Intanto ai suoi confini - e ormai anche lontano da quei confini - si stava accumulando, tra indifferenza e complicità, ma non senza interventi diretti di alcuni dei suoi Stati membri, un contesto di conflitti armati e di guerre di tutti contro tutti che di anno in anno diventava più inestricabile.

Ma anche un contesto di miseria e di insostenibilità ambientale e sociale. Guerre e miseria che sono all’origine di quei flussi di profughi che ora l’Europa non sa come affrontare. Come non sa come affrontare con un proposta di ampio respiro il caos che li ha generati, ma che ora sta erodendo i suoi stessi confini e penetrando in forme incontrollabili, soprattutto con il terrorismo, ma anche con una inesorabile crescita del rancore sociale, nel suo stesso cuore.

E quei bacini sono la povertà, l’ingiustizia, la discriminazione, ma soprattutto il disprezzo. Più passa il tempo e la situazione interna e internazionale si aggrava e più emerge con chiarezza che le soluzioni prospettate a grandi linee dall’approccio al problema delineato nelle pagine che seguono non hanno alternative se non l’accettazione di uno stato di guerra “infinita”, cioè che non avrà mai fine e in tutto il mondo, come la voleva Geroge W. Bush.

Una guerra in cui sarà sempre meno chiaro chi combatte contro chi e per che cosa. Ma anche l’accettazione di un contesto di disciplinamento sempre più autoritario e razzista all’interno (un nuovo fascismo) che faccia piazza pulita di tutte le garanzie democratiche e di tutte le tutele sociali conquistate in quasi due secoli di lotte. L’Europa ha bisogno di quei profughi e di quei migranti.

Di qui al 2050 l’Europa, senza immigrazione, avrà perso circa 100 milioni di abitanti, un quinto della sua popolazione attuale, al ritmo di 3 milioni all’anno. Ma i 400 milioni restanti saranno sempre più vecchi e le persone in età lavorativa sempre meno. Il che vuol dire un peso insopportabile su chi lavora e una drammatica stagnazione economica (l’esatto contrario di una “decrescita felice”).

Per colmare quel vuoto demografico l’Europa dovrebbe accogliere, di qui al 2050, tre milioni di immigrati all’anno: il triplo dei profughi che sono arrivati nel 2015. Potrebbe anzi assorbirne anche il doppio senza subire alcun tracollo; ma cambiando ovviamente in modo radicale sia le sue politiche economiche che quelle sociali.

Va ricordato che tra il 1945 e la metà degli anni ’60 quattro paesi dell’Europa centrale, oltre al Regno Unito, pur in un contesto di crescita demografica autoctona, avevano assorbito 20 milioni di profughi e immigrati: circa 10 milioni dall’Est e altri 10 milioni dai paesi mediterranei dell’Europa, dall’Africa, dal Maghreb e dal subcontinente indiano.

D’altronde il maggior dinamismo dell’economia statunitense degli ultimi decenni è riconducibile, più che alle politiche economiche adottate, al continuo flusso di immigrati dall’America centrale e meridionale, tutti o quasi illegali, ma tollerati sia a destra che a sinistra.

La minaccia di alcuni dei suoi Stati membri, un contesto di conflitti armati e di guerre di tutti contro tutti che di anno in anno diventava più inestricabile. Ma anche un contesto di miseria e di insostenibilità ambientale e sociale. Guerre e miseria che sono all’origine di quei flussi di profughi che ora l’Europa non sa come affrontare. Come non sa come affrontare con un proposta di ampio respiro il caos che li ha generati, ma che ora sta erodendo i suoi stessi confini e penetrando in forme incontrollabili, soprattutto con il terrorismo, ma anche con una inesorabile crescita del rancore sociale, nel suo stesso cuore.

L’unica alternativa a quella deriva è un impegno generale di accoglienza e di inclusione che non discrimini tra profughi, migranti e cittadini europei in difficoltà: nessuno deve poter pensare che a chi viene da lontano vengano dedicate più risorse e più attenzioni che a chi è sempre stato qui o è qui da tempo. E viceversa. Quel piano deve mettere in grado di accedere a una nuova e autentica cittadinanza, garantendo a tutti casa, lavoro, reddito, istruzione, protezione sanitaria e sicurezza. L’Europa ha le risorse per varare e sostenere un progetto del genere, che d’altronde è ciò che ci vuole per avviare concretamente una conversione ecologica indispensabile per fermare la corsa a quel disastro climatico irreversibile contro cui si sarebbero dovute prendere - e non si è fatto - delle decisioni drastiche e radicali al vertice di Parigi Cop21.

Profughi e migranti hanno di fatto reso i confini dell’Europa assai più ampi di quelli al di là dei quali si vorrebbe respingere i nuovi arrivati. Accogliendoli come cittadini dell’Europa, si possono creare anche, paese per paese, le basi per costruire un’alternativa sociale e politica a cui possano fare riferimento coloro che sono rimasti nelle loro comunità di provenienza e che hanno bisogno soprattutto di questo riferimento per riaprire una prospettiva di riconquista dei loro territori alla pace e alla democrazia.

Anche nei confronti del terrorismo, non basta l’azione di polizia e di intelligence; e meno che mai funzionano le guerre, che non fanno che perpetuare e accrescere il caos. Bisogna prosciugare i bacini sociali e culturali, ma anche emotivi, da cui il terrorismo attinge i suoi un sovraffollamento dei paesi dell’Unione Europea è dunque esclusivamente il frutto di politiche economiche restrittive e, sul lungo periodo, suicide. L’alta finanza e il big business che oggi dominano l’economia mondiale non hanno bisogno di tutta la manodopera di cui si alimentava il sistema industriale fordista. Se si rende necessario, la vanno a cercare in paesi dove costa meno, trasferendo là le attività che controllano; per questo considerano l’arrivo di profughi e di nuovi migranti più dal lato dei costi, per la spesa pubblica che vogliono comunque ridurre, che da quello dei possibili vantaggi che, sul lungo periodo, sono soprattutto nostri e dei nostri figli.

Ci aspettano tempi bui e proprio per questo è necessario come non mai raccogliere le idee intorno a un nucleo forte, capace di delineare una prospettiva di riscatto per tutti gli attori coinvolti in questa corsa verso il baratro. Per questo una parte del libro è dedicata alla conversione ambientale e cerca di spiegare come in essa si possa trovare non solo l’unico modo per fermare la deriva climatica che sta portando il nostro pianeta verso condizioni di invivibilità per tutti, ma anche la chiave per affrontare sia gli oneri connessi all’accoglienza di un numero così alto di profughi, sia la crisi sistemica che sta trascinando l’Europa nella stagnazione economica e verso diseguaglianze sociali insostenibili. Senza un capacità di rinnovare in modo radicale il nostro approccio ai problemi politici e sociali del nostro tempo non c’è alcuna possibilità di attraversare questa notte che si fa sempre più buia. Questo rende ancora più attuale, per il futuro dell’Europa, del mondo, delle nostre vite e di coloro che verranno dopo di noi, la prospettiva di una conversione ecologica.