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sabato 19 marzo 2016

La Roma moderna di Antonio Cederna

Un saggio sull'eredità di Antonio Cederna a vent'anni dalla sua scomparsa, in occasione di una conferenza organizzata dall'associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli alla Camera dei Deputati.  waltertocci, online (m.b.).



Sono passati venti anni senza Antonio Cederna. Quanto ci manca? E perché ci manca? Il ricordo, la stima e l’affetto prendono il sopravvento su ogni altro tentativo di afferrare il vuoto che ha lasciato. Eppure, con il passare del tempo la sua figura cresce per il rilievo storico e per la feconda inattualità. Ci manca tanto in quanto nessuno è riuscito a sostituirlo. Ci manca perché è ancora più necessario. La mancanza allora riguarda noi, abitanti del nostro tempo. 

Non abbiamo ancora una vera comprensione storica di Cederna. Non può averla la nostra generazione, troppo coinvolta nelle sue battaglie per vedere ciò che permane di esse e anzi le supera. Saranno le generazioni successive a comprendere la sua opera, con il disincanto capace di distillare una memoria fino a trarne nuove ambizioni.

Noi siamo una generazione di passaggio che può solo testimoniare gli eventi, prendersi cura dell’opera, custodirla per le interpretazioni che verranno, in una sorta di archeologia intergenerazionale.

Nel frattempo, la cosa più utile che possiamo fare è combattere gli stereotipi. Sono inveterati, per lo più inventati dai detrattori, ma alla lunga introiettati anche da alcuni sostenitori. Negli ultimi tempi subì la diffidenza del suo giornale che ritardava o non dava spazio agli articoli. Ancor di più deve aver sofferto, e sento il bisogno di scusarmene qui dopo tanto tempo, per l’insofferenza che la nostra amministrazione mostrò verso le sue critiche peraltro sempre garbate e motivate. Si arrivò perfino a criticarlo per ritorsione sui ritardi nella gestione del parco dell’Appia, di cui generosamente aveva accettato di fare il presidente nella fase di avvio. L’ultimo articolo è un grido di dolore - Chiedo solo una chiave – per dire che bastava dargli la piena agibilità della sede. Oggi, quel grido possiamo intenderlo come una metafora. Forse non abbiamo ancora trovato la chiave interpretativa dell’opera di Cederna.

1. Gli stereotipi
Il primo stereotipo, che fosse il signor NO, lo sentiamo ripetere da tanto tempo. E invece aveva un’attenzione quasi maniacale per la proposta. Ogni articolo, anche il più aspro, si concludeva con una soluzione alternativa e fattibile. Giova ricordarlo in questa sede, ha onorato il lavoro parlamentare con proposte di alto profilo che hanno influito sulla legislazione per l’ambiente, i parchi naturali, le città, i beni culturali.[2] Anche negli interventi occasionali portava contributi sistematici. Nella conversione di un decreto, con un discorso di pochi secondi spiegò la riforma dei suoli che in un secolo il Parlamento non ha saputo approvare.[3]

Con la chiarezza riusciva a parlare sia al largo pubblico sia alle assemblee elettive, stimato e ascoltato anche dagli avversari più ostili. Ho avuto il privilegio di partecipare alla seduta del Consiglio Comunale che approvò la localizzazione dell’Auditorium. Da diverse settimane nell’Aula Giulio Cesare si consumava un duro scontro tra maggioranza e minoranza, a notte fonda prese la parola Cederna e cominciò criticando l’ostruzionismo della propria parte, argomentò con precisione i motivi contrari al Borghetto Flaminio e a favore del Villaggio Olimpico; calò il silenzio, poi alcuni consiglieri si avvicinarono per dare un segno di intesa, e altri seguirono l’esempio fino a che l’intero Consiglio comunale si riunì intorno al suo scranno. L’oratoria sempre asciutta prese un tono solenne, "come un senatore romano, ma avevo preso due Fernet", raccontava divertito. E la delibera fu approvata quasi all’unanimità.

Il secondo stereotipo riduce il suo discorso all’esercizio dell’in-dignazione. Questa oggi non manca, ma si esprime in una nota più bassa come s-degno. Sembrano parole simili per la comune radice della dignità, ma portano a esiti opposti. Lo s-degno esprime un rifiuto indifferenziato che prepara la via alla rassegnazione. Al contrario, l’indignazione di Cederna suscitava l’entusiasmo, come ha osservato La Regina. Il suo articolo - sempre lo stesso, come scherzava di sé citando Voltaire – inizia di solito con la descrizione accurata del disastro, ma poi l’ironia verso l’avversario mostra la possibilità di sconfiggerlo con la mobilitazione dei cittadini. Come nella pittura di Hieronymus Bosch il tratto sottile e preciso disegna i mostri nel paesaggio, i vandali in casa, ma l’ironia di certe figure segnala la possibile risalita verso il bene.

Negli anni ottanta - il decennio più negativo per le città italiane come ebbe a dire – ad ogni presa di posizione sulla stampa corrispondeva l’organizzazione di un movimento di quartiere. In quel periodo a Roma cresce una rete di associazioni a difesa del territorio. Non solo la favorì ma diede l'esempio dell’impegno accettando di presiedere per tanti anni la sezione romana di Italia Nostra. Nella crisi dei partiti che cominciava allora, solo il suo discorso riusciva a creare un nesso tra progetto di città e partecipazione civica. Influì nel travaglio del Pci contribuendo ad una riconfigurazione del suo blocco sociale. La denuncia della speculazione perpetrata a livello popolare dall’abusivismo edilizio, non meno devastante di quella realizzata dai salotti imprenditoriali, costrinse i giovani dirigenti comunisti a superare il vecchio alibi dell’abusivismo di necessità e a recidere la cinghia di trasmissione con il sindacalismo territoriale che lo aveva alimentato.

Il terzo stereotipo lancia l’accusa di passatismo che oggi suona quasi come un’infamia. È ancora un Bel Paese nonostante tutte le devastazioni. E pensando al domani si può aggiungere non è ancora un Paese all'altezza dell'eredità ricevuta. La storia nazionale, ripeteva spesso, si regge sull'avverbio ancoraI Vandali in casa contiene un'elegante definizione della modernità, aperta da una veemente retorica: “Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che.. solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire le necessità della civiltà moderna”.[4]

Per lui e per i suoi amici urbanisti la parola Moderno è dirimente, assume un significato più mirato rispetto all’uso corrente e indica una relazione organica tra i diversi elementi. Per Insolera è la logica del progetto di città, per Benevolo è un fattore di equilibrio della vita urbana. Per Cederna è una connessione di senso tra passato e presente. Al contrario, “chi pone una falsa alternativa o sacrifica semplicisticamente un termine all’altro” è propriamente “un reazionario o un retrogrado, anche se si camuffa di un rozzo avanguardismo e di un vago vitalismo”.[5] La definizione si attaglia anche agli avanguardisti di oggi, che sono numerosi. 

2. Il Moderno
La sua modernità è la ricerca di un nesso tra le cose, una nervatura dello spazio, una relazione tra gli eventi. È l'asse di rotazione delle sue passioni civili, come archeologo, come urbanista e come politico.[6]

Come archeologo ha insegnato a vedere sempre il bene come parte di un sistema culturale e paesaggistico e mai come emergenza isolata o meramente monumentale. Una principio della tutela connesso alla storia del Paese, che è diventato un esempio a livello internazionale.  
Come urbanista è un anticipatore, ce lo ricorda Vezio De Lucia. I suoi resoconti da Amsterdam o da Stoccolma fanno capire agli addetti ai lavori e all'opinione pubblica i vantaggi della pianificazione che esalta le singole parti di città.

Nel contempo è un protagonista della Carta di Gubbio che inventa la tutela integrale dei centri storici, il principale contributo dell’urbanistica italiana a livello internazionale. Un altro primato oggi dimenticato o avversato. Eppure, quel metodo, al di là di procedure superate, sarebbe ancora più attuale. Esso consiste nel trasformare il tessuto urbano seguendo la stessa trama che lo ha originato. In tal modo l’elemento moderno non si sovrappone violentemente all’antico ma lo trasforma in una forma integrale. Lo stesso approccio dovrebbe applicarsi alla scala vasta, senza aggiungere insediamenti isolati che degradano la conurbazione, ma attivando nelle maglie del costruito i processi di riqualificazione. Oggi servirebbe una nuova Carta di Gubbio per fermare l’espansione nell’hinterland e curare la città disfatta.

Infine, come politico ha mirato a obiettivi apparentemente parziali, ma sempre connessi a una strategia generale, come nel disegno di legge del 1989 per la Capitale. Bisogna rileggerlo e farlo conoscere, perché Antonio lo scrisse come una sorta di testamento. Mobilitò tutti gli amici per approfondire singoli aspetti e si dedicò personalmente alla relazione illustrativa. Anche io fui convocato a casa sua per la parte che mi aveva affidato. Ne conservo un caro ricordo, lo trovai al suo tavolo di lavoro sommerso di carte, certamente affaticato e affranto, quasi tentato di lasciare tutto per mettersi a recitare Shakespeare, ma desideroso di lasciare agli atti parlamentari un'analisi storica della vicenda urbanistica tra Ottocento e Novecento e il più ambizioso progetto che sia mai stato pensato per la capitale del nuovo millennio. È costituito da tre elementi fondamentali: trasformare la periferia nel nuovo centro della città politica, realizzare una rete integrata di trasporti su ferro, ripensare la struttura urbana sulla base del Parco archeologico dei Fori e dell’Appia antica.

3. Il progetto per Roma capitale
Il programma potrebbe essere disegnato su una carta: un asse lineare per il sistema direzionale orientale, un triangolo tra il Campidoglio e i Castelli e una mappa retinata per indicare le linee su ferro. Molti amici qui ricorderanno che all’inizio di una qualsiasi riunione si levava il suo grido minaccioso “aprite le carte, voglio le carte...”. D’altronde, i suoi articoli sembrano delle rilevazioni topografiche. 

Nella sua sensibilità cartografica si intrecciavano due tradizioni. Da una parte una geometria tutta romana, dall’impianto antico del cardo e decumano, agli assi sistini della prospettiva rinascimentale, all’ellisse illuminista del Valadier di Piazza del Popolo. Dall’altra, una discendenza giansenista di esprit de geometrie ed esprit de finesse che arriva fino a Cattaneo e consegna al riformismo lombardo il nesso tra chiarezza del pensiero e tensione storico-morale. Da questa doppia genealogia Cederna trae l’ultima Forma Urbis pensata per Roma.

Dopo di lui nessuno ha più avuto l’ardimento di disegnare la forma della città, anzi è divenuto un divieto. Nessun discorso politico degli ultimi trent’anni potrebbe essere rappresentato su una mappa.[7] Il linguaggio urbanistico è diventato liquido come la morfologia sociale. Eppure, da quando si è negato il progetto pubblico, la città non è rimasta ferma, anzi è stata regolata da processi corposi che hanno impresso una forma determinata solo apparentemente casuale. Se si osserva una carta dell’espansione degli ultimi trent'anni si intravede nella distesa dei coriandoli edilizi una Forma Urbis che assomiglia a una cometa.[8] Il nucleo è delimitato dal Gra, ormai come una collana che infila tante pietruzze di residenze, abusivismo e terziario. E prosegue con una lunga coda che lambisce i Castelli per poi piegare a sudovest distendendosi verso il mare tra Ostia e Fiumicino. Come ci spiegano gli astrofisici la forma dipende dal contrasto tra il movimento regolare della stella e la forza della radiazione solare che modella la chioma di particelle di polvere staccatesi dal nucleo. Anche la cometa romana è il risultato della tensione tra la regolarità del progetto e la forza plastica della radiazione speculativa. È la dialettica irrisolta tra piano e anti-piano che segna la vicenda urbanistica della capitale.

La forma perfetta dell'asse attrezzato di Piccinato, che Cederna tentava di rilanciare nella versione mite dello SDO, è stata la più grande utopia romana del Novecento, ma è degenerata nell'eterotopia dei frammenti degli uffici abbarbicati sul grande raccordo anulare.[9] Non è stata realizzata la città lineare che secondo il piano doveva guidare la trasformazione, ma si è assecondato lo sviluppo abusivo tramite l'anello attrezzato del Gra non previsto dal piano regolatore. 

La stessa dialettica ha operato sulla coda della Cometa. A uno sguardo distratto può sembrare una disordinata espansione, ma l'analisi storica ne svela la somiglianza con il così detto Piano dell'Impero, la misteriosa variante del 1942, di cui sappiamo l'esistenza ma non conosciamo i dettagli perché i disegni e il plastico rimasero sotto i bombardamenti. Ecco il paradosso romano: lo strumento urbanistico sconosciuto è stato l'unico ad essere applicato fedelmente. Al contrario, i piani urbanistici approvati sono stati elusi, deformati o apertamente contraddetti.

4. Il dittatore e l’archeologo
Le regolarità non si trovano negli atti amministrativi ma nei discorsi pubblici. Il più cogente di tutti lo tenne Mussolini in Campidoglio per l'istituzione del Governatorato. Tutti gli obiettivi indicati in quella solenne occasione sono stati realizzati: l'eliminazione della stolta contaminazione tranviaria ha interrotto lo sviluppo del trasporto su ferro che aveva avuto un buon inizio in epoca giolittiana. La realizzazione delle “avanguardie di case”, le borgate di nuova fondazione come Acilia, hanno dato inizio alla forma granulare che oggi ritroviamo alla scala metropolitana; l'espansione imperiale “verso il Tirreno” è proseguita nel degrado abusivo della coda della Cometa. Nessun altro discorso politico è stato tanto performativo nello sviluppo novecentesco. Se fosse dipeso solo dalla dittatura, l'effetto sarebbe durato solo nel ventennio, ma è proseguito nella Repubblica perché sollecitava forze e visioni profondamente radicate in città.

Il libro più organico su Roma lo intitola Mussolini urbanista perché Cederna avverte meglio di altri la capacità del duce di influire sulle tendenze di lungo periodo. Alcuni critici hanno stigmatizzato un presunto manicheismo antifascista dell'autore - un'accusa per certi versi benemerita – che però non corrisponde al suo scrupolo di ricerca. Prova ne sia l'apprezzamento che egli riserva, perfino in contrasto con l'amico Insolera, alla prima opera di revisionismo scritta da Piero e Roberto Della Seta per valorizzare l'esproprio preventivo attuato dal regime nelle aree dell'Eur.[10]

Non c'è quindi solo l'invettiva antifascista, con il titolo Mussolini urbanista vuole indicare l'ombra lunga della devastazione del territorio che caratterizza l'intero secolo.

Ma qui possiamo ribaltare sull'autore la stessa chiave interpretativa. C’è un Cederna urbanista di Roma. Anche il suo è stato un discorso performativo che ha lasciato segni tangibili nella struttura urbana. Nel campo dei detrattori lo sanno bene i costruttori mentre lo negano gli storici. Come ebbe a dire Caltagirone in un'intervista a Panorama: "Nel nome di Cederna.. per decenni a Roma chiunque voleva intervenire sul territorio era combattuto come uno speculatore". Al contrario Vittorio Vidotto ha parlato di "battaglie illuministiche avare di successi".

Ma noi amici abbiamo fatto poco per spiegare all'opinione pubblica i benefici. I vecchi amici sono poco tecnologici, ma il figlio Giulio prepara una mappa georeferenziata; forse i giovani estimatori più avanti realizzeranno un App-Cederna, un Mirabilia urbis digitale, che consentirà di ascoltare con il cellulare i discorsi o la lettura degli articoli nei pressi delle aree tutelate o dei musei realizzati in seguito alle sue iniziative. Sarebbe un itinerario formativo e appassionante nelle bellezze che ancora si possono ammirare in città. Si potrebbe partire da Via Vittoria salvata dalla minaccia di sventramento dei primi anni cinquanta, per proseguire al clivio capitolino ricongiunto con il Foro da Petroselli, ai monumenti salvati e ai nuovi musei realizzati con la legge Biasini da Adriano La Regina, da Palazzo Altemps, alla Crypta Balbi, Palazzo Massimo. E poi la sistemazione dei nuovi musei capitolini e prossimamente la riapertura delle casse dell'Antiquarium, e il palazzo Rivaldi che può diventare ancora un centro di cultura avendo sventato un hotel per i cardinali. E poi ancora extra moenia l’Auditorium, il pratone delle Valli, Villa Ada, Villa Pamphili, il parco della Caffarella e la villa dei Quintili, il parco di Veio e di Centocelle, Tor Marancia, Aguzzano, il porto di Traiano e di Claudio,  Capocotta e quel sistema ambientale che ci insegnò a chiamare Litorale romano. Il tour dovrebbe concludersi all’archivio Cederna nel parco dell’Appia antica, difesa dai Vandali e preservata per le generazioni future. 

È il capolavoro della sua modernità. Come archeologo moderno comprende, mentre passeggia con l’amico Carlo Melograni, che la Regina Viarum non finisce nel crepidine ma è un sistema storico-ambientale. Come urbanista moderno avverte per primo che da quel vuoto si può cambiare il senso della conurbazione. Come politico moderno è capace di mobilitare l’opinione pubblica e influire sulle decisioni di un coraggioso ministro come Giacomo Mancini che impone l’inedificabilità in sede di approvazione del PRG. Se l’espansione periferica è contenuta dalla grande pausa dell’Appia lo si deve a Cederna. Nessun’altra personalità della Repubblica ha avuto un’influenza tanto profonda e benefica sulla capitale. Nelle diverse prefazioni a Roma Moderna Italo Insolera ha sempre cercato di indicare una forza positiva della città. Nell’edizione 1970 la trovava nella quotidiana lotta del movimento popolare, ma l’ultima prefazione è tutta dedicata a Cederna: “se oggi – e nei prossimi secoli – ci sarà ancora qui qualcosa da amare, qualcosa da vivere è merito della sua tenace opposizione alla sistematica distruzione di Roma”.[11]

La Cometa verso il mare e il triangolo antico dell’Appia. Sono gli effetti performativi degli opposti discorsi pubblici dei due grandi urbanisti del Novecento, Mussolini e Cederna. Rappresentano la lunga durata delle forze che si sono contrapposte nel salto di scala della città. Sono due antitesi del passato, come citazione retorica oppure come risorsa creativa del contemporaneo. Sono gli archetipi di due anime diverse del moderno, la volontà di potenza e il prendersi cura della vita urbana. Il dittatore e l’archeologo sono le figure che hanno modellato la forma urbis del Novecento.

5. Alto e basso senza mediazione
Georg Simmel ha dato una suggestiva interpretazione delle antiche rovine come “lotta tra la volontà dello spirito e la necessità della natura... come tensione tra l’anima che tende verso l’alto e la gravità che tende verso il basso”.[12] A Roma la tensione tra alto e basso trova un equilibrio storico-estetico ma non un discorso etico-politico. Nella prima dimensione è riuscita l’unificazione. La trasformazione è avvenuta per aggiunte a volte inconsapevoli delle preesistenze, per la stratificazione casuale di stili, per la sovrapposizione di funzioni eterogenee, ma tutto ciò ha prodotto un paesaggio unitario e una grande bellezza.

Al contrario nella dimensione etico-politica l’unificazione non è mai stata possibile. Ciò che deve ritenersi civile si afferma come esigenza generale della modernità ma secondo valori e principi che rimangono eterogenei. Mancano infatti nella società romana quei gruppi unificanti borghesi che altrove hanno elaborato una statualità condivisa. L’unificazione della forma estetica, quindi, è stata raggiunta nonostante la disomogeneità della coscienza civile. 

Il contrasto tra le due dimensioni si accentua nel lungo cammino della modernità. La crescita della potenza tecnica non è accompagnata da una responsabilità della regolazionee. Tutto ciò determina una costellazione di contrasti irriducibili tra grande e piccolo,[13] tra aulico e popolare, tra centro e periferia, tra piano e antipiano, tra burocratico e abusivo, tra solare e oscuro. L’eterogeneità si afferma sempre più come carattere della vita urbana. Le antinomie prima tenute insieme dall’unificazione estetica tendono via via a separarsi e a irrigidirsi nella reciproca indifferenza. All’inizio tra lo splendore della chiesa barocca e l’angustia del vicolo, poi sempre più in basso, tra l'esteriorità dell'universale e lo sberleffo del popolare belliano, tra il monumentale fuori scala del Vittoriano e la modestia impiegatizia della palazzina, tra la retorica imperiale e le avanguardie delle borgate, tra la potenza immaginifica di Corviale e il magma abusivo che la circonda, tra la solennità della Regina Viarum e il distributore di benzina che espone i cocci come trofei, descritto in un brano di grande letteratura nell’incipit di Vandali in casa.

Oggi sembra divenuta praticamente impossibile qualsiasi mediazione tra alto e basso. Perché sono venuti meno anche quegli strumenti che pure in passato avevano creato dei nessi. La voragine della crisi della politica rende molto difficili le comunicazioni tra le diverse parti di città. E l’indifferenza è alimentata anche dal degrado del dibattito pubblico sempre più scandito da nevrotici slogan piuttosto che da analisi e proposte. Oggi non avrebbe spazio sui giornali un articolo come “I gangster dell’Appia” che allora fece sentire la sua eco anche oltre oceano. Eppure la coscienza ambientalista dei romani è cresciuta, soprattutto per merito di Cederna. E su questa risorsa popolare deve puntare chi voglia oggi riprendere il discorso.

Non si può accettare il basso livello del dibattito, dagli scontrini, ai consiglieri che votano dal notaio, a una campagna elettorale senza idee. La politica abbassa l’asticella del confronto nel disperato tentativo di ritrovare il consenso popolare. Ma se l’ha perduto è proprio perché già da molto tempo non aveva niente da dire sul futuro della città. Proprio la mancanza di grande politica ha creato l’humus favorevole alla piccola politica del malaffare. Soprattutto a Roma, quando manca una volontà alta ogni cosa sprofonda in basso.

La mancanza di equilibrio è la conseguenza di una modernità sghemba che non riesce a stare in piedi, perché non ha alimentato la simmeliana unificazione etico-politica e di conseguenza rischia di perdere anche la mediazione storico-estetica. Per tenersi in piedi da sola ha bisogno di un’aspirazione all’universale. Come disse Theodor Mommsen a Quintino Sella prima di Porta Pia: “Ricordatevi che Roma si governa solo con una grande idea”. Il ministro rispose negli anni successivi immaginando la capitale come luogo del “cozzo delle idee”, come centro universale della cultura e della ricerca.

Sono stati i grandi uomini del Nord a sviluppare la modernità romana, come se potesse venire solo da fuori, a conferma dell’asimmetria. Dalla scoperta della luce nella pittura di Caravaggio, all’invenzione barocca di Borromini, a Quintino Sella, fino alle riforme del primo Novecento di Giovanni Montemartini che realizza le reti dei servizi urbani o a Pasolini che denuncia un progresso senza vera modernità. Di questa schiera di personalità del Nord fa parte Antonio Cederna, forse il lombardo che più ha amato Roma.[14] Le ricordiamo tutte come figure romane anche se ciascuna a suo modo è rimasta legata alla propria origine nordica.  

6. Il programma di governo
Non si può rinunciare a immaginare la città diversa dall’attuale. Alla sua opera oggi dovrebbe ispirarsi un nuovo programma di governo per Roma. Inattuale perfino nel genere poiché oggi si teorizza che ci si candida a sindaco senza presentare alcuna proposta. Al contrario, egli stilò un programma per far cadere la propria candidatura a sindaco. Ai tempi di Tangentopoli molti si rivolsero a lui come possibile primo cittadino. Atterrito dalla proposta, e anche lusingato, rilasciò un’intervista per chiamarsi fuori – “non sopporto regole ed etichette, e poi soffro d’ansia” disse a Danilo Maestosi che lo incalzava. E per togliere ogni tentazione ai partiti che lo avevano proposto alzò il tiro proponendo di “trasferire 14 ministeri,.. a cominciare da quello delle Finanze.. perché i contenitori svuotati siano demoliti, creando aree libere, e comunque recuperati per la cultura”.[15]

Il programma per Roma dovrebbe ripartire dal disegno di legge dell’89, come si è detto la proposta più organica e quindi moderna sulla capitale. Dove sono finiti quei tre obiettivi fondamentali?
Il primo, il trasferimento dei ministeri è scomparso dal dibattito. Eppure non è venuta meno l’esigenza di ridisegnare la presenza dello Stato, anzi si è accentuata in seguito ai cambiamenti dell’amministrazione pubblica, dalle privatizzazioni, al superamento di alcune funzioni, all’incerto regionalismo, all’integrazione europea, all’obsolescenza dei vecchi impianti, all’impatto del digitale. Dalle caserme, alle aree ferroviarie, alle fabbriche come il poligrafico o i tabacchi, agli ospedali storici, agli uffici amministrativi ormai obsoleti Roma è investita da una grande dismissione statale non meno intensa della dismissione industriale subita da Torino o Milano. In assenza di una strategia tutto si riduce a operazioni immobiliari gestite dalla Cassa depositi e prestiti, la quale privatizza la rendita e copre solo in piccola parte i costi che si scaricano sulla città. Così la dismissione accentua il deficit di infrastrutture, mentre sarebbe la grande occasione per fare la capitale più bella.

In oltre un secolo lo Stato ha lasciato un’impronta fisica per lo più sgradevole e comunque inefficiente perfino per le sue funzioni. Oggi quell’impronta può essere rimodellata per la nuova capitale del XXI secolo. I contenitori liberi potrebbero restituire spazi alla qualità ambientale, la cultura antica e l’ingegno contemporaneo.

Roma può diventare un centro internazionale di formazione e di ricerca sui saperi della città e della memoria, riprendendo il sentiero interrotto del “cozzo delle idee”. È anche un’opportunità economica. Grandi paesi in Asia e in Sudamerica investono nella tutela e nel restauro dei beni culturali provocando un'impennata nella domanda di formazione e di servizi. Un'offerta specializzata dell’Italia avrebbe il vantaggio competitivo del brand che viene dalla sua storia. E invece il ministero prosegue la svalutazione professionale di quel “metodo italiano” studiato in tutto il mondo e ideato dai Bianchi Bandinelli, Brandi e Argan. Prevale da tempo l'illusione stracciona di fare i soldi con il merchandising e i cocktail nei musei. Invece una ricca economia dei beni culturali può nascere solo sulla tutela, promuovendo prestigiose scuole internazionali e nuove imprese capaci di esportare in nostro sapere dell’antico.

Per fare alcuni esempi simbolici del passaggio dalla capitale burocratica alla città della conoscenza. Al posto di un ministero si potrebbe collocare la scuola internazionale di restauro, per attrarre non i cento studenti di oggi ma cento volte di più, che verrebbero a imparare il metodo italiano. L’antico ateneo di S. Ivo potrebbe essere liberato dagli uffici del Senato, un’altra battaglia di Cederna che oggi potrebbe realizzarsi con la revisione costituzionale, per realizzare proprio sotto la cupola del Borromini la moderna università della memoria come luogo di ricerca e di formazione dell'archivistica nella transizione al digitale, creando lavoro per i filologi, i paleografi, gli archivisti, insieme agli informatici, agli economisti e ai giuristi e agli esperti dell'open access.

Il secondo obiettivo, la rete dei trasporti, dovrebbe essere ripreso in connessione con la politica culturale. La realizzazione dell'Alta Velocità ha liberato dal traffico nazionale la vecchia linea tirrenica per Napoli, che potrebbe essere trasformata in una metropolitana regionale risolvendo anche il difficile problema di accessibilità al Parco dell'Appia. La stazioncina di Torricola, oggi abbandonata, potrebbe diventare la porta di accesso che consente ai cittadini e ai turisti di partire da Termini e in pochi minuti di treno trovarsi nei pressi della Regina Viarum, proseguendo a piedi con la più bella passeggiata al mondo. Una soluzione opposta a quella prospettata dalla società Autostrade che vorrebbe gestire l'arteria per farne il brand antico dell'autostrada, con ampio consenso nell'establishment politico-mediatico.
Il ritorno in città potrebbe avvenire tramite l'Archeotram, il geniale progetto di Insolera che prevede un itinerario tranviario di interesse archeologico realizzato con brevi aggiunte alla rete esistente. Dal Quo Vadis partirebbe un tratto nuovo che lungo la Circonvallazione Ostiense raggiungerebbe la Piramide Cestia, per poi proseguire verso il Celio, il Colosseo e la Domus Aurea, passando per San Clemente, fino alle Terme di Diocleziano e a Palazzo Massimo. Con piccoli investimenti si otterrebbe un percorso su ferro che collega quasi tutti i luoghi di Roma antica.

Verso est la nuova metro libera la vecchia ferrovia della Casilina che potrebbe essere trasformata in un moderno tram a servizio del parco Ad Duas Lauros di Centocelle. Insieme al ramo Prenestino che serve la Villa dei Gordiani scambierebbero al Pigneto con la metro C verso il Colosseo e i Fori. Si realizzerebbe una connessione tra l'archeologia della periferia e quella del Centro. Inoltre, con un'altra invenzione di Insolera, il tram-treno, si potrebbe collegare il parco dell'antica Gabi e la Villa Adriana con un servizio di trasporto di area metropolitana. Verso ovest la modernizzazione della Roma-Lido dovrebbe offrire un accesso dignitoso alla città antica di Ostia.

Si realizzerebbe una rete integrata di trasporto pubblico a servizio dell'intero patrimonio storico. Le opere dei contemporanei potrebbero confrontarsi almeno per l'ambizione politica con i capolavori degli antichi. I nuovi mezzi di trasporto offrirebbero un servizio di qualità per i visitatori e anche per i cittadini romani, sottraendo il turismo al pericolo di degrado e al contrario facendone un'occasione per innalzare la qualità del sistema urbano.

Il terzo obiettivo non ha bisogno di rielaborazioni perché coincide alla lettera del disegno di legge dell'89. Oggi, il triangolo archeologico e paesaggistico dell'Appia è l'unica eccezione dello sprawl . Quello che rimane dopo una devastazione secolare dell’agro è il possibile inizio di una Città Metropolitana di Roma, intesa non solo in termini amministrativi, ma come l'unica forma urbis che può avere ancora un senso su vasta scala.

È essenziale la continuità tra l’Appia e i Fori. Infatti c’è stata sempre una soprintendenza unica, almeno finché la saggezza ha governato i beni culturali. Oggi invece il decreto Franceschini spezza la tutela in due istituzioni diverse, con l’improntitudine di definirla una scelta olistica. Torniamo a chiedere in questa sede il ripensamento di un provvedimento che appare insensato.

7. La visione dei Fori
Bisogna tenere a mente la definizione ricorrente nei suoi articoli, dal Campidoglio ai piedi dei Castelli. Solo su questa scala si dispiega il significato urbanistico del progetto Fori.
La relazione al disegno di legge ne ricostruisce le origini lontane: dai primi scavi nel 1803 con il papa Pio VII, al 1887 quando venne perimetrata un’area vasta dal Campidoglio a San Sebastiano allo scopo di connettere i monumenti “per mezzo di passeggi e di pubblici giardini”, con la legge Baccelli approvata nell’ostilità di chi diceva “il popolo non cerca i monumenti, cerca lavoro”, forse un antenato di Tremonti. Quasi subito ci fu il primo ripensamento che portò allo stralcio dei Fori e poi ci vollero altri venti anni, ai tempi della giunta Nathan, per realizzare la Passeggiata Archeologica liberando il Celio e Caracalla da un “ammasso di depositi di stracci e di carbone, segherie, concerie e fabbriche di sapone”.  

Il duce realizzò lo stradone imperiale sventrando la collina Velia al fine di liberare la vista del Colosseo dal famoso balcone di piazza Venezia. Nel dopoguerra divenne più prosaicamente un collettore di traffico che portava le automobili in pieno centro. Ci volle l’allarme di Adriano La Regina sul pericolo di sfarinamento dei monumenti per suscitare la presa di coscienza nazionale e internazionale che portò ai provvedimenti della legge Biasini e all’idea del parco archeologico. Fu decisiva l’iniziativa di Cederna che promosse un appello di 240 intellettuali sul Corriere della Sera e trovò una formidabile risposta nel sindaco Petroselli, non solo come scelta urbanistica ma con l’immediata eliminazione della strada che attraversava il Foro. C’è una bellissima foto che racconta la festa di quella giornata: i volti dei due amici, Antonio e Italo, esprimono l'orgoglio delle battaglie condotte insieme e la fondata speranza di una nuova città.

Il progetto Fori fu inserito nella legge per Roma capitale approvata a larga maggioranza nel 1990 recependo la proposta del disegno di legge Cederna. Che bilancio se ne può fare trent’anni dopo? Non si può dire che non sia accaduto nulla, anzi c'è stato un saliscendi di iniziative che svela un rapporto inquieto tra la decisione e il progetto. È come uno spettro che si aggira sul destino della città. La politica ha paura sia di fare sia di non fare come si vede nella sequenza nevrotica degli eventi. Dopo il punto alto di Petroselli, la gestione ordinaria di Vetere, poi la ripresa inaspettata degli scavi a Nerva con il peggiore sindaco, Pietro Giubilo, e il rilancio senza convinzione strategica con la giunta di cui ero membro, poi l'ambigua narrazione di Veltroni con le ampolle di Fuksas, il vincolo ministeriale che proietta lo stradone nell'eternità, l'oblio con Alemanno e infine la banalizzazione di Marino, che ha ridotto tutto a uno schema viabilistico allarmando i disagi del traffico senza mobilitare le passioni culturali.

Soprattutto l'esito finale dimostra come il progetto Fori racchiuda in sé quella disarmonia tra alto e basso che abbiamo visto all'opera in tutta la vicenda moderna. Se non è una grande idea si riduce a una querelle sulle sezioni stradali. Non vive di mezze ragioni, si alimenta solo con una nuova visione di Roma.

Il Novecento lascia in eredità in quel luogo più che altrove una dialettica irrisolta tra il dittatore e l'archeologo. Prima la retorica imperiale dell'asse e poi grandi scavi ai margini senza approdare però ad una definitiva soluzione urbana. Se dopo tanti anni di rilevazioni e di studi abbiamo una ricca conoscenza dei fori di Traiano, di Augusto, di Nerva e del tempio della Pace, contro chi sosteneva che non c'era niente di nuovo da sapere, è merito delle battaglie di Cederna. Le ha vinte però solo in una dimensione della sua modernità, quella di archeologo, ma non quella di urbanista e di politico. Ecco il compito che lascia ai posteri, a partire dalla nuova conoscenza archeologica disegnare un progetto urbanistico e farne un progetto politico.

Oggi ci sono le condizioni pratiche per attuarlo. Nei suoi articoli la parola attuazione era sempre accompagnata dall'aggettivo graduale, perché sapeva bene che bisognava risolvere l'accessibilità e ci voleva la metropolitana. La linea C, infatti, è stata progettata per attuare il progetto Fori, secondo lo studio che lo stesso La Regina aveva commissionato negli anni ottanta a Leonardo Benevolo.[16] La realizzazione dell’infrastruttura di trasporto toglie argomenti a chi ha sempre drammatizzato il traffico per impedire il progetto. La funzione automobilistica può essere cancellata definitivamente, può essere archiviata come una breve parentesi, non tra le più esaltanti, della lunga storia di quel luogo. Possibile che l’epoca nostra non abbia altro di meglio di un flusso di traffico da trasmettere alle generazioni successive? Con la metro C si può realizzare la totale pedonalizzazione dell’area.

In essa svolge un ruolo strategico il tratto compreso tra il Colosseo e Largo Corrado Ricci. È un luogo paradossale, l’unico in cui si possa scavare in tranquillità pur trovandosi nel cuore dell’area archeologica. Infatti, quello che oggi vediamo come un viale era fino agli anni Trenta il sottosuolo della collina Velia ed è quindi privo di reperti. La versione originaria del progetto della linea C utilizzava questa opportunità disegnando sotto il viale e in connessione con la stazione Colosseo un grande foyer di ingresso al Parco dei Fori. I cittadini che escono dalla metropolitana trovano un grande ambiente di servizi e di accoglienza - oggi totalmente assenti e difficilmente realizzabili in superficie - e possono documentarsi sulla storia antica, vedere un filmato, utilizzare strumenti didattici per i bambini ecc., prima di entrare nell'area archeologica all'altezza del Foro della Pace Questa versione del progetto è stata abbandonata nel 2010 a favore di una soluzione di basso profilo che purtroppo verrà realizzata se non ci saranno ripensamenti: la preziosa area ipogea viene interamente bloccata dalle strutture tecnologiche della metropolitana, rendendo certo più facile la realizzazione della stazione, ma rinunciando per sempre alla possibilità di dare al Parco dei Fori una formidabile porta sotterranea di accesso.[17] In una dichiarazione congiunta del Sovrintendente Prosperetti e dell’assessore Caudo si è preso l’impegno a ripristinare il progetto originario. Speriamo davvero che la nuova amministrazione lo mantenga e si possa attuare l’idea di Benevolo.

E’ possibile tornare a passeggiare ai Fori ascoltando il rumore dei passi sul selciato, potendo alzare lo sguardo con lo stato d’animo riflessivo dei visitatori del Grand Tour – un’opera d’arte nell’opera d’arte come la definiva il nostro amico - in un luogo moderno e antico allo stesso tempo, completamente dedicato all’incontro delle persone tra loro e con la storia.

Roma non sarà mai davvero una città moderna finché non porterà a compimento la vicenda dei Fori. Non sarà davvero città internazionale finché non avrà l’ambizione di proporre al mondo un senso nuovo della Città Eterna. Non sarà autenticamente città storica se non riuscirà a creare una tensione creativa tra passato e futuro. Come in un percorso psicoanalitico la persona nuova emerge da una rielaborazione del proprio vissuto, così per una città storica la vera modernità consiste nel rielaborare l'antico.[18]
L'incertezza tra il fare e il non fare rivela che la decisione politica non riesce a misurarsi con la grandezza dell'idea e ne rimane schiacciata. Il parco dei Fori non è l'oggetto di una decisione, ma è un evento che crea il soggetto che decide. Chi lo realizzerà diventerà solo per questo un grande politico. Già fu così per Petroselli che da capo partito divenne un grande sindaco. E valse anche nelle passeggiate domenicali per i cittadini che diventavano più esigenti tra di loro e verso il buongoverno, come osservava con soddisfazione Cederna.

La rielaborazione dell'antico alimenta il riconoscimento tra i cittadini e verso la città. Il riconoscimento consiste nel vedere la città con uno sguardo nuovo. Vedere in senso greco è theorein cioè fare teoria, osservare le cose che ci circondano con una coscienza dell'occhio.[19] Vedere la città significa pensarla su nuovi fondamenti. Il progetto Fori è la visione di Roma del nuovo secolo.

La visione come riconoscimento è presente già nel primo scritto del giovane archeologo, Il Tempio sotto il melo, che contiene la più bella definizione della sua professione, tradita ma sempre amata: “.. il bello dell'archeologia è che la scoperta di un oggetto antico è un incontro semplice e immediato, come il risveglio di chi dormiva ancora perché dimenticato da noi, come ritrovare una cosa che ignoravamo d'aver perduta, ma che, appena ritrovata, sentiamo quanto ci era necessaria”.[20]

Si possono leggere i suoi articoli come arte del vedere.[21] Sia nella polemica sia nella proposta la forza argomentativa è sempre affidata a un'immagine imprevista. Come l'Appia dei gangster che rischia di diventare un rigagnolo di cemento, oppure la città Eternit, l’Hilton come unità di misura della speculazione, il foro di Cesare che sembra un crollo dello stradone oppure un errore di calcolo dei progettisti. E in positivo il verde urbano come un pieno che l'architetto Ernesto Rogers vedeva invece come un vuoto tanto da negare la pubblicazione dell'articolo del giovane urbanista su Casabella, oppure i Fori come meditazione sull'invidia del tempo.

Cederna ha insegnato che la visione è già una trasformazione. Ha ottenuto il cambiamento facendo vedere ciò che gli altri non vedevano. I giovani tecnologi con l'App-Cederna ci aiuteranno a visitare i luoghi salvati con la parola scritta. Benevolo gli diceva che era pigro, ma lui non ci stava, diceva non sono pigro sono lento. Se non avesse coltivato quella lenta determinazione della battaglia culturale, quella ripetizione indignata della commoratio l'Italia di oggi sarebbe peggiore di ieri. Eppure, se la civiltà dei moderni fosse stata la garanzia di tutela della civiltà antica, forse Antonio si sarebbe sentito sgravato del compito e avrebbe preferito dedicarsi alle sue passioni letterarie. Come dice il figlio Giuseppe aveva un'anima teatrale. In una Roma compiutamente moderna, forse, lo avremmo incontrato al Foro nei pressi del Tempio del Divo Giulio nei panni di Marco Antonio mentre recita l'orazione “Bruto è uomo d'onore”.


[1] Guermandi, Un italiano scomodo. Attualità e necessità di Antonio Cederna.
[2] De Lucia, ricordo in Archivio Cederna
[3] Seduta del 15 ottobre 1987
[4] Vandali in casa, p. 16
[5] Reportage del convegno dell’Inu del ’57, in Guermandi, p. 50
[6] Edoardo Salzano si chiede come mai un archeologo è diventato urbanista; sono infatti interessanti i nessi tra le diverse attitudini di Cederna, Guermandi, p. 59
[7] Il policentrismo è una retorica territoriale, non una mappa.
[8] Rinvio al mio "La Cometa e le sue code" Capitolium, Editore Coop, n. 2, Roma, 2004.
[9] Sulla figura astratta e la realtà scabrosa del Gra rinvio al mio "Utopie ed eterotopie dell'accessibilità" in Future GRA - a cura di R. Secchi, Prospettive, Roma, 2010.
[10] P. Della Seta, R. Della Seta, I suoli di Roma, Editori Riuniti.
[11] I. Insolera, Roma moderna, Einaudi, 1992.
[12] G. Simmel, Saggi sul paesaggio, Armando, p. 70.
[13] L. Quaroni, Immagine di Roma, Laterza.
[14] Sulle radici del riformismo lombardo si veda il discorso pronunciato in Campidoglio da Vittorio Emiliani a dieci anni dalla scomparsa.
[15] D. Maestosi - “Cederna: «Sindaco io? Grazie non ho l’età», in Il Messaggero del 29-1-1993.
[16] Soprintendenza Archeologica di Roma, Progetto Fori, 1984. Recente conferenza a Palazzo Venezia. Non basta una piccola connessione tra Colosseo e piazza Venezia, che possa essere sostituita da un tram secondo un bricolage in voga tra i politici inconsapevoli della pianificazione dei trasporti. La pedonalizzazione richiede un effetto sistema del trasporto pubblico nell’intera area storica che si può realizzare solo con la maglia delle tre metro – A, B e C – e la rete diffusa del tram.
[17] Rinvio al mio Non si piange su una città coloniale, GOWare, 2015.
[18] Non a caso Sigmund Freud sceglie Roma per dare una rappresentazione fisica delle psiche umana in Il disagio della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, p. 205.
[19] R. Sennett, La coscienza dell’occhio, Feltrinelli
[20] Guermandi, p. 229.
[21] I. Insolera, Saper vedere l'ambiente, De Luca.