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domenica 20 marzo 2016

“La nostra vita nel mirino, è caos in Turchia”

Intervista di Marco Ansaldo a Hakan Gunday. Sugli attentati «Siamo sotto shock, la gente non vuole neanche più sapere chi ci colpisce». Sull'accordo sui profughi:«ancora una volta una tragedia è diventata un affare. Su esseri umani. Ed entrambe le parti, Ue e la Turchia, lo giocano in modo matematico». La Repubblica, 20 marzo 2016 (m.p.r.)


«Stiamo sperimentando un caos totale. Negli ultimi 5 mesi abbiamo avuto 3 attentati ad Ankara e 37 morti solo nella bomba della scorsa settimana. Non abbiamo ancora avuto il tempo di capire ed eccoci qui a ragionare su questo nuovo atto terroristico. Uno shock assoluto». In Turchia c’è uno scrittore con cui riflettere su argomenti distinti come il terrorismo e i migranti, ed è Hakan Gunday. Lo scorso mese, nel tour in Italia per presentare il suo ultimo romanzo Ancòra (Marcos y Marcos), ha parlato a lungo della questione rifugiati, al centro del libro. E ora pure dell’accordo fra Europa e Turchia raggiunto venerdì a Bruxelles.

Uno shock assoluto?
«Sì, perché non sai più da dove arrivano gli attacchi. O meglio, non vuoi nemmeno più saperlo: se dall’Is, dal Pkk, dal Tak, o qualsiasi altra sigla. Pensi solo ai morti e ai feriti. È proprio questo il loro obiettivo: paralizzarci».

Lei oggi ha volato da Ankara a Istanbul, poli degli attacchi delle ultime ore. Quale atmosfera si respira nelle due città?
«La consapevolezza che nella nostra vita siamo diventati dei bersagli. Perché quello che sta accadendo è irrazionale. E non riesci nemmeno a pensare o agire».

Con quale prospettiva?
«Quella di poter capire che cosa succederà nei prossimi mesi: questa che viviamo è un’onda di terrore? E si fermerà? Oppure andrà avanti? Ci sentiamo totalmente vulnerabili. Dopo si potranno fare tutte le analisi. Ma ora c’è gente morta, ferita».

E cosa pensa dell’accordo sui profughi?
«Che ancora una volta una tragedia è diventata un affare, un mercanteggiamento. Su esseri umani. Ed entrambe le parti, Ue e la Turchia, lo giocano in modo matematico. Il fattore umano non sembra più contare».

Ma non è stato comunque meglio trovare un accordo?
«Questo patto mi ricorda l’intesa raggiunta fra Turchia e Germania Federale sugli emigranti nel 1961. Allora l’Europa aveva bisogno di lavoratori, oggi invece vuole limitarli».

E che cosa la infastidisce?
«Che la Turchia tratti su temi come l’ingresso nella Ue o la concessione dei visti, ma sulla pelle di chi? Di persone che cercano rifugio, legalmente o no. E quando hai le vite degli uomini nelle tue mani, allora fai il mercante. È tutto un grande teatro».

Un dramma, oppure una tragedia?
«Una tragedia, perché non si pensa alle persone singole, caso per caso, ma a loro solo come massa».
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