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martedì 8 marzo 2016

La Germania e la migrazione verso l'Europa


« Le ambiguità, le incertezze, gli errori di fondo e i mostri rinascenti che caratterizzano l’attuale situazione dell’Europa. L’unica alterativa per evitare il disastro: imparare dalla storia.La ricostruzione di un altro mondo del lavoro dovrebbe essere la priorità comune in un'Europa non miope. Altrimenti essa imploderà - nella migliore delle ipotesi»


Le ondate migratorie da sud al nord - sviluppato ed arricchitosi anche grazie allo sfruttamento di quel sud - sono un fenomeno per perdura ormai da decenni. Ha avuto la sua ultima impennata nel 2015, quando milioni di uomini, donne e bambini sono fuggiti dai territori resi inabitabili soprattutto in Siria, ma anche da altre zone medio-orientali e africane, da scenari di guerra oltre ventennali.

La maggior parte di questi profughi (l'86 %) si è fermata finora nei paesi limitrofi alle zone di guerra, tra la Turchia e il Pakistan, in attesa di una fine dei combattimenti, che sarebbe il migliore freno all'esodo. Attualmente il piccolo Libano accoglie il numero percentualmente più alto di profughi, il 25% della propria popolazione e tra i primi dieci paesi di accoglienza non figura nessun stato europeo. La Germania occupa il 50esimo posto nella lista del rapporto percentuale tra popolazione e migranti.

Solo la restante piccola parte, il 14% del totale, si spinge finora oltremare verso l'Europa. Fin quando gli sbarchi si riversavano soprattutto sulle coste italiane e spagnole i paesi ricchi del nord non se ne sono occupati, confidando nella tenuta degli accordi poco solidali di Dublino e dell'azione tutt’altro che umanitaria di Frontex. Ma da quando centinaia di migliaia si sono spinti attraverso la rotta dei Balcani fino alle frontiere austro-ungariche e davanti a quelle tedesche la Germania si é, per forza maggiore, dichiarata disponibile all'accoglienza.

Quando Angela Merkel aveva manifestato nel settembre del 2015 la sua intenzione di aprire le frontiere tedesche ai profughi dalla Siria (yes we can/wir schaffen das, ovvero: ce la facciamo) non ha specificato né il soggetto né il predicato di questa affermazione e ora ciò le si rivolge contro.

WeWir/noi è un soggetto plurale, collettivo, che rimanda al concetto di popolo, caro a coloro che hanno voluto unificare i tedeschi oltre 25 anni fa, ma che contiene anche la connotazione "comunità di popolo", cara all'ideologia nazista, a cui si ispirano oggi di nuovo non pochi xenofobi. È vero che molti volonterosi tedeschi si sono prestati ad aiutare i profughi nelle prime stazioni di accoglienza, le rispettive immagini televisive hanno girato il mondo, e la Cancelliera ha potuto rinfrescare di bontà la sua immagine offuscata dal suo inflessibile atteggiamento nella crisi greca. 

Ma i profughi dal sud avevano fatto irruzione in una Germania impreparata politicamente. Nonostante il dichiarato bisogno di circa 6 milioni. di nuova forza lavoro qualificata o qualificabile nel prossimo decennio, a causa del forte calo demografico tedesco, le resistenze contro l'idea che la Germania sia ormai un paese di immigrazione sono forti e crescono con l'aumento delle disegualianze economiche nella più ricca economia europea. Bastano poche scintille per riaccendere paure e roghi. Le vicende tuttora poco chiare del Capodanno a Colonia sono bastate a cambiare l'atteggiamento di gran parte dell'opinione pubblica e degli stessi partiti. Anche se giá prima, nel 2015, il numero dei reati da parte di cittadini e gruppi xenofobi contro gli immigrati ammontavano a ca. 1500, e un giorno sì e l'altro pure i notiziari riferiscono di roghi di abitazioni destinate ai profughi ed altre gravi aggressioni. Movimenti come Pegida e il nuovo partito euroscettico di estrema destra (AfD) crescono in tuto il paese, perché anche il centro si è spostato a destra.

Così la Cancelliera ha dovuto ridimensionare le sue aperture iniziali e chiede come altri anzitutto il rinforzo delle frontiere esterne dell'EU, spostando il peso maggiore sulla povera Grecia in cambio di qualche spicciolo, da dove respingere anzitutto i "non degni di protezione" (die "nicht schutzwürdigen") nella Turchia di Erdogan. La "Fortezza Europa" inizia nelle teste e i responsabili di simili decisioni sembrano ignorare anche la carta geografica delle isole greche. Ora i numeri di profughi che la Germania accoglierà saranno comunque rigidamente regolamentati e dovrebbero essere condivisi con gli altri membri dell'EU, che però non si sentono parte del "noi" invocato dalla Cancelliera e sono persino disposti a sacrificare i vantaggi di Schengen, innalzando nuove recinzioni. Angela Merkel ha difficoltà a pretendere dagli altri solidarietà europea dopo che la Germania ha condotto finora una politica economica secondo i propri interessi nazionali a breve termine e continua a non tenere conto di quelli europei di medio e lungo termine. Ed è proprio una lunga prospettiva a mancare oggi di fronte al fenomeno migratorio di dimensione secolare che viene affrontato solo come emergenza.

Attualmente girano il mondo almeno 60 milioni di profughi in cerca di un tetto e di un lavoro. Questo scenario andrebbe affrontato con un impegno finanziario almeno alla pari con quello messo in campo per il salvataggio delle banche. Quindi non pochi milioni alla Grecia e non 7 miliardi di Euro spalmati per anni alla Turchia, affinché tenga lontano dall' EU chi voglia viverci e lavorare. Ma decine e centinaia di miliardi per una vera politica di integrazione, formazione e qualificazione di tutti coloro che vorranno abitare l'Europa, se essa intende restare sullo scenario economico globale.
Accogliere altri 10 mio.di persone o più in un continente di 500 mio. non dovrebbe costituire un problema insolubile, se la sola Germania ha integrato nella propria ricostruzione economica durante il primo decennio del dopoguerra 12 mio. provenienti dall'Europa orientale. 

Una vera integrazione ė possibile solo attraverso l'inserimento in un contesto di lavoro ed è quello che cercano i profughi in Europa, e ora anzitutto in Germania. E non è sensato né morale voler distinguere tra chi fugge dalla guerra e chi da fame o sete. Tutta la storia dell'umanità è fatta di migrazioni per motivazioni economiche. La ricostruzione di un altro mondo del lavoro dovrebbe essere dunque la priorità comune in un'Europa non miope. Altrimenti essa imploderà - nella migliore delle ipotesi.
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