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lunedì 7 marzo 2016

I numeri dell’apparato

Flop del candidato di Renzi a Roma: alle primarie del PD ci è andato meno della metà di quelli che ci andarono per eleggere Marino. La Repubblica, 7 marzo 2016


A QUESTO punto l’errore più grave sarebbe gonfiare le cifre per abbellire la verità. Un po’ come il conto dei manifestanti a piazza San Giovanni o al Circo Massimo. Il rispetto verso i romani e anche verso se stessi impone invece ai dirigenti del Pd di accettare i dati reali delle primarie per quello che sono: l’evidenza di un sostanziale fallimento. Ha vinto Giachetti con una percentuale netta, ma non c’è granché da esultare. Calcoli non definitivi descrivono un’affluenza di circa il 50-60 per cento inferiore a quella di tre anni, quando il vincitore fu Ignazio Marino. Oggi siamo fra i 40 e i 50mila voti contro i 100mila ufficiali di allora (poi scesi a circa 94mila). In mezzo ci sono le spiegazioni del disastro: l’inchiesta sulla criminalità mafiosa, gli arresti, la rete del malaffare, la progressiva delegittimazione della giunta fino alla caduta del sindaco, il ricorso obbligato al commissario. Una città snervata e da troppo tempo priva di un’amministrazione efficiente, sullo sfondo di un centrosinistra che sulla carta rivendica la maggioranza relativa ma è roso dai suoi errori e dalla crisi come un albero aggredito dalle termiti.

Con tali premesse sarebbe davvero paradossale se i cittadini si fossero affrettati alle urne per scegliere un nome e un volto peraltro abbastanza sconosciuti. Qui è un’altra bizzarria del caso romano. Le primarie sono per eccellenza lo strumento che “personalizza” il messaggio politico e stabilisce un rapporto diretto, nel bene e nel male, fra l’elettore e il candidato. Occorrono personaggi solidi, capaci di comunicare in modo moderno e di conquistare l’attenzione dell’opinione pubblica. Viceversa a Roma non abbiamo avuto né i grandi comunicatori né i brillanti candidati e tanto meno l’opinione pubblica.

Quei 40-50mila voti - che potrebbero essere anche meno dopo le verifiche - hanno il sapore dell’apparato, di un mondo comunque legato al partito e pronto a rispondere alle sue esigenze. Il voto di opinione, in grado di testimoniare della vitalità di una proposta politica, a Roma è rimasto in larga misura a casa. Un segnale che è negativo in assoluto, ma lo è in modo particolare perché il test del Campidoglio coinvolge Renzi in prima persona. Vale a dire il premier-segretario che deve tutto alle primarie e che ha costruito le sue fortune sul rapporto diretto con gli elettori, al di là e al di sopra degli apparati. A Roma invece per cavarsi d’impaccio egli e i suoi hanno avuto bisogno proprio di quel poco di struttura partitica che ancora esiste, mentre l’opinione “renziana” è rimasta abbastanza indifferente al rito ormai logoro dei gazebo.

S’intende che non hanno torto Orfini e lo stesso Giachetti quando rivendicano i dati dell’affluenza, per quanto deludenti siano, contrapponendoli alle poche migliaia di “clic” elettronici con cui i Cinque Stelle scelgono i loro candidati. Eppure l’argomento, che pure ha una sua forza polemica da spendere in campagna elettorale, non basta a mascherare l’insuccesso. È meglio riconoscerlo con umiltà, senza pasticciare con le cifre, ammettendo che forse non si poteva fare di più dopo i peggiori tre anni nella storia della sinistra romana. Ciò non toglie che la mediocrità dello spettacolo offerto è stata al di sotto delle attese.

Nel momento in cui si trattava di recuperare la credibilità perduta ed era urgente trasmettere un messaggio chiaro, in grado di suggestionare e coinvolgere il sentimento collettivo intorno a un’idea della Capitale e della sua resurrezione, si è scelto di andare alle primarie nel segno del basso, anzi bassissimo profilo. Candidati che la gente conosceva poco e male, privi di vero fascino. Uomini di qualche esperienza amministrativa, anche positiva, e tuttavia incapaci di trasmettere una visione della città, privi di un programma che non si esaurisse in un elenco abbastanza ovvio di buone intenzioni. Come se non fosse in ballo il destino di una delle metropoli più importanti del pianeta.

La pochezza del dibattito emerso in queste settimane è l’anticipo, si può temere, di una contesa per il Campidoglio che rischia di essere altrettanto monotona, grigia e retorica. Giocata tra forze talmente poco convinte di sé - compresa l’alternativa grillina - da autorizzare i sospetti che in realtà nessuno o quasi voglia veramente vincere la disfida. Ma, se così fosse, la politica avrebbe abdicato ancora una volta e in modo clamoroso, diciamo senza precedenti, alle sue responsabilità. Sotto gli occhi del mondo. Perché quello che accade a Roma sembra interessare a tutti tranne che ai romani.