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giovedì 24 marzo 2016

«Hotspot come prigioni» L’Unhcr si autosospende

L'ONU resta una istituzione molto più seria dell'Europa dei governi. Loro hanno compreso subito, come tutte le persone ragionevoli, che proseguire nella politica dei respingimenti, e per di più affidarla all'incredibile Erdogan era ed è una follia. E si comportano di conseguenza. Il manifesto, 23 marzo 2016


L’accordo tra Unione europea e Turchia ha trasformato gli hotspot sulle isole greche in centri di detenzione per migranti, cosa che rende impossibile mantenere una presenza attiva al loro interno. Con queste motivazioni ieri l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ha annunciato la decisione di sospendere alcune delle attività svolte nelle strutture dove da domenica scorsa, giorno dell’entrata in vigore dell’accordo con Ankara, vengono ammassati uomini, donne e bambini in arrivo dalla Turchia.

Ad annunciare la decisione, che suona come una sconfessione del patto voluto a tutti i costi da Bruxelles a spese di quanti fuggono dalla guerra e dai tagliagole di Daesh, è stata ieri da Ginevra la portavoce dell’organizzazione Melissa Fleming, spiegando che ormai i centri si sono trasformati in prigioni per i migranti. Non si tratta però di un abbandono. Le attività sospese riguardano il trasporto dei profughi da e per gli hotspot e, in alcuni casi, la distribuzione di coperte e vestiti, ma il personale Onu resterà per vigilare sul rispetto dei diritti dei rifugiati e per fornire loro informazioni sulle procedure per la richiesta di asilo.

L’annuncio potrebbe essere solo il primo di una lunga serie. Dopo l’Unhcr, anche Save the Children, organizzazione che si occupa della tutela dei minori, ha infatti reso noto di voler riconsiderare il lavoro svolto negli hotspot mentre già lunedì l’Ofra, l’ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi, unico organismo autorizzato a riconoscere per la Francia lo status di rifugiato, aveva fatto sapere che non parteciperà all’applicazione dell’accordo siglato con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

Salutato come un successo meno di una settimana fa, il patto con Ankara rischia adesso di trasformarsi nell’ennesima dimostrazione dell’incapacità dell’Europa e dei suoi leader. Anche se è presto per tracciare dei bilanci, gli sbarchi di profughi sulle isole greche non sono diminuiti: 1.662 da domenica, 934 dei quali a Lesbo (242 ieri) e 830 a Chio. Tutte persone di fronte alle quali i funzionari greci, che stando a quanto stabilito dall’accordo dovrebbero esaminare in pochi giorni le richiesto di asilo, non sanno come comportarsi rallentando così le procedure. Per sbloccare la situazione Frontex ha chiesto agli stati europei di inviare personale in aiuto a quello greco. Almeno 1.500 poliziotti e 50 esperti in riammissioni e rimpatri, ma si tratta di numeri del tutto insufficienti.

A pagare le conseguenze di questa situazione sono ovviamente i migranti. Se gli sbarchi continueranno con il ritmo di questi giorni si rischia il sovraffollamento degli hotspot con conseguenze facilmente immaginabili. E non bisognerà neanche aspettare tanto. Nell’hotspot di Chios, ad esempio, che ha una capacità d 1.100 posti, ci sono già 1.050 persone. E la stessa cosa potrebbe accadere presto anche a Lesbo, Samos e Leros, le tre isole dove si trovano gli altri hotspot greci (il quinto, a Kos, ancora non è stato aperto). E’ chiaro che in queste condizioni garantire ai migranti non solo il rispetto dei loro diritti, ma almeno un trattamento decente diventa un’impresa.

Ma non è tutto. Lo stesso scopo per cui Bruxelles è scesa a patti con Ankara, cioè mettere fine agli arrivi in Europa, potrebbe non essere raggiunto. Ad affermarlo è un’analisi condotta dall’European policy center, tra i principali think tank di Bruxelles, secondo la quale bloccare la via dell’Egeo non farà altro che spingere i migranti nelle mani dei trafficanti. L’Epc punta il dito soprattutto contro il principio cosiddetto dell’«uno a uno», secondo il quale per ogni siriano rimandato in Turchia perché entrato in Europa in maniera irregolare, un altro siriano viene mandato dalla Turchia in Europa. «C’è una forte probabilità – scrive infatti l’Epc – che il ritorno dei migranti irregolari verso la Turchia e l’attuazione dello schema uno a uno motiverà migranti e trafficanti a utilizzare altre vie possibili». Quattro le nuove rotte possibili: dalla Turchia verso la Bulgaria, dalla Libia all’Italia, dall’Albania all’Italia e, infine, dal Marocco fino in Spagna. Rotte ancora più pericolose della traversata del mar Egeo, dove solo quest’anno hanno perso la vita 488 migranti. E gestite dalle organizzazioni criminali, a ulteriore dimostrazione dell’ipocrisia di Bruxelles quando afferma di voler togliere i profughi dalle mani dei trafficanti di uomini.
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