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giovedì 3 marzo 2016

Editoria. Soldi e potere

Quando il potere di un uomo sull'elettorato diviene amplissimo per l'intreccio delle armi del governo con quelle degli affari si tratta di egemonia o di dominio? La differenza è grande: coincide con quella tra democrazia e tirannia. Articoli di A. Fabozzi, M. Franco, M. Barocci, S. Feltri, C Tecce, il manifesto, il Fatto Quotidiano, 3 marzo 2016

Il manifesto
STAMPA E REPUBBLICA,
MATRIMONI IN FAMIGLIA
di Andrea Fabozzi

Editoria. Giro di valzer fra Caracciolo, De Benedetti e Agnelli L’Espresso incorpora la Stampa, Fca in fuga dai giornali, presto via anche da Rcs. Il nuovo gruppo controllerà un quinto del mercato dei quotidiani.

Annunciata ieri, l’incorporazione della Stampa nel gruppo Espresso sarà compiuta entro febbraio 2017, quando il giornale torinese raggiungerà i 150 anni di una storia vissuta quasi tutta nelle mani degli Agnelli - adesso in fuga dall’editoria italiana - e diventata grande nel dopoguerra grazie a un direttore che si chiamava Giulio De Benedetti. Arrivò a vendere 600mila copie al giorno. Oggi La Stampa sta sulle 170mila.

Carlo de Benedetti (altra famiglia), che è rimasto alla corte degli Agnelli solo per tre celebri mesi come amministratore delegato della Fiat, ha assunto il controllo di Repubblica che non sono ancora trent’anni, il giornale essendo stato fondato quaranta anni fa (appena festeggiati) da Eugenio Scalfari, che ha spostato la figlia di Giulio De Benedetti, e Carlo Caracciolo, che era il cognato di Gianni Agnelli. All’inizio degli anni Novanta, Repubblica riuscì a superare in vendite il Corriere della Sera con oltre 700mila copie quotidiane. Oggi non arriva a 300mila.

C’è la grande storia dei giornali e delle famiglie editoriali italiane, ma anche la sofferente attualità del mercato dei quotidiani dietro questo primo esempio di aggregazione nel settore. Che riguarda anche il più piccolo Secolo XIX, che oggi vende sulle 45mila copie ma ad aprile festeggerà i suoi 130 anni.

Il risiko non finisce qui, perché con l’occasione John Elkann ha spiegato che Fca cederà anche la quota del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, di cui è il primo azionista (ruolo che passa a Della Valle).

Alla fine del giro, la Exor (la finanziaria degli Agnelli) si troverà con in mano appena il 5% del nuovo gruppo egemonizzato con il 43% da Carlo de Benedetti (e per lui dal figlio Rodolfo e dall’amministratrice delegata Monica Mondarini). Ma è già chiaro che anche quel 5% verrà affidato alla Cir attraverso un patto di sindacato, magari assieme all’altro 5% rimasto nelle mani della famiglia Perrone, editori storici del Secolo. Il patto di sindacato controllerebbe così il 51% del nuovo gruppo che nelle parole di Elkann «sarà solido e integrato come Springerin Germania e News corporation negli Stati uniti». Due famiglie (i Murdoch per News corp.) concentrate sull’editoria. Gli Agnelli, con Marchionne, d’ora in avanti faranno altro: automobili e assicurazioni.

Editoria solo all’estero, Exor è infatti il primo azionista dell’Economist.

«Sono particolarmente felice di unire i nostri destini editoriali a una testata come Repubblica, il giornale che il mio prozio Carlo Caracciolo contribuì a fondare», ha scritto Elkann ai dipendenti del gruppo Ital press, nato poco più di un anno fa dalla concentrazione tra La Stampa e Il Secolo XIX.

Il legame storico tra i due giornali ha trovato conferma negli anni nelle decisioni di Carlo de Benedetti. L’ingegnere, torinese di nascita, per la scelta dei direttori di Repubblica si è sempre rivolto alla Stampa. Dopo Scalfari, arrivò Ezio Mauro, consigliato e accompagnato a Roma dall’avvocato Agnelli, e dopo Mauro Mario Calabresi, tornato a Repubblica da poco più di un mese e ritenuto pedina fondamentale dell’accordo ufficializzato ieri.

Secondo i comunicati ufficiali, il nuovo gruppo controllerà un quinto del mercato dei quotidiani in Italia, avrà una posizione di leadership nell’informazione online (ma nel gruppo Espresso oltre all’omonimo settimanale ci sono anche radio e tv) e mette insieme «un fatturato di 750 milioni di euro e la redditività più alta del settore».

Nella famiglia di Repubblica ci sono anche diciassette quotidiani locali diffusi in tutta Italia, a eccezione proprio del Nord ovest presidiato dalla Stampa e dal Secolo. Sul memorandum di accordo ufficializzato ieri dovrà esprimersi nei prossimi mesi l’Antitrust.

Intanto i protagonisti della fusione assicurano che «le testate manterranno piena indipendenza editoriale». Una formula che non esclude l’ipotesi di una vendita dei quotidiani in abbinamento in Piemonte e in Liguria, anche se non è questa la strategia seguita fin’ora da Repubblica.

Ma accanto alle preoccupazioni per le conseguenze della concentrazione in termini di concorrenza e pluralismo informativo, nelle prime ore si fanno avanti le paure del sindacato dei giornalisti per l’impatto sull’occupazione. L’enfasi dei comunicati sulla redditività non può far dimenticare che negli ultimi due anni tanto il gruppo Espresso quanto La Stampa hanno dovuto ricorrere allo stato di crisi per tagliare le redazioni.

Il manifesto
L’EDICOLA IN MANO AL GOVERNO
PIÙ FONDI AI GIORNALI LOCALI
E PIÙ VENDI PIÙ TI PAGANO
di Matteo Bartocci

Editoria. La camera approva la riforma dei contributi: incentivi alla stampa locale e al web. Poche luci e molte ombre nella legge delega targata Pd. Tutto rinviato ai decreti attuativi. Palazzo Chigi deciderà in solitudine i criteri di accesso per le testate e riforma delle pensioni dei giornalisti e del loro ordine

La camera ha approvato ieri la riforma dell’editoria. La legge delega il governo a ridefinire i contributi diretti alla stampa e alle radio, a riformare l’ordine dei giornalisti, a innalzare l’età pensionabile dei cronisti e restringere le possibilità degli stati di crisi delle imprese editoriali. 292 sì (la maggioranza più Sel), 113 no (Fi e M5S), 29 astenuti (Lega). La legge passa al senato.

Politicamente il grande sconfitto di ieri è il Movimento 5 Stelle, che di fatto è nato sull’abolizione del sostegno pubblico al pluralismo ma una volta entrato nella «scatoletta di tonno» è finito subito in fuori gioco, ripiegando su slogan pieni di errori e superficialità. Basta andarsi a rileggere la dichiarazione di voto in aula di Giuseppe Brescia. Eppure proprio chi ha a cuore la libera informazione non può non cogliere il filo rosso tra le grandi manovre editoriali in atto tra gruppi privati e le mosse pubbliche del governo sul resto dell’editoria.

Il caso «Mondazzoli» insegna.

Perché la riforma approvata ieri alla camera è solo in apparenza una misura di sostegno alla stampa. In realtà è una bomba a orologeria destinata a esplodere nel momento più opportuno in modi diversi. Sotto il pelo dell’acqua sono in corso da tempo ristrutturazioni industriali inimmaginabili fino a poco tempo fa. La filiera delle notizie (stampa, logistica, distribuzione, raccolta pubblicitaria e vendita in edicola) si accorcia sempre di più, fino ad arrivare a un oligopolio che sembra ormai un monopolio di fatto, come nel più vasto campo librario e culturale.

La riforma (che unisce due proposte di Pd e Sel) è una delega che lascerà al governo ampi margini di intervento con i decreti attuativi. E’ una novità assoluta questa per l’informazione. Il parlamento si è arreso prima di iniziare, rarissimo caso di sintonia totale tra deputati del Pd e Palazzo Chigi (e Ragioneria dello stato). Nel merito, la legge raccoglie alcune buone proposte del mondo dell’informazione in cooperativa e non-profit. Il «fondo per il pluralismo» è una richiesta storica del movimento.

A regime, questa «scatola» finanziaria che adesso viene istituita presso il Mef (non più a Palazzo Chigi) raccoglierà tutti i vari capitoli di spesa per l’informazione: quello per le radio del Mise (48 milioni), quello per i giornali di Palazzo Chigi (14 mln), fino a 100 milioni del canone Rai per il triennio 2016–2018, lo 0,1% dei fatturati pubblicitari delle grandi imprese. Che già strepitano, anche se facendo di conto lo 0,1% di 7 miliardi (a tanto ammonta questa quota nel Sic 2014 calcolato dall’Agcom) è 7 milioni. Pochi giorni fa Google da sola ha regalato a 8 editori italiani 1,5 milioni nell’ambito della sua Digital News Initiative.

Stabilita la torta futura, resta il problema, gravissimo, di quest’anno di limbo, dove come ricordava Vincenzo Vita sul manifesto, i fondi previsti sono meno di 20 milioni senza che nulla abbia detto il governo in tutto l’iter a Montecitorio.

E’ però sui criteri di ammissione che la riforma dimostra di vederci benissimo.

Niente più contributi diretti ai giornali di partito come l’Unità (Renzi l’aveva promesso), a quelli sindacali (Conquiste del lavoro della Cisl), a testate controllate da società quotate in borsa (Italia Oggi), «salvi» per tre anni i giornali controllati da fondazioni (Avvenire). Via anche, ed è qui il busillis, ogni distinzione tra quotidiani locali e nazionali. Come se fosse uguale vendere un giornale da Aosta a Otranto o in cinque province. Su questo punto il Pd è stato irremovibile (favorevoli anche i Cinquestelle).

Con una misteriosa ulteriore asticella del 30% del venduto sulle copie portate in edicola (oggi è il 25%) approvata ieri mattina in un’aula semideserta su proposta del relatore Rampi del Pd senza dibattito né motivazione. Inaspriti anche tetti e limiti al contributo: non potrà superare il 50% dei ricavi netti e più vendi più vieni rimborsato dallo stato.

L’idea «culturale» dietro alla riforma sembra questa: più sostegno ai quotidiani locali (decisivi per tutte le forze politiche), accompagnamento all’uscita digitale dalle edicole per i pochi giornali nazionali indipendenti rimasti. Non a caso, la delega prevede forti incentivi per il passaggio al web.

Su questo fronte la riforma allarga le maglie di accesso: due anni invece di 3 prima di entrare, con l’obbligo per le testate on line di impiegare giornalisti professionisti e offrire «articoli informativi originali» a «utenti unici effettivi». Se tutto questo impedirà le truffe avvenute in passato sui giornali di carta resta da vedere. Prevista anche una delega in bianco sulla riforma delle pensioni dei giornalisti e del loro ordine.

Dulcis in fundo, tutte le testate che ricevono i contributi non possono ospitare pubblicità «lesiva dell’immagine e del corpo della donna». Come il governo attuerà e vigilerà su questo principio sarà tutto da scoprire.


Il Fatto Quotidiano
E LA CAMERA REGALA
 L'EDITORIA AL GOVERNO

di Marco Franchi

La Camera ha detto sì. Manca ancora il via libera del Senato e poi il governo potrà ridisegnare su delega del Parlamento l’intera legislazione sui contributi all’editoria, volgarmente detti “soldi ai giornali”. A garanzia del pluralismo, per carità, ma comunque una discreta leva di condizionamento per la stampa. Il ddl approvato a Montecitorio, proposto dal Pd, prevede l’istituzione di un Fondo unico sul tema che raggruppi i diversi finanziamenti esistenti e ne aggiunga di nuovi: sarà poi la Presidenza del Consiglio a decidere come ripartire i fondi con un decreto tenendo conto di alcune caratteristiche (esclusi, per dire, i giornali di partiti o sindacati). Facendo un po’ di conti, parliamo di una cifra non piccola. 

Il fondo dei contributi diretti che vanno a quotidiani (Avvenire, Italia Oggi, Il Foglio, il manifesto, etc) e periodici l’anno scorso valeva poco meno di 50 milioni, cui almeno per quest’anno vanno aggiunti i fondi per l’innovazione (40 milioni l’anno), che poi sono serviti in tre anni a pagare i prepensionamenti dei grandi gruppi editoriali (Corriere, Repubblica, Sole, Messaggero, etc). C’è poi l’ultimo aggiornamento una tantum: 6,5 milioni deliberati a gennaio per pagare contratti di solidarietà, cassa integrazione, sgravi per le assunzioni e nuovi investimenti nel digitale del 2015. 

Tutto quel che si muoverà in tema di editoria cartacea confluirà nel nuovo Fondo unico, che avrà però anche altri affluenti visto che dovrà occuparsi pure di radio e tv locali, settore sostenuto dal governo nel 2015 con 45 milioni di euro. Al Fondo andranno pure, tra il 2016 e il 2018, quota parte (fino a un massimo di 100 milioni) delle eventuali maggiori entrate derivanti dal canone Rai in bolletta e una tassa dello 0,1% sul reddito complessivo delle concessionarie di pubblicità. Queste ultime due entrate straordinarie - spiegano fonti del settore - saranno probabilmente funzionali al prolungamento dei prepensionamenti straordinari: in pratica i grandi gruppi continueranno a ristrutturarsi a spese dei contribuenti. Anche questa materia, peraltro, è delegata al governo: sarà Palazzo Chigi a “ridefinire i requisiti di anzianità anagrafica e contributiva per l’accesso ai trattamenti di vecchiaia anticipata e delle procedure per il riconoscimento dello stato di crisi delle imprese editrici ai fini dell’accesso ai prepensionamenti”. Previsione inutile se finissero nel 2016. 

Il disegno di legge si occupa anche di molto altro, persino della parità di trattamento in edicola, delegando anche qui al governo, e pure della riforma delle competenze e della composizione del Consiglio del l’Ordine dei giornalisti (che passerà da oltre cento membri a 36 consiglieri). Qu est ’u lti ma previsione, in particolare, sta facendo litigare gli interessati. Il presidente nazionale Enzo Iacopino la tocca piano: “Gli editori possono brindare assieme ai loro complici di mille misfatti”. Il no pasaran di Iacopino, però, si trova a dover fare i conti con una nota ufficiale in cui ben 12 presidenti degli Ordini regionali applaudono la riforma del governo.


Il Fatto Quotidiano
DOPO “LA STAMPUBBLICA”
SI CERCA DI SALVARE IL CORRIERE
di Stefano Feltri e Carlo Tecce


In un giorno finisce il secolo lungo della stampa italiana e la Fiat lascia l’editoria: il Gruppo Espresso annuncia l’incorporazione di ItEdi, la holding che controlla La Stampa e Secolo XIX. Fca (Fiat Chrysler) subito dopo comunica che distribuirà ai soci la sua partecipazione nell’Rcs-Corriere della Sera, il 16 per cento. La holding di famiglia Exor, presieduta sempre da John Elkann, venderà sul mercato quel 5 per cento circa che le spetterà. Tutto come annunciato ieri dal Fatto Quotidiano. La scelta della Fiat è coerente “con la decisione di concentrarsi nelle attività automobilistiche”. Elkann è andato nella redazione de La Stampa, collegato con il Secolo a Genova, per spiegare la svolta anticipata dal passaggio di Mario Calabresi dalla direzione de La Stampa a quella di Repubblica

Dal lato del Gruppo Espresso lo schema è chiaro: entro l’inizio del 2017, l’Exor di Elkann avrà il 5 per cento circa del Gruppo Espresso, la Cir di Rodolfo De Benedetti il 40. Tenuto coperto fino all’ultimo minuto, si scopre ora che ci sarà anche un patto di sindacato a legare le due famiglie (decisioni concordate). Su entrambi i fronti si sottolinea il passaggio generazionale e la sintonia tra i due eredi delle dinastie, ma l’equilibrio sarà comunque delicato: in base alle quote societarie comanda di gran lunga la Cir di Rodolfo De Benedetti, che però in questi anni è sempre stato un passo dietro il padre Carlo nelle scelte editoriali, assorbito da altri business del gruppo come la sfortunata Sorgenia (energia). Mentre John arriva nell’alleanza da editore globale: siede nel board della News Corp di Rupert Murdoch, è azionista di peso del settimanale The Economist

De Benedetti ci mette i soldi, Elkann le idee, ma ci sarà tempo per capire se può funzionare perché, dicono tutti, l’alleanza è “di lungo periodo”. Dal lato del Corriere della Sera , invece, tutto è più incerto. Dopo aver incassato 127,5 milioni da Mondadori per la cessione del ramo libri, la Rcs sta trattando con le banche per rendere più sostenibile il debito da 350 milioni, mentre continua a cedere pezzi del gruppo non strategici (le radio, la spagnola Veo Tv). C’è un ambizioso piano industriale per evitare un altro aumento di capitale da 200 milioni nel 2017. Ma l’assetto proprietario nel dopo-Fiat è ancora tutto da definire. 

È circolata l’ipotesi di una fusione Corriere-Sole 24 Ore: l’idea era stata lanciata un paio di anni fa dal presidente di Techint Gianfelice Rocca, a capo della potente Assolombarda. Ma nel frattempo le condizioni dei due gruppi sono cambiate: sempre più complessa quella del Corriere, in ripresa quella del Sole che nelle prossime settimane dovrebbe annunciare il ritorno in positivo del margine operativo lordo, cioè crea cassa invece di bruciarla, grazie al l’aggressiva strategia di crescita sul digitale sostenuta dal direttore Roberto Napoletano. L’idea della fusione, smentita ufficialmente da Techint il 19 febbraio, viene fatta circolare ora dai nemici di Rocca nella campagna elettorale per la presidenza di Confindustria allo scopo di spaventare gli industriali che appoggiano Alberto Vacchi, il candidato di Rocca. Il controllo del Sole è rimasto una delle poche declinazioni concrete del potere del presidente, la fusione col Corriere finirebbe per diluire l’influenza (e la presa sugli eventuali dividendi). Rocca è stato sondato nei mesi scorsi anche come “cavaliere bianco” per costruire un nuovo equilibrio in Rcs. Ma in Techint Rocca è presidente, non può deliberare in autonomia e il resto della famiglia, a cominciare dal fratello Paolo, è poco entusiasta di impegnarsi in Rcs. 

L’uscita di John Elkann lascia campo libero ai suoi storici oppositori in Rcs: l’editore di La7 Urbano Cairo e l’imprenditore Diego Della Valle che è tornato di gran fretta in Italia, a Milano. In passato, entrambi non hanno mai avuto forza e voglia di svenarsi per comandare davvero su Rcs, ma senza la Fiat lo scenario è più fluido. Per Cairo e Della Valle l’investimento finanziario potrebbe essere alleggerito con la cessione della Gazzetta dello Sport a Infront o alla sua controllante Wanda, il gigante della gestione dei diritti sportivi. I dossier sull’operazione sono già pronti. 

L’ultimo protagonista che potrebbe intervenire è Lorenzo Pellicioli, che gestisce l’impero della famiglia De Agostini-Drago: in asse con Mediobanca, avrebbe le risorse per riempire il vuoto lasciato da Fcs nel capitale. Ipotesi estrema. Ma già smentisce. Tutti fermi: cosa succede? Rcs avrà quasi la struttura di una public company, priva di un socio di riferimento, per la prima volta. Se Laura Cioli, l’amministratore delegato, non riuscisse a rispettare il piano industriale di rilancio, prima o poi toccherà alle banche convertire in azioni i propri crediti milionari. Timori. Speranze. Per adesso, c’è tanta solitudine in via Solferino.
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