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mercoledì 9 marzo 2016

Battaglia in acqua contro le Grandi opere

«È l’8 marzo dei movimenti che difendono i territori dal business cannibale delle Grandi Opere e sventolano anche l’arcobaleno della pace». articoli di Roberta De Rossi, Ernesto Milanesi, Carlo Mion, la Nuova Venezia e il  manifesto, 9 marzo 2016 (m.p.r.)



La Nuova Venezia
TRE ORE DI MANIFESTAZIONE
FRA TERRA E MARE
di Roberta De Rossi 


Venezia. Un’ora di “battaglia navale” davanti a Punta della Dogana, tra i manifestanti in barca (determinati nel cercare di raggiungere piazza San Marco) e le forze dell’ordine in motovedetta e moto d’acqua (determinate, parte loro, a respingerli con gli idranti). O - per meglio dire - un’ora di scaramucce messe in preventivo da entrambe le parti, anche se qualche incrocio e qualche manovra in retromarcia alla cieca hanno rischiato di rovesciare un paio di barchini, nei momenti più caldi della protesta. È stato questo il cuore della manifestazione contro le grandi opere pubbliche, che ha richiamato ieri a Venezia No GrandiNavi, No Tav, No Trivelle, studenti in arrivo dal Veneto e tutt’Italia, con un paio di pullman dalle Marche contro le trivelle e una cinquantina di persone partite nella notte dalla Val di Susa e dal Piemonte per protestare contro i treni Ad alta velocità, in occasione del vertice Renzi-Hollande ospitato ieri in palazzo Ducale: erano annunciati in cinquecento e forse sono stati alla fine anche di più, nonostante la pioggia battente, che non ha mollato la presa per tutta la durata della manifestazione. 

Appuntamento per tutti alle 10 nel piazzale della stazione di Santa Lucia, per un corteo “da tera e da mar”: a piedi lungo un tortuoso percorso fino in campo Santa Margherita e poi San Basilio e le Zattere; e in barca, a bordo di una quindicina di topi e topette prese a noleggio, che hanno seguito il corteo attraverso i canali, al ritmo di slogan contro le grandi opere e musica. A scortarli, centinaia tra vigili urbani, carabinieri e poliziotti in tenuta antisommossa. 

Per chi ne ha viste altre di manifestazioni No Grandi Navi di studenti, ambientalisti e centri sociali, ieri non c’è mai stata vera tensione, ma una sorta di gioco tra le parti. Questa volta, la Questura non ha chiamato l’elicottero della Polizia, che in una precedente protesta contro le navi da crociera in laguna - fermandosi in aria a poche decine di metri dall’acqua - aveva sì messo in serio pericolo le persone in barca. Ieri, per poco più di un’ora, c’è stato invece un susseguirsi di tentativi da parte delle barche dei manifestanti (una quindicina) di passare il blocco di motovedette, moto d’acqua, imbarcazioni delle forze dell’ordine grandi e piccole (una ventina, poco più), impegnate invece a respingere i tentativi di sfondamento con l’acqua degli idranti (per altro, in una giornata alquanto fredda) e con inseguimenti, mentre da terra, i manifestanti sostenevano i compagni, con grida e slogan. 

Qualche momento di tensione si è registrato quando nel corso di alcuni tentativi di “arrembaggio”, le manovre dei mezzi si sono fatte più veloci, con onde improvvise e alcuni speronamenti in retromarcia: ma alla fine, non è accaduto nulla di grave. Obiettivo dichiarato dai manifestanti: marcare il territorio e far “durare” la protesta più a lungo del termine delle 13, dato come tassativo dalla Questura per sciogliere il corteo. E così è stato: la protesta è durata fino alle 13.20, poi i manifestanti hanno fatto ritorno a piedi e in barca verso la stazione.



Il manifesto
«BATTAGLIA NAVALE»
NELLA ZONA ROSSA DI SAN MARCO
CONTRO LE GRANDI OPERE

di Ernesto Milanesi

Un migliaio in corteo, sotto la pioggia per oltre due ore, dalla stazione ferroviaria di santa Lucia fino a punta della Dogana (e ritorno). Una ventina di barche a misurarsi con gli idranti e gli speronamenti delle forze dell’ordine nella «zona rossa» in bacino san Marco. È l’8 marzo dei movimenti che difendono i territori dal business cannibale delle Grandi Opere, sventolano anche l’arcobaleno della pace nella città di Valeria Solesin e promettono al premier un’altra «battaglia navale» fra scuole e università. A Venezia sono arrivati i resistenti della Val Susa, a beneficio di Wu Ming 1 che prende appunti multimediali. Tocca a loro cantare in testa alla manifestazione, come far da ospiti d’onore delle imbarcazioni «armate» di fumogeni e copertoni d’auto.

Ma per Renzi & Hollande a palazzo Ducale si sono mobilitati da tutt’Italia: Stop Biocidio di Napoli, No Ombrina dall’Abruzzo, Kein Bbt dal Trentino, No Muos dalla Sicilia. È l’alternativa «dal basso» alla devastazione di cemento, asfalto, trivelle, produzione di morte. Ma insieme rappresenta la democrazia diretta che s’incarna nei referendum, come nelle lotte sociali o nelle «missioni a braccia aperte» lungo i confini dell’Europa con i muri di filo spinato.

Nella delegazione dei centri sociali delle Marche spicca Karim Franceschi, il combattente di Kobane. E sotto gli ombrelli marciano Arnaldo Cestaro, classe 1939, massacrato alla scuola Diaz di Genova, e il piccolissimo figlio nel marsupio di una delle donne dietro lo striscione di Vicenza, stritolata dal cemento della nuova base Usa come dai progetti dell’alta velocità ferroviaria. In coda centinaia di studenti con i cori anti-Renzi, le bandiere rosse, il sound system.

Il corteo si snoda dai Tolentini a campo Santa Margherita, fino a San Basilio e alle Zattere, sempre accompagnato da quello par màr che attraverso rii e ponti deve guadagnare lo specchio di laguna letteralmente blindato fin dall’alba. È lì che poco dopo mezzogiorno scatta l’ingaggio. Motovedette della polizia e gli idranti della Guardia di finanza vanno all’assalto dei natanti da diporto. I «pirati» tentano una, due, tre volte di violare la zona off limits davanti a piazza San Marco. Ma vengono speronati, bersagliati dai cannoni idrici e, in un caso, a bordo si resta senza timone.

Inutile il cambio di «equipaggi» a punta della Dogana: scendono fradici di pioggia, idranti e onde sollevate dalle moto d’acqua dei poliziotti; sale a bordo gente nuova e più asciutta. Diventa una «battaglia navale« con i fumogeni rossi che accompagnano gli slogan dei piemontesi e dei veneziani all’indirizzo dei «filibustieri» in divisa. Dura circa un’ora senza che nessuno si faccia davvero male, finché a terra si decide di abbandonare il presidio e in acqua di mettere la prua verso il canale della Giudecca. Ma almeno il summit numero 33 italo-francese non si esaurisce nel cerimoniale istituzionale contemplato dalle agende presidenziali. Tanto più che la «vertenza Lione-Torino» (progetto 1992) è approdata ieri pomeriggio in Senato: protagonisti dell’audizione in commissione lavori pubblici i sindaci e i tecnici della Val Susa. In parallelo, è partita la «tempesta elettronica» con le dieci domande sulla Tav spedite a raffica via e mail ai vertici dei due governi.

A Venezia, invece, il «doge Gigi» non ha perso l’occasione di imbastire la sua personale vetrina con il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti. Il sindaco fucsia Brugnaro fa sapere di aver discusso delle bonifiche a Marghera, del futuro del Mose e della rotta alternativa per le città galleggianti dei croceristi. Peccato che manchino le risorse indispensabili al «marginamento» in sicurezza dell’ex area industriale dei veleni, mentre la Corte dei Conti sta per presentare un conto da 5,2 milioni di euro a Giancarlo Galan per i danni d’immagine subiti dalla Regione nello scandalo che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova.

Sul fronte delle Grandi Navi, l’iniziativa più concreta è di Cesare De Piccoli (ex viceministro dei trasporti nel governo Prodi): con Dp Consulting srl e Duferco Italia Holding spa ha appena presentato il progetto «Venis Cruise 2.0» con il nuovo terminal crocieristico alla bocca di porto del Lido. La proposta del vecchio leader della Quercia veneziana fa il paio con la lettera aperta che la nuova segretaria comunale del Pd Maria Teresa Menotto ha «spedito» a Renzi, sollecitandolo proprio a fermare le mega-crociere fuori dalla laguna.



La Nuova Venezia
IN PUNTA DELLA DOGANA 
È BATTAGLIA NAVALE
di Carlo Mion 

Venezia. L’acqua arriva da ogni dove. Acqua salsa giù per la schiena, in bocca mentre inginocchiati sul fondo del “topo” da trasporto si cerca riparo. Gli idranti che mirano alle barche dei manifestanti hanno gioco facile dall’alto delle imbarcazione, dove sono sistemati. È un gioco da ragazzi puntare e colpire le piccole imbarcazioni. Se non basta l’acqua dall’alto, complice anche la pioggia, ecco quella che arriva dai lati “sparata” dalle moto d’acqua della polizia che con veloci gimkane creano uno tsunami di onde. 

Così, per un’ora, dalle 12 alle 13 di ieri, si consuma la “battaglia navale” di Punta della Dogana. Da una parte una trentina di barche di manifestanti “No Grandi Navi” e “No Tav” cercano di raggiungere la “zona rossa” del vertice italo-francese, dall’altra polizia e guardia di finanza che con piccole e grosse imbarcazioni bloccano i tentativi di arrembaggio dei “pirati”. E sulla riva delle Zattere e di Punta della Dogana gli altri manifestanti a fare il tifo per i “pirati”. Alla fine i manifestanti non sono passati, ci hanno provato in tutti i modi. Ma poi il buonsenso ha prevalso e quindi non si contano feriti, mentre la polizia scientifica sta ultimando di identificare i “pirati”. 

Il corteo di barche, come quello di terra, si è messo in movimento dalla stazione di Santa Lucia. I copertoni di auto, sistemati a prua delle piccole imbarcazioni, fanno intendere che ci sarà il tentativo di forzare il blocco “navale” a Punta della Dogana. Del resto è nel Dna di questi manifestanti l’intolleranza ai luoghi off limits. Comunque il corteo è variopinto e percorre canali poco conosciuti ai più. Luoghi nascosti che regalano immagini suggestive. Tutto comincia a complicarsi quando si arriva in canale della Giudecca. Qui le onde fanno ballare e chi non è abituato si trova a disagio. Non è semplice rimanere in piedi e godersi le rive. Quando tutte le barche escono in canale, vengono ordinate una accanto all’altra. Il colpo d’occhio è forte. Nel suo piccolo si tratta di una “grande armada”. 

Il blocco di imbarcazioni procede unito, mentre da riva arrivano i primi incitamenti. Già la testa del corteo si è sistemata in Punta della Dogana. Il capitano del “topo” avverte di tenere le mani all’interno del bordo barca. Qualcuno capisce altri si chiedono perché. Pochi minuti e lo capiranno. La “grande armada” prosegue in testa alla quale c’è Tommaso Cacciari. Le imbarcazioni di polizia e guardia di finanza si fanno sempre più vicine. Aumentano le onde. Partono le prime imprecazioni dei manifestanti. Lo slang veneziano, usato per gli epiteti, viene usato alla sua massima potenza. Le moto d’acqua iniziano a “sparare” l’acqua della laguna dentro alle barche. I primi “caduti” sono ospiti della Val Susa che si ritrovano inzuppati dalla testa ai piedi. Le barche dei “pirati” si fanno sempre più insistenti nel tentativo di forzare il blocco voluto dal Questore Angelo Sanna.

Dalle imbarcazioni di guardia di finanza e polizia iniziano a sparare con gli idranti acqua pescata in bacino. A questo punto nessuno viene risparmiato. Un primo tentativo di andare oltre la linea di Punta della Dogana è fallito. Ancora qualche scaramuccia mentre tatticamente i “pirati” indietreggiano. Ci scappano delle piccole collisioni senza conseguenze. Inevitabile in mezzo alla confusione che si è creata con barche che fanno manovra in una “piscina”. I “pirati” indietreggiano e si riorganizzano. Nuovamente una accanto all’altra le barche muovono all’assalto del blocco navale. A questo punto dagli idranti l’acqua arriva più abbondante di prima. Alcune imbarcazioni vengono prese di mira non solo da due idranti ma pure da una moto d’acqua. Troppe onde, arriva acqua da ogni angolo mentre imperterrito il capitano del “topo” governa l’imbarcazione in mezzo a questo “tsunami”. Altri quindici minuti e tutto finisce. 

Il blocco voluto dal Questore ha funzionato, i manifestanti hanno avuto parecchia visibilità e nessuno si è fatto male. «La giornata dimostra che tutti quanti possono discutere: è stata fatta una manifestazione ordinata. Gli abbiamo solo un po’ innaffiati quando hanno cercato di superare la “zona rossa”», ha detto alla fine il sindaco Luigi Brugnaro. «Direi che è tutto a posto, non sono stati fatti atti di vandalismo. La democrazia così funziona bene».
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