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venerdì 4 marzo 2016

Da Napoleone agli “imprenditori” calabresi.

Quel che resta dell’Orto Botanico di Venezia sta per scomparire. L’ennesima cementificazione pianificata dalle varie ... (continua la lettura)



Quel che resta dell’Orto Botanico di Venezia sta per scomparire. L’ennesima cementificazione pianificata dalle varie amministrazioni comunali che, in accordo con i privati investitori, da anni cinicamente speculano sulla presunta mancanza di case per i veneziani, riempirà il giardino con 140 appartamenti ed alcune attrezzature commerciali e direzionali.

La creazione dell’Orto fu decisa nel 1810, in applicazione di un decreto del 1807 con cui gli occupanti francesi avevano istituito i primi licei non confessionali nel Veneto, disponendo anche che l’insegnamento della botanica fosse obbligatorio e che ogni liceo avesse a disposizione un orto botanico “a scopo didattico”. Nacque, così, l’Orto del liceo convitto Santa Caterina (oggi liceo classico Foscarini) per la cui sede fu scelto un vasto terreno di 18672 metri quadrati, già occupato dal convento dei frati francescani minori a san Giobbe, uno degli ordini religiosi sciolti da Napoleone. Dopo il ritorno della dominazione austriaca, l’Orto venne affidato al bavarese Giuseppe Ruchinger, poi a suo padre ed infine ad un fratello.

Orto botamico San Giobbe. Dettaglio Mappa Ludovico Ughi
Mappa fratelli Combatti
Sotto la guida della famiglia Ruchinger, divenne uno dei più rinomati d’Italia, tanto che gli fu concessa la denominazione di “Imperial Regio Orto Botanico in Venezia” e, a differenza degli altri orti botanici delle province venete che vennero soppressi nel 1826, rimase “a carico erariale per istruzione pubblica”. Nel 1847, Giuseppe Maria Ruchinger diede alle stampe una pubblicazione con la “Descrizione dell’orto e il catalogo delle piante”, che resta un documento fondamentale, non solo per il dettaglio e la precisione scientifica, ma perché descrive la situazione della zona poco prima che subisse una radicale trasformazione. In seguito alla costruzione della ferrovia (1846), infatti, l’Orto che prima si affacciava sul bordo della laguna (vedi mappa di Ludovico Ughi) venne a trovarsi su un canale confinante con l’imbonimento sul quale poggiano i binari (vedi mappa dei fratelli Combatti).

Con l’annessione di Venezia al regno d’Italia (1866) ha inizio la decadenza dell’Orto. Il Demanio intendeva usarlo “a scopo diverso da quello della coltivazione di piante” e solo la concessione per 29 anni, e poi la vendita, all’ultimo dei Ruchinger ne prolungò la sopravvivenza. Fu infine comprato dal principe Giuseppe Giovannelli (dal 1868 al 1870 sindaco di Venezia) e ceduto alla società tedesca Maschinenbauer Schwartkopff, intenzionata a costruirvi una fabbrica di siluri. La trattativa venne seguita personalmente dal ministro della Marina, Benedetto Brin, e all’inaugurazione del silurificio, nel 1887, presenziarono il re Umberto e la regina Margherita.

Ai primi del ‘900, il governo decise di sospendere la produzione dei siluri a Venezia e l’area passò alla Società per l’utilizzazione delle forze idrauliche del Veneto (poi Enel), che ne ha conservato la proprietà per un secolo, durante il quale una parte della vegetazione è scomparsa, ma una parte ha resistito. Il recupero dell’Orto Botanico, quindi, è tuttora un intervento tecnicamente fattibile, ma si scontra con l’ostinazione delle amministrazioni comunali che dal 2004 in poi (con i sindaci Costa, Cacciari, Orsoni e ora Brugnaro) lo considerano “un’area dismessa da valorizzare”. «Non dobbiamo farci condizionare dalla presenza di qualche arbusto», ebbe a dire, nel 2004, un componente della Commissione consiliare incaricata di rispondere alle osservazioni contrarie al PRIU Piano di recupero integrato urbano che il comune stava contrattando con l’Enel. E in effetti, le autorità comunali non si sono lasciate “condizionare” dalla vegetazione, ma hanno concesso tutte le licenze edilizie richieste, in cambio di “un diritto di passaggio” per accorciare il tragitto dalla stazione ferroviaria al nuovo campus universitario di Cà Foscari, allora in cantiere.

Nel 2007 il compendio fu messo all’asta dall’Enel e acquistato dalla società Gimal di Giuseppe Malaspina, un imprenditore calabrese trapiantato in Brianza. Malaspina è un personaggio interessante. Nel 1981 è stato condannato a 14 anni per omicidio (secondo quanto riportato dalle cronache avrebbe sparato a un tale che minacciava di denunciare la sua partecipazione ad una rapina in una gioielleria). Tornato in libertà dopo cinque anni, si è “messo in edilizia” ed ha cominciato ad occuparsi di affari immobiliari tramite una serie di società che cambiano continuamente nome e ragione sociale. E’ arrivato a Venezia tra il 2007 ed il 2008, nello stesso periodo in cui si cui si sono registrati altri sbarchi di calabresi in laguna, dal commissario straordinario mandato al Lido dal governo Berlusconi per coordinare l’operazione del Palazzo del cinema, ad alcune imprese immobiliari chiacchierate, ma di fatto intoccabili.

Oltre all’area di San Giobbe, Malaspina ha comprato Cà Sagredo e l’ha trasformata in un elegante albergo di gran lusso. Nel 2008, intervistato dal Sole 24 Ore, ha dichiarato di essere interessato a «progetti ambiziosi concentrati sulla fascia del turismo di lusso… e sulle residenze di lusso.. un business del quale l’Italia finora è rimasta quasi del tutto esclusa».

In seguito, qualche intoppo deve aver rallentato i suoi progetti. Nel 2011 il suo nome ricompare nelle cronache della Brianza, questa volta in veste di accusatore nei confronti di un clan di calabresi (originari di Montebello Jonico come lui) che minacciavano i suoi familiari “a scopo di estorsione”. Nel 2012 pare sia insolvente nei confronti delle ditte incaricate di preparare i terreni di San Giobbe. Ma nel 2013 tutto sembra risolto, e Malaspina «soddisfatto ed emozionato si dice pronto a valutare altri futuri investimenti nella città lagunare». Il suo entusiasmo è condiviso dall’assessore all’urbanistica della giunta Orsoni, Ezio Micelli, che dichiara «la zona ricca di storia e al centro di un nuovo progetto di sviluppo.. rappresenta un grande potenziale per la città». Per i cittadini forse no, ma per la comunità degli investitori, che i nostri amministratori considerano la loro città, il potenziale c’è ed è enorme, perché l’Orto si trova in una posizione di grande appetibilità immobiliare. 

Il che lo rende un tassello importante del progetto di creazione di un waterfront nord occidentale che, partendo dalla stazione marittima, e attraverso il people mover ed il ponte di Calatrava, prosegua fino alla stazione ferroviaria, ormai trasformata in centro commerciale e che, con la continua cancellazione di treni regionali e intercity, si avvia a diventare un terminal ad uso esclusivo dei clienti dell’Alta velocità, per poi congiungersi al campus universitario (vedi google map). Gli interessi che premono per la realizzazione di questo disegno sono molti e potenti, dall’Autorità del Porto, alla società Grandi Stazioni, all’Università che vende i suoi palazzi sul Canal Grande e come un normale speculatore edilizio si insedia su aree un tempo periferiche e preme perché la pubblica amministrazione ne valorizzi l’intorno. 

Nei giorni scorsi la stampa locale ha espresso preoccupazioni perché l’operazione San Giobbe è in ritardo ed i lavori sono nuovamente fermi. Per i cittadini potrebbe essere l’ultima occasione per tramutare i guai del signor Malaspina in opportunità e tentare di fermare la distruzione del giardino, farci restituire l’area e ripristinare l’Orto Botanico; “a scopo didattico” come imponeva Napoleone o “per istruzione pubblica” come decretava l’imperatore d’Austria.