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domenica 27 marzo 2016

A che punto è la Campania. La lezione appresa con la crisi della"Terra dei fuochi".

Demistificare le frottole, criticare l’uso perverso dei fatti ridotti a luoghi comuni, fare insomma controinformazione è parte del lavoro di eddyburg. Il problema della Campania non è l’agricoltura inquinata ma la mancanza di una politica decente per l’area metropolitana di Napoli


Un po' di tempo fa Salzano mi ha chiamato da Johannesburg, per chiedermi come stavo, e come andavano le cose in Campania. Nel tempo ho imparato che le imbeccate di Eddy, da qualunque parte del mondo provengano, giungono di solito al momento giusto. Con gli amici di eddyburg vorrei allora condividere una riflessione, probabilmente non scontata, sulla lezione appresa con la crisi della Terra dei fuochi, una faccenda che ho dovuto seguire da vicino.

Sebbene il tema fosse all'attenzione pubblica da un decennio (l'espressione "Terra dei fuochi" appare per la prima volta in un rapporto Legambiente sulle ecomafie del 2003, nel 2006 la usa Saviano come titolo dell'ultimo capitolo di "Gomorra") la tempesta mediatica scoppia nell'estate 2013, con l'intervista rilasciata a SkyTG24 da Carmine Schiavone, il faccendiere del clan dei Bidognetti, che racconta in prima persona i seppellimenti dei rifiuti speciali, tossici, radioattivi. L'impatto sull'opinione pubblica è enorme, con il flusso ininterrotto di reportage giornalistici che veicola, per lo più in forma implicita, un racconto che potremmo riassumere così: nella piana campana, per un quarto di secolo, sono arrivati rifiuti da ogni dove, che sono stati interrati un po' in giro. I suoli e le acque si sono contaminati. Le colture agricole praticate su quei suoli e irrigate con quelle acque si sono contaminate anch'esse. Il consumo di quei prodotti ha causato un aumento delle malattie tumorali nelle popolazioni locali. Questo schema viene dato per scontato, non è il caso di metterlo in discussione, pena l'accusa infamante di "negazionismo". Così, il capro espiatorio diventano gli agricoltori della piana campana, o più precisamente dell'intera regione. Nei negozi iniziano a comparire cartelli del tipo "Qui non si vendono prodotti campani". Il governo emana l'ennesima legge speciale per l'area napoletana, il decreto "Terra dei fuochi", un dispositivo barocco il cui obiettivo è l'individuazione delle aree agricole contaminate, da sottoporre a interdizione.

In questi tre anni, con un gruppo di lavoro di un centinaio di persone, ho lavorato anch'io al sistema dei controlli, che hanno impegnato Università, Servizio sanitario nazionale, Istituto superiore di Sanità, Istituto Zooprofilattivo per il Mezzogiorno. La piana campana è stata passata al setaccio - acqua, suoli, prodotti agricoli - migliaia di campioni, un enorme data base territoriale, che non ha in questo momento riscontro in nessuna pianura d'Europa. Lo stato di salute dei suoli agricoli della piana campana, è risultato simile a quello delle altre pianure italiane ed europee a comparabile grado di antropizzazione (sulla piana campana vivono quattro milioni di persone, è la terza area metropolitana del paese). I livelli più elevati di berillio, arsenico, manganese, sono legati al valore naturale di fondo, alla natura vulcanica dei suoli. Dei circa seimila campioni di prodotti agricoli esaminati, non uno è risultato contaminato, difforme dai severi limiti di legge. Il gruppo di lavoro governativo, istituito con il decreto Terra dei fuochi, ha identificato alla fine una quarantina di ettari che non andavano, sui centomila monitorati.

Certo l'acqua della prima falda, come in pianura padana, non è proprio pulita, ma le ricerche rigorose dell'Istituto superiore di sanità hanno confermato che l'uso agricolo di quelle acque non crea nessun problema alle produzioni. Come accade da dodicimila anni, l'agricoltura e il sistema suolo-pianta continuano a funzionare come "filtro" della società, grazie meccanismi efficienti di bloccaggio, detossificazione, assorbimento selettivo. D'altro canto, a scala mondiale, la FAO da vent'anni promuove la campagna per l'uso irriguo delle acque reflue, considerato che l'acqua pulita serve per far bere gli uomini.

Sul fronte sanitario, si scopre poi che, grazie al lavoro valoroso di Mario Fusco, epidemiologo dell'ASL Napoli 3, la piana campana ha uno dei registri tumori più longevi d'Italia, con le serie storiche di dati che dicono una cosa diversa dallo schema ufficiale. L'incidenza (il numero di nuovi casi che si verificano ogni anno su 100.000 abitanti) delle principali malattie tumorali nella piana campana, come avviene nelle altre parti d'Italia è in discesa, ed è in linea con le medie nazionali. All'opposto, la mortalità è di alcuni punti superiore. Insomma, nella cosiddetta Terra dei fuochi ci si ammala allo stesso modo, ma si muore di più, ed allora il discorso è completamente diverso, e chiama drammaticamente in causa le prestazioni del servizio sanitario nazionale e le politiche di assistenza alla persona.

Insomma, il teorema che giornali e telegiornali di mezzo mondo hanno propagandato come fatto certo, non ha retto sino ad ora la prova delle verifiche, si è rivelato del tutto infondato. Sia chiaro, nessuno intende negare la verità dei fatti giudiziari accertati. Stiamo solo dicendo che le conseguenze ecologiche di quei fatti non sono corollari, deduzioni letterarie che è possibile fare a tavolino. Lo stato di salute degli ecosistemi si misura sul campo, con le tecniche e i metodi appropriati, altrimenti è medioevo. Dopo tre anni di clamore, scopriamo quello che sapevamo già: i venti milioni di tonnellate di rifiuti giunti nella piana campana, sono finiti nelle 6 grandi discariche che in questo quarantennio hanno funzionato tra Napoli e Caserta. La loro superficie è di 400 ettari scarsi, comprese le pertinenze e le zone tampone, sui 140.000 ettari della piana. La loro perimetrazione è stata fatta a scala catastale da un decennio, nel piano regionale delle bonifiche, che ne prevedeva la messa in sicurezza, e che è rimasto lettera morta.

La cosa che ho cercato di far comprendere in questi anni, alla fine, è che il problema non sono le bonifiche (che in Italia vanno a finire male, sarebbe meglio puntare alla messa in sicurezza), ma il governo dell'area metropolitana: questo mosaico rur-urbano sconnesso nel quale vivono come possono quattro milioni di persone, e all'interno del quale lo spazio agricolo, seppur frammentato e intercluso, costituisce ancora, nonostante tutto, la porzione dominante, il sessanta per cento della superficie territoriale complessiva. In questo spazio precario attorno alla città, operano quasi quarantamila aziende agricole, che producono, su una assai limitata porzione del territorio, metà quasi del valore aggiunto agricolo regionale. La mortificazione immotivata di questa agricoltura di presidio, che ha dovuto svendere nell'anonimato in questi ultimi anni le sue pregiate produzioni, la chiusura di queste aziende, creerebbe un immane deserto economico e sociale, ed è proprio quello che i poteri criminali si augurano.

Insomma, il motore dell'agricoltura campana, una delle più importanti del paese, è ancora qui. Certo, si tratta di un'agricoltura invisibile, non considerata dalle politiche e dai programmi istituzionali, perché in fondo la sua funzione deve rimanere quello di spazio disponibile per l'espansione urbana, area di risulta per tutte le attività che la città respinge. Su queste terre nere, le più fertili dell'universo conosciuto, il consumo di suolo in epoca repubblicana non ha conosciuto requie, con le città della piana che dalla metà del '900 hanno sestuplicato la loro superficie, in un processo che non conosce fine, se le aree urbanizzate sono ancora raddoppiate nell'ultimo trentennio, come effetto dell'onda lunga della ricostruzione seguita al sisma del 1980.

Insomma, se veramente vogliamo agire, dobbiamo partire da una lettura completamente differente della crisi. Aprire gli occhi su un'area importante, il terzo sistema metropolitano del paese, nel quale nonostante l’immane spreco di suoli e paesaggi si concentra larga parte del disagio abitativo nazionale, mentre mancano all'appello attrezzature collettive e aree verdi per un'estensione pari a seimila campi di calcio . Un colossale deficit di cittadinanza, che si concreta nella drammatica carenza di tutti i servizi essenziali dai quali dipende la qualità del vivere quotidiano, dall'acqua, ai rifiuti, all'istruzione, alla mobilità, all'assistenza e alla cura della persona. Anche di tutte queste cose, alla fine, si muore.

Nella sua dimensione di spazio di vita, questo territorio scombinato, fatto di spazi agricoli e poveri pezzi di città, è l'ambiente nel quale vivono i due terzi della popolazione metropolitana, che ha oramai identificato proprio in questo disordine, nella fatica del vivere quotidiano che esso comporta, la principale minaccia alla propria esistenza e al futuro. La crisi della Terra dei fuochi sta tutta qui, nell'atteggiamento di complessivo rifiuto di un habitat percepito come ostile, a partire proprio dalle sue componenti rurali, considerate in un simile contesto alla stregua di insidiose fonti di rischio.

Così come in maniera ostile viene vissuto il rapporto con il capoluogo, ritenuto storicamente incapace di esercitare una leadership e una rappresentanza di scala territoriale, e piuttosto accusato di aver sacrificato ai propri interessi la green belt della piana, alla stregua di uno spazio di risulta, privo di valore autonomo, nel quale disordinatamente collocare funzioni ingrate, pesi molesti, scarti indesiderati

Risulta evidente come, a fronte di questa difficile eredità, la città metropolitana che stentatamente si costituisce al posto della vecchia provincia, debba a questo punto funzionare come spazio istituzionale e obbligato di confronto, l’ultima chance per mettere mano ad un’agenda seria e urgente di riequilibrio territoriale ed ambientale, a un’alleanza nuova tra il capoluogo e i territori dell’hinterland. Il progetto è chiaro: se in altri contesti nazionali ed europei la costruzione di istituzioni metropolitane è funzionale all’armonizzazione di scala superiore di una dotazione comunque congrua di servizi e funzioni, qui nell'area napoletana la cosa è diversa, e alla città metropolitana è assegnato il compito, verrebbe da dire la missione impossibile, di restituire dignità ai contesti, di dotare finalmente un sistema territoriale congestionato e sofferente degli standard minimi di cittadinanza e civiltà, che un cinquantennio di non-governo, centrale e locale, non è riuscito a garantire. E, naturalmente, mettere in sicurezza le ferite localizzate che un irrisolto ciclo dei rifiuti ha inferto al territorio e ai paesaggi.

La dimensione del problema è evidente, e vale ancora purtroppo l'esortazione del vecchio Nitti, a considerare «.. il problema di Napoli non altrimenti che come un grande problema nazionale, come un problema che tutta la nazione ha il dovere di affrontare e dichiarando lealmente che se sacrifizi occorrono, occorrono pure da ogni parte».
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