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sabato 27 febbraio 2016

“Ucciso da professionisti della tortura”

«Regeni sarebbe rimasto per una settimana nelle mani dei suoi sequestratori. Il movente del delitto è legato alla sua attività di ricercatore. L’appello dei genitori: “Verità per nostro figlio non sia soltanto uno slogan”». La Repubblica, 27 febbraio 2016

Poche carte. E molte, tragiche, conferme. L’inchiesta italiana sulla morte di Giulio Regeni continua a fare pochi passi in avanti, per colpa della scarsissima collaborazione delle autorità egiziane: nonostante gli annunci e i comunicati ufficiali, zero o quasi zero, è stato trasmesso in Italia o ai poliziotti e i carabinieri di Sco e Ros che da tre settimane sono al Cairo. Quelle poche novità che però arrivano non fanno altro che confermare l’impostazione iniziale dell’indagine, della quale Repubblica

in questi giorni ha dato conto: Regeni è stato ucciso da professionisti della tortura. Il movente dell’omicidio è da ricercarsi nel lavoro da ricercatore di Giulio: qualcuno dei suoi report, esemplari per metodo e contenuti, potrebbero essere finiti sui tavoli di qualche apparato di sicurezza. Certo è che Regeni non collaborava con i servizi – oltre alle smentite ufficiali della nostra intelligence nulla è stato trovato nel suo computer, al di fuori delle comunicazioni con i docenti e con i tutor – e che, visti gli esiti dell’autopsia che verranno consegnati ufficialmente la prossima settimana, probabilmente è stato scambiato per una spia.

 Le torture sono evidenti: fratture dai piedi alla scapola, segni di tagli ovunque. La mano non è quella di sprovveduti. Particolare, questo, che fa escludere categoricamente agli italiani la pista dell’omicidio comune o – per usare le parole del ministro degli Interni egiziano – «il movente criminale o il desiderio di una vendetta personale». Giulio è stato torturato, ucciso non prima del 30 gennaio, e quindi dopo almeno cinque giorni dalla sua scomparsa. Giorni nei quali il ragazzo è stato torchiato senza però che i suoi aguzzini ottenessero quello che volevano. Non poteva essere altrimenti: Giulio non aveva alcun segreto da custodire, se non il suo studio, la sua dedizione, le sue ricerche, le sue idee.
Centrale resta comunque la riunione di dicembre, quando Regeni aveva confidato ad alcuni amici di essere restato turbato perché si era accorto di essere stato fotografato. Un passo in avanti in questo senso può arrivare dagli accertamenti tecnici che la Procura ha in corso e che farà nelle prossime settimane. Gli investigatori hanno chiesto a Twitter e Facebook le chiavi per entrare nel profilo di Giulio: tutti i suoi amici hanno consegnato spontaneamente i loro dispositivi elettronici e quindi la Procura già conosce molte di quelle conversazioni. 

Ma, sperano, che nella cronologia delle ricerche o magari in qualche file conservato sui Cloud possa esserci una chiave per questa storia. La richiesta arriva proprio nei giorni delle polemiche sul delitto di San Bernardino ma gli italiani sono fiduciosi sulla base di alcune esperienze del recente passato, quando in caso di omicidio i provider hanno offerto la loro collaborazione. «Ringraziamo tutti coloro che stanno manifestando la loro vicinanza a noi in questi giorni – dicono Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio – Verità per Giulio non è soltanto uno slogan ma un’imprescindibile istanza di giustizia per tutti i cittadini».
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