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domenica 7 febbraio 2016

Sull’economia di scala

«Prendere atto che la necessità di modelli di grande dimensione per i servizi pubblici locali risponda solo a logica finanziaria». Il manifesto, 6 febbraio 2016 (m.p.r.)


La nuova frontiera della privatizzazione dei servizi pubblici locali si basa sul mantra dell’economia di scala: servono pochi grandi player nazionali per gestire acqua, rifiuti, energia e gas. In realtà, se si ragionasse logicamente e non per teoremi indiscutibili, si capirebbe come l’economia di scala abbia una sua motivazione, laddove la si interpreti nel suo reale significato: in un dato territorio e per una data attività, un certo dimensionamento geografico e territoriale della stessa consente, attraverso le sinergie intrecciabili, la riduzione degli sprechi.

L’economia di scala ha tuttavia dei limiti, legati alla particolarità dell’attività in oggetto, superati i quali si trasforma in diseconomia; solo per citarne alcuni, con importanti conseguenze sulla produttività complessiva: il costo della comunicazione, il peso (e gli stipendi) del management, il costo del controllo e dell’asimmetria informativa, il peso della diminuzione del senso di appartenenza dei lavoratori.

Ma, aldilà delle summenzionate cause di possibile diseconomia, in che senso la crescente dimensione aziendale consente una miglior gestione del servizio idrico, dell’igiene urbana e dei servizi energetici? Se guardiamo alla realtà, solo ed esclusivamente dal punto di vista economico-finanziario, relativo al fatto che la maggior dimensione aziendale rende più conveniente l’accesso al credito sul mercato bancario (e, anche questo, dovuto esclusivamente ai limiti volutamente posti dal patto di stabilità e dal pareggio di bilancio all’intervento pubblico).

Analizziamo la gestione dei rifiuti: in una logica di politiche basate sulle 4 R (Riduzione, Riciclo, Riuso e Recupero), la territorialità diventa un elemento dirimente, poiché necessita della partecipazione attiva e in prima persona di ogni abitante di un dato territorio.

In questo caso, la dimensione adeguata è esattamente quella comunale, e ogni aumento di dimensione serve unicamente ad anteporre la logica, ben più remunerativa per le lobby finanziarie, dello smaltimento a valle -attraverso discarica o incenerimento- di una risorsa, che invece può essere restituita, con vantaggi ambientali ed economici, alla collettività.

Anche per la gestione dell’acqua, la dimensione territoriale è dirimente: in questo caso, l’ideale è la dimensione integrata del bacino territoriale ottimale, da intendersi con criteri idrogeologici ed orografici e non come dimensione amministrativa o, peggio ancora, economico-finanziaria.

Il comparto dell’energia è oggi quello più riconducibile alla necessità di un’economia di scala: con un modello energetico ancora legato all’utilizzo prioritario dei combustibili fossili e, anche per quanto riguarda il settore delle energie rinnovabili, alla logica dei grandi impianti concentrati e delle grandi reti di distribuzione, la questione dell’economia di scala, legata all’approvvigionamento delle materie prime, è difficilmente aggirabile. Ma, anche in questo settore, tutto dipende dalle scelte politiche: il cambiamento climatico rende ormai dirimente, non solo l’abbandono immediato della politica energetica basata sui combustibili fossili per un nuovo modello basato sulle energie rinnovabili, ma anche l’avvio di una nuova produzione di energia decentrata e territorializzata, sino all’autoproduzione diffusa.

Se i ragionamenti sopra esposti hanno un significato, occorre dunque prendere atto di come la necessità di modelli di grande dimensione industriale per la gestione dei servizi pubblici locali risponda esclusivamente ad una logica finanziaria, che, d’altronde, è quella che sottende tutte le azioni dell’attuale governo.