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sabato 6 febbraio 2016

Schengen i profughi e il familiy day

«L’integralismo cattolico che brandisce il cristianesimo come una clava contro i migranti musulmani. E il cedimento dei governi europei che mette in forse la stessa sopravvivenza dell’Unione». Il manifesto, 5 febbraio 2016


«L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane è la causa di tanti mali della società di oggi»: queste parole di Massimo Gandolfini, leader del family day, rivelano la vera ratio di quell’adunata: riproporre la famiglia come fonte e supporto del potere patriarcale e di tutti gli autoritarismi della nostra società con una chiamata alle armi in difesa della perduta purezza dell’Occidente. Il cattolicesimo degli organizzatori, tornato in piazza con il preciso intento di offuscare i contenuti dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, è quello stesso cristianesimo oggi brandito come una clava contro i migranti musulmani dai governi ungherese, polacco e ceco, dagli hooligans svedesi che danno la caccia ai ragazzini di colore e dai tanti partiti nazionalisti e razzisti che stanno prendendo il sopravvento in tutti i paesi d’Europa.

Quel sopravvento si alimenta di un cedimento dei governi dei principali paesi europei alle loro pressioni; un cedimento che ormai mette in forse la sopravvivenza stessa dell’Unione. Solo qualcuno, e solo ora, comincia a prenderne atto. Gli altri no:“Ecco come salvare le banche”, titolano i giornali; ma di come salvare i profughi che annegano o muoiono di fame, di sete e di freddo non parla nessuno: nemmeno quelli che pure raccontanole atroci condizioni a cui l’Europa sta condannando milioni di vittime di guerre, rapine e devastazioni ambientali prodotte in gran parte dalle sue politiche o dalla sua indifferenza. Eppure bisogna cominciare a chiedersi come far fronte a questa offensiva, perché le linee di resistenza sono ormai in rotta.

Una cosa deve essere chiara: per quanto dure possano farsi le politiche di riduzione delle libertà costituzionali e dei diritti sociali adottate dai governi europei, nessuno di loro risolverà il problema dei profughi, perché la politica dei respingimenti è senza futuro. Impraticabile è l’idea di accogliere solo i profughi di guerra (che sono comunque moltissimi) perché tutti gli altri (i cosiddetti migranti economici) sono nelle loro stesse condizioni: altrimenti non affronterebbero un viaggio dove rischiano non solo la morte propria e delle loro famiglie, ma anche la prospettiva, di cui sono perfettamente al corrente, di venir imbottigliati lungo il percorso o rispediti in uno dei paesi che hanno attraversato; ma anche perché i paesi da cui fuggono sono sempre di più in balia di nuove guerre che le politiche di respingimento non fanno che attizzare.

La “purezza” etnica dell’Europa sembra ormai messa in mano alla Turchia: una dittatura feroce - in guerra con una parte cospicua del suo popolo e dei suoi vicini, che non ha esitato e non esiterà a sostenere la ferocia dell’Isis o di altri suoi emuli - a cui l’Europa assegna il compito di trattenere in veri e propri Lager i disperati che non vuole accogliere sul proprio suolo e quelli, immeritevoli di accoglienza, che vuole cacciare. Non ci si rende conto di mettere così in mano a quel paese, insieme ai profughi, un’arma di ricatto e di controllo su tutte le politiche europee del futuro. Ma quei profughi sono già troppi anche per la Turchia, come lo sono per Libano e Giordania; e, anche se un ministro belga si è già spinto a chiedere al Governo Greco di fare affogare i profughi che cercano di raggiungere le sue isole, non c’è morte nel deserto o naufragio in mare in grado di “smaltire i flussi” di coloro che continueranno a cercare di sfondare le mura della fortezza Europa. Vero è che la dissoluzione di Schengen lascia ormai intravvedere che a tener lontani i profughi dal cuore dell’Europa saranno tra poco chiamati i paesi di arrivo: Grecia, Italia e, forse, Spagna. Sempre al Governo Greco è stata, tra l’altro, prospettata la costruzione di un campo di concentramento per 400mila profughi (il ministro competente ha risposto che questo lo facevano i nazisti). Coloro che invocano l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea non mettono mai in conto questa prospettiva.

C’è un’alternativa a tutto ciò (e al molto altro che ne consegue)? E’ una domanda di buon senso a cui non risponde certo la finta prospettiva di accogliere i profughi (ma come? e quanti?) e respingere i migranti; senza naturalmente spiegare come fare la “selezione” né tantomeno dove “metterli” e a chi “restituirli”: quasi fossero “pezzi” (Stuecke) e non esseri umani come noi, e assai più infelici di noi. No. A breve tempo non c’è alternativa né una forza sociale o politica in grado di prospettarla. Meglio quindi adottare fin d’ora in una posizione di resistenza, cercando di ricostruire quell’alternativa attraverso dei passaggi legati tra loro:

Innanzitutto non stancarsi di indignarsi e di manifestare la nostra indignazione per il cinismo con cui il problema viene affrontato: è un modo per arginare il razzismo. Dall’indignazione è iniziato in altri paesi il cammino della riscossa. Ci ripetiamo che bisogna unire le forze, collegare i movimenti, unificare gli obiettivi; ma la base dell’unità è un sentire comune e pubblico.

Poi bisogna fare attenzione alle parole. Poco per volta ci abituiamo a parlare della vita e della morte di milioni di persone, di uomini, donne, bambini, trattandoli come un problema, un ingombro, un “fattore di squilibrio”, una sciagura. Ed è per queste vie che si insinua il razzismo.

Poi vengono le buone pratiche. Migliaia e migliaia di persone si adoperano ogni giorno e in ogni modo per rendere meno atroce la vita di chi arriva nei nostri paesi. E’ la base, che si può ancora allargare, indispensabile per rovesciare la situazione.

Poi ci sono le mobilitazioni per i diritti: lavoro, sanità, scuola, territorio, costituzione, contro la guerra. Sono momenti importanti di unità, ma senza un collegamento con la difesa dei profughi rischiano di lasciar campo libero all’avversario.

La ragione è dalla nostra parte: senza un massiccio apporto di profughi e migranti l’Europa perde abitanti e forze di lavoro, invecchia, imbocca la strada di una stagnazione (che non è certo la decrescita felice). Ce ne vorrebbero almeno tre milioni all’anno solo per mantenere la popolazione europea in equilibrio. L’incapacità di accoglierli è una conseguenza delle politiche di austerity: le stesse che hanno creato milioni di disoccupati tra i cittadini europei. La lotta contro la disoccupazione e quella per l’accoglienza non si contraddicono (non sono gli uni che portano via “il posto” agli altri).

Dare un futuro a milioni di profughi e restituire lavoro reddito e dignità a milioni di europei disoccupati non è compito da affidareal mercato o solo a un grande piano statale. Richiede migliaia di progetti diffusi sul territorio, con un obiettivo comune che non può che essere la conversione ecologica, per riportare il pianeta, l’Europa e ogni singola comunità entro i limiti della sostenibilità. Progetti articolati attraverso milioni di piani personalizzati di inserimento sociale: una cosa che può essere affrontata solo da quelle organizzazioni del terzo settore (non tutte) che si riconoscono in quel comune sentire che è la solidarietà. Questo tema è stato posto nel Forum dell’economia sociale e solidale promosso dal GUE-NGL (e di fatto, da Podemos), riunito per la prima volta a Bruxelles il 28 gennaio. Adesso si tratta di andare avanti.
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