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domenica 21 febbraio 2016

Referendum Gran Bretagna: le ragioni per restare in Europa

Sul voto inglese l'opinione di Timothy Garton Ash e l'intervista di Enrico Franceschini allo scrittore Alan Bennet. La Repubblica, 21 febbraio 2016 (m.p.r.)


È IN GIOCO IL FUTURO 
ECCO PERCHE TUTTI DEVONO
COMBATTERE LA“BATTAGLIA D'INGHILTERRA”

di Timothy Garton Ash

È iniziata una nuova Battaglia d’Inghilterra. Dal suo esito dipenderà il destino di due unioni, il Regno Unito e l’Unione Europea. Se gli inglesi voteranno per uscire dalla Ue, la Scozia voterà l’uscita dal Regno Unito. La Gran Bretagna non esisterà più. E lo shock della Brexit su un continente già scosso da altre crisi potrebbe essere l’inizio della fine dell’Unione Europea.

Se teneta alla Gran Bretagna o all’Europa, e meglio se tenete ad entrambi, impegnatevi in questa battaglia. L’accordo di Bruxelles non è l’ideale, ma la partita è ancora tutta da giocare. Gli europei del continente spesso considerano gli inglesi incorreggibilmente ostili all’Europa. Non è vero. Da decenni i sondaggi rilevano che esiste un’ampia parte di indecisi che possono spostarsi in una direzione o nell’altra. Accadde al referendum del 1975 quando si registrò un forte spostamento dal no al sì all’Europa: è possibile che si ripeta oggi. Il 42% di chi nei sondaggi ha dato un’indicazione di voto potrebbe cambiare idea. Particolarità di questo referendum, poi, è che ad avere diritto di voto sono i cittadini dei paesi del Commonwealth, mentre francesi, italiani, tedeschi che vivono da tempo in Gran Bretagna e ne subiranno le conseguenze, sono esclusi. Che abbiate diritto di voto, o meno, una voce l’avete. Fatela sentire. Vi suggerisco un paio di argomenti.

Innanzitutto il problema vero non sono i dettagli dell’accordo. Quando Cameron mesi fa rese nota l’agenda negoziale, era già chiaro che non saremmo arrivati a una ridefinizione del nostro rapporto con la Ue, né che ci saremmo ritrovati in un’Europa “riformata”. Su questo hanno ragione gli euroscettici: le istanze di Cameron erano più modeste di quanto le abbia fatte apparire e il risultato ottenuto è piccolo. Ma sarebbe folle far dipendere il futuro economico e politico della Gran Bretagna nei prossimi decenni da un dettaglio come il freno alle prestazioni di sicurezza sociale ai lavoratori immigrati. La Brexit è rischiosa. È indiscutibile. Come si sta dentro la Ue lo sappiamo, come si starebbe fuori, no.

Negoziare la Brexit sarebbe d’altronde impresa lunga e faticosa. Nigel Lawson e altri fautori dell’uscita sostengono che basta abrogare l’Atto unico europeo del 1972 e saremmo liberi. A loro avviso i nostri partner continentali ci concederebbero generoso accesso al mercato unico grazie a un accordo li libero scambio «più utile a loro che a noi». Bel sogno. Vi consiglio di leggere l’attenta analisi di Jean-Claude Piris, ex direttore dei servizi giuridici della Ue, per capire che incubo sarebbe districare quella matassa giuridica. Parlatene ai politici continentali. Quello che abbiamo visto a Bruxelles è il massimo che sono disposti a fare. Non ci farebbero favori in caso d’uscita. L’accordo di Bruxelles dimostra che i partner europei hanno accettato la volontà della Gran Bretagna di fermarsi all’attuale livello di integrazione. La situazione ottimale, se esiste, è quella odierna, non la Brexit. Fa freddo fuori.

Più guardiamo a Norvegia e Svizzera, meno la loro posizione appare attraente e molti imprenditoria e sindacati britannici non vogliono prendersi quel rischio. La Ue ha usato il potere d’attrazione del suo mercato unico di 500 milioni di consumatori per garantirsi vantaggiosi accordi di libero scambio con gran parte del mondo. È contro ogni logica pensare che la Gran Bretagna farebbe affari migliori da sola. Michael Froman, responsabile del Commercio Usa, lo scorso anno ha affermato che se la Gran Bretagna uscisse dalla Ue non sussisterebbe alcun accordo di libero scambio e gli Usa non avrebbero nessun interesse a negoziarlo. Non solo. L’adesione alla Ue ci pone al riparo da terrorismo e criminalità internazionale. Non sono io a dirlo, ma Theresa May, ministro degli interni conservatore. Per questo ha mantenuto la Gran Bretagna nella più importante rete europea di cooperazione giudiziaria e di polizia e si è schierata contro la Brexit.

Restare nella Ue è vitale per la sicurezza interna. Il feldmaresciallo Lord Bramall, non è certo un paladino entusiasta dell’Unione, fa notare che se ne uscissimo la nostra sicurezza sarebbe messa in pericolo da «un’Europa oltremanica piegata e demoralizzata». Se restiamo possiamo essere fautori di una politica estera europea che affronti la cause di problemi profondi come quello dei profughi. Vladimir Putin e Marine le Pen ci vogliono fuori. Barack Obama, Angela Merkel e tutti i nostri tradizionali amici, in Europa, Nord America e Commonwealth, ci vogliono dentro. Serve dire altro?

La Brexit sarebbe diastrosa per l’Irlanda. L’ex premier John Bruton sostiene che «annullerebbe l’opera di pacificazione, sollevando pesanti questioni sui confini e sull’accesso al mercato del lavoro». Da noi risiedono più di 380 mila irlandesi che hanno diritto di voto in questo referendum. Milioni di britannici (come me) hanno origini irlandesi. Se avete a cuore l’Irlanda, votate per restare nella Ue. La Scozia lascerebbe il Regno Unito. Se non volete, votate per l’Ue. La Ue si può cambiare. Le riforme ottenute da Cameron sono modeste, ma in paesi come la Germania molti credono che le riforme siano imprescindibili e non una scelta da fare obtorto collo per mantenere la Gran Bretagna nell’Unione. Se restiamo quella lobby di fautori di riforme si rafforza. Questi argomenti sono improntati alla cautela, non a un visionario ottimismo. Gli euroscettici li definiranno allarmistiche. Se si può definire allarmismo invitare qualcuno a non buttarsi da un transatlantico senza salvagente col mare forza nove. In realtà è solo semplice buon senso.

Traduzione di Emilia Benghi


“NON CHIUDIAMOCI NELLA NOSTRA ISOLA GRIGIA”
intervista di Enrico Franceschini

«Abbiamo radici comuni con Spagna, Francia e Italia: io voterò per restare»

Londra. «Noi inglesi abbiamo già fatto abbastanza stupidaggini a riportare al potere i conservatori, speriamo di non farne un’altra ancora più grossa portando questo paese fuori dall’Europa». Alan Bennett non ha dubbi su come votare nel referendum sull’Unione Europea che si terrà in giugno in Gran Bretagna: «Risolutamente sì alla Ue», dice l’81enne scrittore. E poi l’autore di
La sovrana lettrice e tanti altri romanzi e saggi (tutti tradotti in Italia da Adelphi) spiega perché.

Come le pare l’atmosfera politica, dopo l’annuncio dell’accordo fra Gran Bretagna e Ue?
«Indire il referendum è stata una pessima idea da parte di David Cameron, che avrebbe avuto problemi più importanti di cui occuparsi. Noi inglesi abbiamo sbagliato a riportare al potere il partito conservatore, speriamo di non sbagliare ancora portando il nostro paese fuori dall’Europa».

Il rischio esiste?
«Esiste di sicuro, perché in Inghilterra abbiamo tanti populisti ignoranti. Ma mi auguro che alla fine verrà scongiurato e che prevalga il buon senso. Io di sicuro voterò sì alla Ue».

Si sente più europeo o più inglese?
«Sono troppo vecchio per sentirmi qualcosa di diverso da un vecchio abitante di quest’isola, ma non ho dubbi che le generazioni più giovani si sentano europee. E anch’io, quando mi trovo al di là della Manica, in Francia, Italia, Spagna, gioisco all’idea di non avere più frontiere, di sentire che le nostre comuni radici culturali ci hanno portati a stare insieme in amicizia anziché dividerci o farci la guerra come in passato».

Non condivide la linea degli euroscettici, secondo cui ci sono troppi immigrati comunitari a Londra?
«Gli immigrati europei fanno un sacco di mestieri, dall’idraulico al medico, per i quali evidentemente non ci sono abbastanza inglesi. E poi ci portano soldi in tasse e dinamismo. Il problema del nostro paese non sono gli immigrati comunitari bensì le grandi corporation americane, che non pagano le tasse grazie a scandalose scappatoie legali e trasmettono una cultura estranea alla nostra. L’Inghilterra è il paese che ha inventato il welfare, l’idea che una società civile debba fornire a tutti un minimo di assistenza sociale, concetto che all’America, com’è noto, non piace affatto».

Allora è d’accordo con l’attrice Emma Thompson quando ha affermato che è meglio restare ancorati all’Europa che rinchiudersi in questa grigia, piovigginosa isoletta?
«Come darle torto? È difficile negare che la Gran Bretagna sia un’isola. E per accorgersi che è grigia e piovigginosa basta guardare fuori dalla finestra, in una giornata come quella di oggi».
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