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domenica 7 febbraio 2016

«Per Giulio e per tutti i giovani che hanno perso la vita cercando libertà e dignità»

«A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio». La Repubblica, 7 febbraio 2916 (m.p.r.)



FIORI E CANDELE, LA PROTESTA AL CAIRO
“QUI MIGLIAIA DI GIULIO EGIZIANI”
di Fabio Scuto

Amici del ricercatore ma anche persone che non lo avevano mai conosciuto al sit in davanti all’ambasciata italiana “Era uno di noi, non possiamo farci fermare dalla paura”

Il Cairo. Piange anche il cielo in questo pomeriggio al Cairo. Piove sulle teste delle duecento persone che si sono ritrovate davanti al palazzetto del Lungo Nilo, dove si trova l’ambasciata italiana, per un ricordo, un pensiero per Giulio Regeni. L’atmosfera è cupa come le nubi nel cielo, ma è anche una sfida per tutti, perché la metà dei partecipanti è fatta di poliziotti in borghese, con un atteggiamento sospettoso come se il colpevole dell’assassinio di Giulio Regeni fosse mescolato tra il gruppo di amici, conoscenti e colleghi d’università venuti a deporre un fiore. Finti reporter scattano solo primi piani dei volti di tutti, andranno a riempire chissà quale schedario. Uno straniero già appartiene alla categoria più allarmante nell’Egitto odierno, se poi bazzica ambienti giudicati sospetti - quello sindacale dei venditori ambulanti per una ricerca - è quasi assimilabile a un nemico. Ci sono attiviste egiziane dei diritti umani senza paura e ragazzi altrettanto coraggiosi con dei cartelli in mano che dicono semplicemente “Verità per Giulio”. C’è una scrittrice di grido e una docente universitaria straniera ma anche diversi semplici cittadini egiziani.

«A tutti i miei amici italiani dico che questo è ciò che affrontiamo ogni giorno in Egitto, e che purtroppo abbiamo migliaia di Giulio egiziani. Per favore, insistete nella ricerca della verità e delle responsabilità dei colpevoli, per darci la speranza che un giorno, insieme, potremo restituire i loro diritti a tutti i Giulio». È quasi una sommessa preghiera quella che questo giovane avvocato, fra gli organizzatori di questo presidio, mormora. Dice il suo nome, ma chiede non essere citato per il timore delle conseguenze se finisce su un giornale straniero. Del resto, gli agenti in borghese identificheranno tutti i cittadini egiziani presenti che hanno parlato con i giornalisti stranieri. Alle foto segnaletiche, ci hanno già pensato i finti reporter.

«È stato ucciso come veniamo uccisi noi, pagando il prezzo della libertà e della dignità», dice sfidando la polizia presente Sally Toma, psichiatra che lavora sulle «vittime di torture e abusi sessuali da parte dello Stato». «Sono qui per dire che Giulio è uno di noi, ci appartiene ». Cappotto scuro, sguardo duro, il suo sdegno non sembra temere nessuno. Paura? «Sono tempi bui in Egitto ma non c’è spazio per la paura: la maggior parte dei nostri amici e compagni è in galera o è stata uccisa». Al suo fianco, con fiori bianchi in mano, Amy Austin Holmes, professore all’Auc, l’Università americana del Cairo dove Giulio, dottorando di Cambridge, era attivo al Cairo. Regeni si occupava «di questioni del lavoro che è ovviamente un tema molto delicato in Egitto», ricorda la sua tutor.
«Questo è un messaggio per le autorità egiziane: dovete scoprire la verità», dice Jaled Dawud, esponente dell’opposizione, mostrando un cartello con la scritta in italiano: «Sono qui per Giulio e per tutti i giovani che hanno perso la vita per la dignità e la libertà». Dawud teme ripercussioni sull’immagine e l’economia dell’Egitto dopo questo «orribile crimine», sul quale però è calato il silenzio e non sembra ci siano progressi nell’indagine. «Non possiamo trarre conclusioni rapide, ma le circostanze sono molto strane. È parte di ciò di cui alcuni egiziani sono a loro volta vittime», sottolinea, facendo riferimento al fatto che Giulio potrebbe essere morto dopo torture da parte della polizia.

Sul piccolo marciapiede, affollato soprattutto da divise blu, ci sono altri attivisti dell’opposizione, come Leila Sueif, la madre del blogger Alaa Abdelfatah, uno dei simboli della rivoluzione egiziana, entrato e uscito diverse volte dalle carceri di Mubarak. L’anno scorso è stato condannato a 15 anni per aver partecipato alla rivoluzione che rovesciò il raìs nel 2011. Una donna egiziana, che si è identificata solo come Israa, si avvicina al cancello dell’ambasciata, racconta di non aver conosciuto Giulio ma di essere venuta per chiedere scusa all’Italia perché l’Egitto non ha protetto un suo cittadino. «Qui nulla è sicuro», dice mentre lascia un mazzo di fiori, al suo fianco i tre figli depongono candele bianche accese in memoria di un ragazzo italiano venuto solo per studiare. La pioggia si infittisce, il presidio si scioglie. I “Januarians”, così si sono ribattezzati questi attivisti dei diritti umani, se ne vanno via a gruppetti sul marciapiedi buio e bagnato. Reduci di una battaglia che non sentono perduta.


“L’HANNO UCCIO A BOTTE AVEVA IL COLLO SPEZZATO”
LA MORTE DOPO TRE GIORNI IN MANO AGLI AGUZZINI
di Carlo Bonini e Giuliano Foschini


Roma. Lo hanno ucciso spezzandogli il collo. Lo hanno colpito ripetutamente, accanendosi e fratturando le ossa in tutte le zone del corpo fino a quando a cedere non è stata la vertebra cervicale. Non è chiaro se perché investita da un oggetto contundente o perché divelta con una rotazione improvvisa della testa oltre il suo punto di resistenza. Poco dopo la mezzanotte si solleva l’ultimo velo sull’orrore di cui è stato vittima Giulio Regeni. Perché solo dopo mezzanotte è cominciata, davvero, l’inchiesta sull’omicidio del giovane ricercatore italiano. Dopo oltre cinque ore l’autopsia disposta dalla procura di Roma chiarisce infatti i primi e cruciali punti di un’indagine dove di “congiunto”, allo stato, sembra esserci solo l’enfasi retorica espressa nelle dichiarazioni ufficiali del regime di Al-Sisi. E del resto, che questo primo atto istruttorio sia stato affidato al professor Vittorio Fineschi, direttore del dipartimento di medicina legale de “La Sapienza” e, da dieci anni, coraggioso e ostinato perito di parte nel processo per la morte di Stefano Cucchi, dice molto dell’approccio con cui la Procura abbia deciso di affrontare la vicenda.

Ricostruire con il miglior grado di approssimazione come, quando, e in che modo Giulio sia stato torturato (sul corpo ci sono segni di armi da taglio), in quale lasso di tempo possa essere collocata la sua morte («tra i tre e i quattro giorni successivi al suo sequestro», secondo una prima stima della nostra ambasciata al Cairo dopo un esame visivo dello stato di decomposizione del corpo al momento del suo ritrovamento), se siano state o meno inferte sul cadavere lesioni “post mortem” per dissimulare il movente, diventano infatti le fondamenta di un’inchiesta che, come è apparso chiaro dal primo momento, sconta una collaborazione egiziana fatta di molte parole, evidente melina, sostanziale diffidenza.

Non è un caso che, nelle ultime ventiquattro ore, le prime trascorse dal nostro team di investigatori al Cairo, la collaborazione egiziana non sia andata al di là dell’annuncio del ministro aggiunto della giustizia Shabane el Shami che «la perizia medico-legale egiziana sarà completata entro il mese di febbraio». Che i due “sospetti” fermati nella notte tra giovedì e venerdì siano stati rilasciati. E che, nel loro primo giorno di lavoro, i nostri sei investigatori di Ros (carabinieri) e Sco (polizia), accompagnati dal nostro ambasciatore Maurizio Massari, abbiano letto ancora poche carte dell’indagine egiziana. 

Il che spiega bene anche il senso delle parole pronunciate ieri dal nostro ministro degli Esteri. «Siamo lontani dalla verità», ha detto Paolo Gentiloni. E lo siamo, va aggiunto, proprio perché l’indagine egiziana - per quanto è stato possibile comprendere sin qui - si è mossa e continua a muoversi in una direzione diametralmente opposta a quella suggerita dalle evidenze agli occhi dei nostri investigatori. Gli egiziani intendono infatti chiudere il caso archiviandolo come vicenda di criminalità comune. E questo mentre ogni indizio in questa storia parla di un movente politico. Quali che siano i due possibili scenari in cui l’omicidio è maturato. Che Giulio sia finito casualmente nel “mazzo” di una delle tante perquisizioni in corso il 25 gennaio. O, al contrario, che chi lo ha sequestrato cercasse proprio lui perché convinto fosse il custode di importanti informazioni sulla rete di oppositori del regime.

Nell’uno e nell’altro caso, è ragionevole ipotizzare, che a condannare a morte Giulio Regeni sia stata quella condizione di studente-ricercatore e insieme attivista politico e collaboratore di un giornale come il manifesto che, del tutto normale in Paesi democratici, equivale alla patente di “spia” in un regime come quello egiziano. Per poter accertare che cosa è accaduto «i migliori investigatori italiani» arrivati al Cairo hanno deciso di applicare il metodo e il protocollo di casa nostra. E almeno su questo sembrano aver avuto rassicurazioni di collaborazione.

Si comincerà quindi con le immagini delle telecamere della metropolitana. Per poi proseguire con le tracce dei telefonini. Si cercano possibili testimoni e soprattutto alcune, tre in particolare, delle persone che Giulio frequentava al Cairo e che, secondo quanto raccolto ieri, potrebbero sapere qualcosa di importante sulla sera del 25 gennaio. Giulio potrebbe non essere andato a una festa di compleanno ma a un appuntamento con chi pensava di celebrare l’anniversario di piazza Tahir.