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Andrea Bonanni
L'UE cede a Cameron e nicchia con Orban
20 Febbraio 2016
2015-EsodoXXI
Mentre l'UK ottiene di ridurre benefici sociali ai suoi immigrati, gli Stati dell'Est (Ungheria e Polonia in testa) continuano nella loro pretesa criminale di respingere i migranti in mare o negli inferni dai quali fuggono. Ma l'Unione europea non sa decidere, e continua a destinare le risorse proprio a quei paesi. Articoli di A. Bonanni e A. D'Argenio

Mentre l'UK ottiene di ridurre benefici sociali ai suoi immigrati, gli Stati dell'Est (Ungheria e Polonia in testa) continuano nella loro pretesa criminale di respingere i migranti in mare o negli inferni dai quali fuggono. Ma l'Unione europea non sa decidere, e continua a destinare le risorse proprio a quei paesi. Articoli di A. Bonanni e A. D'Argenio La Repubblica, 20 febbraio 2016

BREXIT, C’È L’ACCORDO
TRA LONDRA E LA UE
di Andrea Bonanni

Compromesso sui tagli al welfare: saranno ridotti solo per sette anni. Sancita la doppia velocità sull’integrazione Confermata l’uniformità delle condizioni per le banche. Cameron: “Ho dato al Regno Unito uno status speciale”
Alla fine si è trovato l’accordo. La Gran Bretagna ottiene una dichiarazione congiunta dei leader europei che riconoscono il suo «statuto speciale», come dice trionfalmente David Cameron, e il diritto a tenersi fuori da ogni ulteriore integrazione. È la formalizzazione di una condizione da separati in casa che dovrebbe consentire di evitare il divorzio vero del Regno Unito dall’ Ue, divorzio su cui i cittadini britannici saranno chiamati a pronunciarsi con un referendum. L’intesa faticosamente cucita in due giorni di vertice «è un buon compromesso », assicurano sia Metteo Renzi sia Angela Merkel. La dichiarazione congiunta dei capi di governo, che avrà valore di accordo internazionale e sarà depositata alle Nazioni Unite, ma non richiederà ratifiche da parte dei Parlamenti nazionali, verte principalmente su tre punti.

Primo: tagli ai social benefits per i cittadini europei che andranno a lavorare nel Regno Unito. Questi dovranno aspettare quattro anni prima di accedere pienamente alle facilitazioni del welfare state britannico. L’eccezione al principio della parità dei diritti sociali concessa a Londra in via temporanea durerà per cinque anni con due possibili rinnovi di un anno (Cameron chiedeva in tutto 13 anni). Chi arriverà in Gran Bretagna per cercare lavoro, se dopo sei mesi non lo avrà trovato potrà essere rimpatriato. Inoltre i figli dei lavoratori stranieri che non risiedono nel Regno Unito potranno beneficiare di assegni familiari ridotti e adeguati al reddito medio del Paese dove vivono.

Secondo: integrazione differenziata. Viene riconosciuto esplicitamente che la Gran Bretagna non è vincolata al principio di una «Unione sempre più integrata», che è scritto nei Trattati. Non dovrà entrare nella moneta unica o nello spazio Schengen. Conserverà il diritto a gestire in piena autonomia la propria sicurezza interna. Viene esentata anche da ogni ulteriore integrazione in materia di giustizia.

Terzo: tutela della zona “non euro”. Si riconosce che la Ue è una Unione con diversi sitemi monetari. Viene dichiarato esplicitamente che i Paesi fuori dalla zona euro non hanno diritto di veto sulle decisioni prese dall’Eurozona, anche se possono impugnarle davanti al Consiglio europeo. Sulla questione delle banche si riconosce che, al di fuori dell’Eurozona, la vigilanza bancaria resta affidata agli organismi di supervisione nazionali. La Gran Bretagna dovrà però accettare le regole europee fissate dall’Eba sul funzionamento dei mercati finanziari. Le eventuali differenze nell’applicazione di queste regole, dipendenti dalle scelte delle autorità nazionali di vigilanza, non dovranno alterare l’uniformità del mercato finanziario europeo. Le banche, le assicurazioni e le società finanziarie della City non potranno dunque avere vantaggi competitivi rispetto alle concorrenti continentali. Ma potranno operare in euro pur restando sottoposte alla normativa britannica e senza dover dipendere dalla Bce.

Al termine del vertice, Cameron si è presentato trionfante davanti ai giornalisti. Ha sostenuto di aver ottenuto tutti i suoi principali obiettivi e che si batterà «anima e corpo» per la permanenza nella Ue «perchè questo è nell’interesse del Regno Unito». «Non faremo mai parte dell’euro, nè di un super stato europeo: non amo Bruxelles, amo la Gran Bretagna », ha affermato con i toni di chi già si impegna nella campagna referendaria.

Il sollievo per la conclusione positiva del negoziato nasce anche dalle difficoltà che i leader hano dovuto superare. La giornata di ieri è passata in un lungo, estenuante stallo, con l‘Europa in ostaggio di due veti incrociati. Da una parte i britannici, che restavano ostinatamente fermi alle loro richieste iniziali, senza negoziare veramente con i loro partner europei. Dall’altra la Grecia di Alexis Tsipras che, incrociando la crisi inglese con quella dei rifugiati, minacciava di mettere il veto su qualsiasi conclusione se non avesse avuto rassicurazioni formali che la Ue non avrebbe aiutato a chiudere la sua frontiera con la Macedonia, da cui passano i migranti diretti verso il Nord Europa.

Il premier britannico doveva dimostrare di aver negoziato duramente per convincere la propria opinione pubblica che le concessioni ottenute sono il massimo possibile. Ma allo stesso tempo non poteva permettersi di uscire dal vertice senza una decisione che desse in qualche modo soddisfazione alle sue richieste. Non potendo sbandierare una “vittoria” a Bruxelles, il premier sarebbe infatti stato costretto ad allinearsi all’ala del suo partito che è già schierata per un Brexit. Ma questa sarebbe stata verosimilmente anche la fine della sua carriera politica.

Drammatizzare il più possibile, dunque, ma senza rompere: è stato questo il difficile gioco di equilibrismo della delegazione inglese per tutta la durata del vertice. In attesa che i britannici abbandonassero l’ostruzionismo e si mettessero seriamente a negoziare, molti leader europei sono rientrati in albergo per schiacciare un pisolino. La cancelliera Merkel ne ha perfino approfittato per lasciare il palazzo del Consiglio e andare nella vicina Place Jourdan per assaggiare un cartoccio di patatine fritte al celebre chiosco della Maison Antoine. Hollande si è preso il tempo per concedere un’intervista- fiume alla radio francese recitando la parte del negoziatore inflessibile.

Alle nove di sera, finalmente, Cameron ha dato il via libera all’ultima bozza di compromesso, che i leader hanno dovuto leggere di gran fretta. Anche Tsipras ha ricevuto le rassicurazioni che chiedeva. Il gioco dei veti incrociati è caduto. La parola, ora, passa agli elettori britannici.
AUSTRIA E UNGHERIASFIDANO BRUXELLES
SU PROFUGHI E QUOTE IL VERTICE È UN FLOP
di Alberto D'Argenio

Bruxelles. Mentre nelle acque di fronte ad Agrigento si consuma una nuova tragedia, sui migranti in Europa si continua a litigare. Di fronte all’emergenza sempre più pressante e al rischio della polverizzazione di Schengen, i leader europei hanno passato due giorni e due notti a Bruxelles per discutere di Brexit. Di rifugiati solo una discussione nella notte tra giovedì e venerdì, inconcludente e segnata dai litigi. Si aspetta marzo, si spera di convincere la Turchia a bloccare le partenze verso la Grecia (Ankara ha già ricevuto tre miliardi per la gestione dei profughi siriani) e si attende tra poche settimane che la Commissione presenti il piano per modificare in modo permanente ed efficace le regole europee per ripartire tra i Ventotto i migranti e salvare Schengen. Ma ancora una volta spetterà ai governi accettare il sistema e stando al clima respirato a Bruxelles la svolta non sembra vicina. Non per niente Juncker rinvia la proposta da dicembre. Ma ora non può più aspettare visto che senza una soluzione a maggio Schengen rischia di saltare.

Ieri l’Austria ha sfidato Bruxelles attuando la decisione di accettare solo 80 richiedenti asilo al giorno. Un piano che la Commissione l’altro ieri aveva definito illegale. Il Cancelliere Faymann nel chiuso del summit europeo ha spiegato ai colleghi di avere fatto il possibile (ha accolto circa 120mila profughi) e di non avere alternative al tetto agli ingressi: «Se tutti accettassero i nostri stessi numeri potremmo distribuire due milioni di rifugiati». L’austriaco si è ritrovato isolato al tavolo, ma molti leader della Vecchia Europa pur temendo ripercussioni per Schengen e danni economici dalla chiusura del Brennero hanno in parte compreso le sue ragioni, dettate dall’egoismo dei paesi dell’Est che costruiscono muri e rifiutano di ospitare i migranti arrivati negli altri paesi.

L’altra notte Renzi ha minacciato i governi dell’ex blocco sovietico di tagliare loro i fondi europei se non cambieranno linea. Minaccia in passato spesa anche dalla Merkel. Ma ieri il governo ungherese ha tirato dritto: «Quello di Renzi è un ricatto politico», le parole del portavoce di Orban. «Renzi non può ricattare nessuno», ha aggiunto il ministro polacco Konrad Szymanski. Con loro in Italia si schiera Salvini, mentre la presidente della Camera Laura Boldrini appoggia il premier: «Non si sta in una famiglia solo quando fa comodo». L’Ungheria poi ha annunciato una nuova mossa unilaterale: domani chiuderà le tre frontiere ferroviarie con la Croazia. La Slovenia lunedì conferirà più poteri all’esercito nel controllo dei confini. Ma il ministro degli Interni tedesco, Thomas de Maizière, ha diffidato i partner da ulteriori misure dannose per la Germania: «Alla lunga ci sarebbero conseguenze». La Merkel intanto ha ottenuto un vertice tra i Ventotto e la Turchia ai primi di marzo.

In attesa che la Grecia controlli a pieno le sue frontiere e che arrivi il piano Juncker, la Cancelliera ritiene che la collaborazione di Ankara nel bloccare le partenze dalle sue coste sia cruciale. Tsipras ha invece bloccato l’accordo per evitare il Brexit se non avrà garanzie che la Grecia non sarà sigillata fuori da Schengen. Hollande, criticato perché non sostiene la ripartizione dei migranti, ha detto che la Francia farà la sua parte quando le frontiere esterne torneranno sotto controllo. In fondo anche il presidente francese vuole «salvare Schengen».


QUELLA TORTA DA 300 MILIARDI
CHE HA SPACCATO L’EUROPA
Sono i fondi erogati in sei anni che l’Unione gira soprattutto ai Paesi dell’Est da sempre in prima linea contro l’accoglienza

Più di trecento miliardi spalmati su sei anni. È questa la torta dei fondi europei che Matteo Renzi - rilanciando una minaccia già brandita da Berlino vuole togliere ai paesi dell’Europa orientale che si rifiutano di accogliere i richiedenti asilo. Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. E ancora, i baltici, altrettanto contrari all’idea di una gestione comune dei migranti, di una ripartizione tra i Ventotto di chi fugge in Europa per trovare riparo da guerra e terrorismo. Sono loro che hanno portato Schengen sull’orlo del collasso bloccando da mesi qualsiasi decisione comunitaria. Che hanno costretto paesi come Austria, Germania e Svezia, inizialmente accoglienti con tutti i profughi, a chiudere le porte e a ripristinare i controlli alle frontiere precipitando l’Unione in uno stallo figlio di un pericoloso tutti contro tutti. E poco importa che anche Francia e Spagna siano scettiche verso le riallocazioni: se il problema fosse stato risolto subito avrebbero accettato il sistema.

UNANIMITÀ
La minaccia ad Orban&Co sui fondi piace a molte capitali della Vecchia Europa, ma non è facile da portare alle estreme conseguenze. Il bilancio pluriennale dell’Unione viene infatti approvato all’unanimità su proposta della Commissione ed è difficile immaginare che i leader dell’ex blocco sovietico decidano spontaneamente di tagliarsi i soldi nel 2019, quando l’Ue inizierà a negoziare le prospettive finanziarie 2021-2027. Più verosimile pensare un blitz immediato, visto che i governi ogni anno all’interno del bilancio pluriennale (quello attuale copre il periodo 2014-2020) decidono le spese per i 12 mesi successivi. In questo caso a maggioranza qualificata. Ma appare comunque improbabile che i leader dell’Est non riescano a mettere insieme una minoranza di blocco in grado di fermare la rappresaglia congelando il bilancio. Dunque quella sui fondi può essere considerata una minaccia più politica che reale, anche se nasconde una grande verità su quanto le capitali dell’Est siano europeiste nell’incassare gli ingenti aiuti di Bruxelles e quanto si rivelino egoiste nel non accettare la ripartizione dei migranti ora stipati in pochi paesi.

CONTRIBUTORI
Il bilancio 2014-2020 dell’Unione conta 970 miliardi. Circa 300 tornano ai governi sotto forma di aiuti. Si tratta dei fondi strutturali, di coesione (riservati alle nazioni dell’ultimo allargamento), dei sussidi all’agricoltura, al sociale e di altre decine di programmi europei. Il più grande contributore netto al bilancio comunitario è la Germania, che ad esempio nel 2014 ha avuto un saldo passivo verso l’Unione di 15,5 miliardi. Seguono Francia, che tra dare e avere ha perso 7,1 miliardi, Gran Bretagna (4,9), Olanda (4,7) e Italia (4,4), che nell’ultimo negoziato condotto da Monti nel 2013 ha migliorato di due miliardi il saldo.

BENEFICIARI
Tra i paesi dell’Europa pre-allargamento chi è beneficiario netto dei fondi Ue sono Grecia e Portogallo e per cifre irrisorie Irlanda, Malta e Cipro. La parte del leone nel prendere la fanno però i paesi dell’Est. Come la Polonia, nazione governata dalla destra populista di Kaczynski e Szydlo, contraria all’accoglienza. Peccato che nel 2014 Varsavia abbia registrato un saldo attivo di 13,7 miliardi nel rapporto tra dare e avere con Bruxelles. Il tipico esempio di nazione accusata di accettare la solidarietà a senso unico. Una cifra pari al 3,47% del Prodotto interno lordo con la quale Varsavia sta ammodernando economia e infrastrutture. Tra l’altro nel periodo 2014-2020 può ricevere 228 milioni Ue per i migranti. Altro campione di incassi è l’Ungheria del liberticida Viktor Orban: 5,6 miliardi di attivo nel 2014, pari addirittura al 5,64% del Pil nazionale. E tra l’altro gli ungheresi hanno a disposizione 93 milioni europei per gestire i profughi. Prende bene anche la Repubblica Ceca: 3 miliardi all’anno pari al 2% del Pil. Vengono poi Bulgaria (1,8 miliardi, 4,4% del Pil), Lituania (1,5 miliardi, 4,3% del Pil) e Lettonia (799 milioni, il 3,35% del Pil). Anche gli altri paesi dell’Est, con cifre inferiori, sostengono le loro economie grazie ai fondi europei. Gli stessi paesi che da mesi voltano le spalle alle nazioni che non riescono da sole a gestire i profughi in arrivo dalla Siria. E che ora sono allo stremo.

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