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venerdì 19 febbraio 2016

Mano tesa del Papa oltre la frontiera “Niente può dividerci

Corrispondenza più attenta al messaggio globale che alle ricadute sulla politica USA: «Qui si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale. Un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio». La Repubblica, 18 febbraio 2016


La benedizione del Papa nel punto esatto dove passa la frontiera tra Stati Uniti e Messico. Le sue dita che, sotto una croce di legno piazzata lungo il Rio Bravo, si tendono a salutare i 50 mila accalcati al confine americano, uniti ai 200 mila nella parte messicana. Un gesto che genera grande emozione. La gente piange, agita i fazzoletti, in aria volteggiano nel più totale silenzio due elicotteri di parti diverse, quasi uno di fronte all’altro. «Nessuna frontiera potrà impedire di unirci. Grazie, fratelli e sorelle, per sentirci una sola famiglia e una stessa comunità cristiana».

È una messa per tutti. Al di qua e al di là del confine. In una terra immersa nella violenza delle bande di narcotrafficanti. Di qua Ciudad Juarez, oggi una delle città più sanguinose al mondo. Di là El Paso, la mèta agognata. In mezzo, un reticolato. E i migliaia che tentano di fuggire ogni giorno. La celebrazione di Francesco è la prima di un Pontefice a cavallo fra due Paesi, con l’altare posto ad appena 80 metri dalla linea di demarcazione.

È questa l’ultima immagine di Francesco in questi suoi sei giorni di viaggio in Messico. Lungo la rete di metallo che separa lo Stato del Texas da quello del Chihuahua, il Pontefice argentino ha per tutti parole di conforto: «Qui a Ciudad Juárez si concentrano migliaia di migranti dell’America Centrale. Un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio».

«Non possiamo negare la crisi umanitaria — dice Bergoglio — negli ultimi anni ha significato la migrazione di migliaia di persone, in treno, in autostrada, anche a piedi attraversando centinaia di chilometri per montagne, deserti, strade inospitali. Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, è un fenomeno globale. Questa crisi, che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato. Ingiustizia che si radicalizza nei giovani: loro, come carne da macello, sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe ». Solo un’ora prima, in un incontro con il mondo del lavoro, aveva detto basta allo sfruttamento: «Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni».

Le statistiche dicono che oggi Ciudad Juarez è più violenta di Caracas. Sede di 950 pandillas, le bande armate che infestano il Messico, è tristemente famosa per le migliaia di donne scomparse, prelevate soprattutto dalle fabbriche clandestine. I racconti di questa gente parlano di ponti sulle strade dove pendono cadaveri impiccati, corpi infilzati, teste mozzate.

E allora Francesco va a incontrare i detenuti nel carcere Cereso 3, istituto con 3.600 prigionieri. Qui scontano la pena sicari, membri delle gang, assassini. In 30, distintisi per buona condotta, lo salutano e gli stringono la mano. Il Papa compare dietro il filo spinato. «Non rimanete prigionieri del passato. Alzate la testa e lavorate per la vostra libertà. Chi sperimenta l’inferno può essere profeta nella società. Non parlo dalla cattedra, ma dall’esperienza dei miei peccati».

E nemmeno in viaggio la diplomazia di Francesco si ferma. Una delegazione vaticana, in visita all’università islamica al-Azhar del Cairo, riapre i canali dopo i rapporti difficili degli anni scorsi. Ora il Papa è disposto a ricevere il Grande Imam egiziano.
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