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domenica 21 febbraio 2016

«Londra non vuole perdere l’anima. Ma per gli affari serve l’Europa»

Brexit. Intervista di Massimo Sideri a Vittorio Colao. Europa politica:«Il sogno dei padri fondatori può rimanere ma bisogna modernizzarlo. Oggi è sul benessere, l’occupazione giovanile e il progresso scientifico e sociale che ci giochiamo il futuro dell’Europa». Corriere della Sera, 21 febbraio 2016 (m.p.r.)


Come voterà al referendum sulla Brexit Vittorio Colao, a capo di una delle più importanti multinazionali inglesi, il gruppo Vodafone?
«Io sono italiano, non voto in Gran Bretagna»

Allora come voterebbe?
«Quello che posso dire è che sono gli elettori che devono decidere. Come azienda non esprimiamo un giudizio politico, ma certo per i nostri i clienti, i nostri azionisti e anche i nostri dipendenti è molto meglio che la Gran Bretagna faccia parte dell’Europa». 

Considera quello di Cameron un buon accordo?
«Penso che abbia portato a casa cose importanti per la Gran Bretagna: il controllo dei costi dei benefit e la clausola di salvaguardia dell’euro. Poi ci sono delle cose un po’ minori come la questione dei matrimoni. Tutto sommato ha ottenuto quello che cercava, ora deve convincere i britannici che gli conviene». 

Qual è il clima nella City? Ve lo aspettavate?
«La maggioranza del mondo del business preferisce una Gran Bretagna dentro l’Ue. Nel caso di Vodafone poi è ovvio che sia così: si parla del mercato unico digitale e una frattura sarebbe un controsenso». 

E l’umore per le strade?
«Credo che in generale ci sia una certa preoccupazione per la complessità e anche a volte la farraginosità dei meccanismi europei. Questo crea onestamente una frustrazione superiore al danno effettivo che l’Ue può fare ai britannici. Ora è il momento della razionalità e non delle frustrazioni». 

In Gran Bretagna si respira più preoccupazione per la crisi o più ottimismo per la ripresa?
«Si respira aria di ripresa. La Gran Bretagna ha fatto un lavoro migliore sulla riduzione dei costi della macchina amministrativa. È un modello molto liberale e molto aperto: guardiamo ai numeri, i giovani europei vengono in gran numero a Londra e in Gran Bretagna. Questo modello sta pagando ed è questo che gli inglesi hanno paura di perdere». 

Ipotesi uno: vince il no alla Brexit. Cosa vorrà dire avere uno «status speciale»?
«Sono un ottimista pro Europa ma sono anche molto pragmatico: la condizione speciale è riconoscere nei fatti quello che c’è già oggi e cioè una Gran Bretagna senza euro e che non vuole andare verso l’unione politica. Riconoscerlo è stato un atto di grande pragmatismo anche da parte di Juncker. Non cambia un granché». 

Il governo inglese non si riuniva di sabato dalla guerra delle Falkland/Malvinas. Ma gli inglesi lavorano più o meno degli italiani?
«Gli italiani lavorano molto ma i britannici sono molto ben organizzati, non solo nel mondo della politica ma anche nelle aziende. L’organizzazione e il metodo di lavoro che arriva dal Commonwealth sono la grande eredità. Ma l’italiano che non lavora è uno stereotipo ed è falso».

Veniamo all’ipotesi due: il Regno Unito se ne va. Vede dei rischi?
«Penso che sarebbe per tutti molto complicato perché nessuno saprebbe esattamente quali meccanismi di uscita verrebbero adottati. Il cosiddetto modello Norvegia non dà grandi benefici e ci sarebbe una grande incertezza». 

Tutti i grandi Paesi europei - penso anche alla locomotiva tedesca - hanno l’euro. Cosa rappresenta la sterlina per gli inglesi?
«Credo che grazie alla sterlina la Gran Bretagna abbia mantenuto una grande flessibilità e grande capacità di reazione nella gestione della politica economica che per uno Stato liberale e molto orientato al mercato ha avuto efficacia. La nostra cultura continentale, siamo anche confinanti, si è ben sposata invece con il concetto di moneta unica, ma dobbiamo completare alcuni passaggi. Io non sono tanto critico: la Bce ha lavorato bene e la leadership di Draghi ha stabilizzato i mercati. Ma mancano dei meccanismi». 

Ne dica uno, fondamentale.
«Il completamento del mercato unico e l’eliminazione delle barriere burocratiche e regolamentari. Nel nostro settore, le telecomunicazioni, abbiamo mille regolatori, ognuno con la propria opinione. Abbiamo politiche locali invece che continentali. Parliamo di reti 5G quando ancora non ci sono le regole sugli spettri europei». 

Ha detto che gli inglesi non vogliono l’Europa politica che era il sogno dei padri fondatori. Ma lei cosa ne pensa? La vorrebbe?
«Il sogno dei padri fondatori può rimanere ma bisogna modernizzarlo. Loro avevano in mente la guerra, i rischi di frattura Est-Ovest. Volevano evitare che ci fossero nuove guerre e quindi, giustamente, avevano una visione orientata alla coesione. Ma credo che nessuno oggi possa avere il minimo dubbio che ci debba essere la pace tra Germania, Italia e Francia. Oggi è sul benessere, l’occupazione giovanile e il progresso scientifico e sociale che ci giochiamo il futuro dell’Europa. In questo senso le tensioni che ci sono in Europa e che portano molti voti a chi offre demagogia e derive nazionalistiche ne sono una conferma».
Massimo Sideri