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martedì 9 febbraio 2016

La tragedia egiziana continua

Proseguono i tentativi di insabbiare la verità che ormai è chiara a tutti,  o di utilizzare la vicenda per ricattare (vedi Obama).La cronaca del depistaggio di Giuseppe Acconcia e Fabio Scuto, le interviste a Malek Adly e Wael Abbas, il manifesto e la Repubblica, 9 febbraio 2016 (m.p.r.)


Il manifesto
DEPISTAGGIO DI AL-SISI
di Giuseppe Acconcia

Il Cairo. Le autorità egiziane iniziano ad insabbiare l’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. I media locali fabbricano la pista omosessuale dopo le rivelazioni sulle atroci condizioni del cadavere

Al Cairo l’atroce arresto, tortura e morte di Giulio Regeni è già insabbiato. Il ministro dell’Interno, Magdi Abdel Ghaffar, ha negato che esista una pista che confermi le responsabilità della polizia. Eppure tutte le notizie che trapelano dall’autopsia italiana, dalle unghie dei piedi e delle mani strappate, alle falangi fratturate una ad una e l’orecchio mozzato fanno pensare ai metodi inconfessabili della famigerata Sicurezza di Stato egiziana (Amn el-Dawla), temuta da tutti gli egiziani e che da oggi è diventato l’incubo anche degli stranieri. Il colpo di grazia sarebbe stato inferto con l’improvvisa rotazione della testa oltre il punto di resistenza mentre la morte sarebbe sopraggiunta dopo ore di agonia.

Dagli ambienti di avvocati e difensori dei diritti umani in Egitto emerge che Giulio si trovava nel momento sbagliato e nel posto sbagliato quel terribile 25 gennaio, quinto anniversario dalle proteste, quando è scomparso. Probabilmente non lontano da piazza Tahrir e in una riunione a porte chiuse o all’aperto insieme ad almeno quaranta persone. È possibile che in quel momento sia stato fermato insieme agli altri e che in quanto straniero abbia destato sospetti. A quel punto è partito in Egitto il passaggio da un posto all’altro di detenzione fino al luogo degli interrogatori e delle torture. Gli ambienti dei sindacati indipendenti, frequentati da Giulio per motivi di ricerca, sono da tempo infiltrati dai servizi segreti militari e civili.

Questo tentativo di impossessarsi del dissenso da parte dei militari è successo in tante circostanze e modi diversi negli ultimi cinque anni. Un esempio lampante è il movimento Tamarrod (ribelli) che è stato forgiato dai militari per costringere l’ex presidente, Mohammed Morsi, alle dimissioni e che ha giustificato agli occhi dell’opinione pubblica il golpe militare del 2013. Le cellule del gruppo, nato come una raccolta firme, erano costituite proprio da giovani pagati dai militari. Da allora ogni forma di dissenso è stata impedita. Soprattutto all’interno delle fabbriche e tra i sindacati indipendenti. Prima di tutto i sindacati filo-governativi hanno visto spegnersi la loro spinta per i diritti dei lavoratori e in seguito le infiltrazioni di Intelligence hanno riguardato anche gli altri gruppi registrati o informali che sono sotto la lente di ingrandimento del regime.

È possibile che Giulio sia stato tradito da uno dei suoi contatti e che fosse attenzionato. Questo ha prolungato l’arresto trasformandolo in tortura e morte lenta che sarebbe sopravvenuta giorni dopo l’arresto. Perché non è stato lanciato subito l’allarme sulla scomparsa di Giulio? In un’intervista al manifesto l’attivista, Mona Seif, ha spiegato che è una prassi consueta aspettare prima di dare notizia pubblica della scomparsa di un congiunto.

Questa attesa tuttavia potrebbe essergli stata fatale. Nel momento in cui il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è attivato, cioè il 31 gennaio, per chiedere spiegazioni al suo omologo egiziano, poco dopo il cadavere di Giulio è stato fatto ritrovare in un fosso in condizioni atroci. Qui si è aperta la ridda di voci e depistaggi. Dall’incidente stradale all’atto di criminalità comune sono le spiegazioni che prima di ogni altre sono state date in pasto ai media per spiegare la morte di Giulio.

L’ultimo tentativo delle autorità egiziane è quello di avvalorare la tesi dell’omicidio a sfondo omosessuale. Secondo questa ricostruzione fasulla il corpo di Giulio sarebbe stato trovato nelle terribili condizioni di cui sopra per il giro di persone che frequentava. Addirittura i due arrestati poche ore dopo l’omicidio sarebbero proprio due persone omosessuali, in seguito rilasciate. Giulio Regeni potrebbe aver ricevuto l’attenzione dei Servizi anche per la sua affiliazione con l’Università americana del Cairo (Auc). Sono tanti i ricercatori europei che fanno riferimento all’istituzione accademica Usa in Egitto.

Tanto è vero che dopo la diffusione della notizia della morte di Giulio Regeni, dall’Auc è arrivata la richiesta a tutti i ricercatori, studenti e dottorandi che avrebbero dovuto recarsi in Egitto di fare marcia indietro e di non andare nel paese per ragioni di sicurezza.

Che oltre al ritrovamento del cadavere al-Sisi non voglia andare lo conferma il fatto che fin qui il team investigativo italiano non ha avuto vita facile in Egitto. Il pm che guida l’inchiesta, Sergio Colaiocco, ha dovuto inviare una rogatoria internazionale per poter aver accesso ai dati emersi dalla prima autopsia. Gli inquirenti italiani al Cairo hanno potuto solo visionare i tabulati telefonici e stabilire che la scomparsa di Giulio è avvenuta mezz’ora dopo aver lasciato casa, poco rispetto alle attese.


La Repubblica
L’EGITTO: “LA POLIZIA NON È COINVOLTA”

di Fabio Scuto

Il ministro degli Interni Ghaffar respinge le accuse sulla morte del ricercatore: “Mai arrestato quel giovane” Muro contro muro con l’Italia. E Obama rassicura Mattarella: gli Usa pronti a collaborare per trovare la verità

Il Cairo.«No. Le posso confermare ancora una volta che Giulio Regeni la notte del 25 gennaio non stato né arrestato né fermato dalla polizia egiziana». Trasuda sdegno il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar per la domanda di Repubblica sulla morte del giovane ricercatore italiano. La sua polizia, dice Ghaffar che comanda circa un milione di agenti divisi in vari dipartimenti, si batte contro il terrorismo e respinge «le ipotesi fantasiose dei giornalisti contro gli apparati di sicurezza. E non accettiamo neanche che si facciano allusioni ». Nessuno, come sostiene il ministro Ghaffar, vuole giungere a conclusione affrettate ma la percezione che sia muro contro muro con l’Italia è lampante.
Le certezze sugli atti inumani e brutali subiti da Giulio, avute dopo l’autopsia a Roma, non scalfiscono di un millimetro la versione che l’Egitto è intenzionato a propinare all’Italia. Ghaffar insiste sull’ipotesi criminale e difende a oltranza i suoi uomini. Ma è soprattutto una frase che colpisce come un pugno: «Stiamo trattando il caso con il massimo impegno, come se fosse uno di noi». Come spiegano i gruppi per la difesa dei diritti umani, oggi in Egitto si scompare con facilità in prigioni sconosciute nel cuore del deserto. Qualcuno riesce a tornare. Altri, esattamente come Giulio, vengono ritrovati in un fosso, con evidenti segni di tortura. Quindici casi solo l’anno scorso. Ma nelle parole del ministro «l’apparato della sicurezza non è stato mai accusato di commettere questi atti». Affermazioni che hanno a più che vedere con la propaganda e col bisogno di allontanare i “soliti sospetti” che con l’impegno «a fornire con trasparenza e collaborazione tutte le informazioni agli investigatori italiani» in Egitto. Ghaffar ribadisce la sua convinzione che traccia la linea del governo egiziano: «È un atto criminale».

Le notizie che filtrano sui giornali, specie in quelli controllati dal governo, sono versioni di cartone destinate a confondere le acque. Giulio è arrivato alla festa, frequentava strani giri, amicizie pericolose nell’Egitto odierno. Un quadro completamente diverso da quello fornito da amici e conoscenti del giovane italiano nella capitale egiziana. Il clima politico cairota è ancora più soffocante dello smog che soffoca la città. Lo straniero rientra nella categoria più pericolosa per l’attuale regime, quasi sempre è assimilabile alla spia. Per questo diversi Atenei - oltre a quello americano, c’è quello britannico e tedesco - subiscono sempre maggiori attenzioni dai molti apparati della sicurezza. Ieri la Middle East Studies Association, principale associazione di studiosi e ricercatori interessati al Medio Oriente nata negli Usa nel 1966, ha diramato un’allerta di sicurezza per tutti gli accademici presenti in Egitto e per chi abbia in progetto di andarci.

La morte di Giulio Regeni è stata al centro dell’incontro di ieri tra Barack Obama e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Obama ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti a collaborare per la ricerca della verità. E il caso potrebbe anche essere al centro dei colloqui nei prossimi giorni tra il segretario di Stato John Kerry e rappresentanti del governo del Cairo.


Il manifesto
L’ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI EGIZIANO:
«VOGLIONO IMPAURIRE GLI STRANIERI»
intervista di Giuseppe Acconcia a Malek Adly


Abbiamo discusso con l’avvocato per la difesa dei diritti umani, Malek Adly. L’attivista del Centro per lo Sviluppo economico e sociale (Ecesr) dell’ex candidato comunista alle presidenziali, Khaled Ali, con sede al Cairo, ha dovuto per lunghi periodi lasciare il paese per il suo impegno politico. Malek si occupa di casi molto delicati che riguardano le retate che colpiscono attivisti islamisti e di sinistra, recentemente si è occupato anche di arresti di massa in ambienti omosessuali al Cairo e non solo.

Quale crede sia la pista più credibile per la morte di Giulio Regeni?

Dalla sparizione forzata alla sfortuna fino a qualche comunicazione o relazione di amicizia non piaciuta al regime: tutto è possibile in questa fase. Alcuni cittadini americani sono stati arrestati solo perché sedevano in un caffé. Ormai questa è l’attitudine che esiste in Egitto.

Perché accreditano la pista dell’omicidio a sfondo sessuale?
Perché vogliono che la vittime abbia una cattiva reputazione. Per questo dicono che fosse gay. In questo modo nessuno umanizzerà Giulio Regeni, nessuno vorrà sostenere lui o la sua famiglia. Allora tutti diranno che era bugiardo, gay perché gli egiziani non sono familiari con i diritti degli omosessuali. Pochi penseranno che anche se lo fosse stato questo non avrebbe giustificato di certo un omicidio.

C’è poi la pista dei sindacati indipendenti che lui seguiva da vicino per la sua ricerca dottorale per l’Università di Cambridge?

Tutto è possibile. È possibile che fosse in comunicazione con attivisti politici o difensori dei diritti umani in Egitto. E questo di sicuro non fa piacere al regime militare egiziano. Potrebbe essere un segnale per tutti gli stranieri. Chi è in Egitto e ha comunicazioni con chi si occupa di questioni politiche può essere torturato o ucciso.

È possibile che i gruppi che frequentava Giulio fossero infiltrati dai Servizi di Intelligence militare o civile?
Certo, è plausibile. Non lo sapremo mai in maniera puntuale. Non sapremo mai i nomi e i cognomi di chi ha tradito Giulio. E forse neppure di chi ha ordinato di ucciderlo materialmente. Né sapremo mai quale apparato lo ha fermato. Forse la Sicurezza di Stato (Amn el-Dawla) o la Sicurezza Centrale. Viviamo in Egitto in una situazione folle. Le agenzie di sicurezza commettono crimini contro egiziani e contro stranieri. È successo contro una vittima di nazionalità francese poche settimane fa. È stato ucciso brutalmente in cella nella stazione di polizia di Qasr el-Nil nel centro del Cairo. La stessa cosa è successa in altre circostanze all’insegnate canadese, Andrew Pochter, ucciso a sangue freddo ad Alessandria d’Egitto nel 2013.

In qualche modo sta accreditando la tesi che la polizia volesse colpire uno straniero?
Sì, questo è un messaggio chiaro a tutti gli stranieri che vogliono venire in Egitto per motivi di ricerca o di inchiesta. Il messaggio è: dovete rivedere la vostra decisione perché il paese non è sicuro. Questo spingerà molti accademici e giornalisti ad evitare di venire qui a lavorare con la stessa serenità che hanno sempre avuto.

Crede che nel mirino dell’esercito egiziano ci siano in particolare le ong e gli attivisti di sinistra dopo la lunga stagione di repressione degli islamisti?

L’esercito può trovare un accordo con gli islamisti moderati ma non con la sinistra che è contro la dittatura militare e ha altre idee in materia di politiche socio-economiche. E poi il nostro scopo non è arrivare al potere. Solo per questo siamo dei nemici giurati del regime di al-Sisi.

Pensa che Abdel Fattah al-Sisi abbia intenzione in questo contesto di frenare le azioni sommarie della polizia egiziana?

Il presidente egiziano purtroppo è paranoico. Non lo farà mai.


Il manifesto
IL BLOGGER EGIZIANO ABBAS:
«NON É UN COMPLOTTO CONTRO IL REGIME»
intervista di Giuseppe Acconcia a Wael Abbas


Abbiamo raggiunto al telefono al Cairo il blogger egiziano, Wael Abbas. Ci ha raccontato i momenti salienti delle rivolte del 2011. Gli abbiamo chiesto di ricostruire per il manifesto, le circostanze dell’arresto, detenzione e tortura di Giulio Regeni.

Cosa è successo al ricercatore italiano?
Sembra che sia stato arrestato, interrogato e ucciso. Lo hanno fatto sparire, torturato e fatto ritrovare morto. Questo trattamento è tra i metodi che solo la polizia egiziana può aver perpetrato.

Può essere che Giulio sia stato arrestato in quanto straniero?
Il 25 gennaio scorso la polizia era dappertutto. L’Egitto è diventato un paese xenofobo. I media sono xenofobi. Tutti i sostenitori delle sinistre sono spie. Tutti gli stranieri sono spie che vogliono preparare un’invasione materiale o immaginaria del paese. Per il grande dispiegamento di forze di quel giorno, è impossibile si sia trattato di un atto di piccola criminalità. Se lo avessero rapito, non sarebbe potuto avvenire quel giorno. E poi abitava al centro del Cairo: una zona sicura.

Perché hanno atteso così tanto per rendere nota la notizia?
Le persone che vivevano con lui avrebbero dovuto rendere pubblica la sua scomparsa la notte stessa. Secondo la legge egiziana se qualcuno sparisce, bisogna denunciare la scomparsa dopo 24 ore. La polizia poi è ovvio che dica che non è stato arrestato e che nessuno sa dove sia il cadavere. E la polizia non dà nessun aiuto per il ritrovamento dello scomparso. Se una persona poi è accusata di un reato politico automaticamente perde la sua umanità. Il ministro degli Interni ha detto ci sono 90 milioni di persone in Egitto non è un problema che centinaia spariscano, questo ha detto un pubblico ufficiale.

È possibile che Giulio sia stato fermato per il tema della sua ricerca accademica?
In Egitto odiano studiosi e giornalisti che si occupano di questo. Impediscono loro di entrare o li deportano. Ma è la prima volta che uno straniero viene ucciso in modo così atroce. Spero che non si ripeta. Questo succedeva nelle dittature militare argentina e cilena.

Perché è stata avanzata la pista sugli ambienti omosex?
Le condizioni del cadavere non rendevano credibile le piste dell’incidente stradale e della rapina. A quel punto era necessaria un’altra pista. Stanno dicendo che Giulio aveva partner omosessuali e per questo lo hanno ucciso. Hanno poi arrestato due omosessuali accusandoli di averlo ucciso.

E poi Giulio potrebbe essere stato fermato anche solo perché straniero?

Queste piste sono credibili. Che la sicurezza abbia nel mirino gli stranieri è chiaro. Lo confermano i casi dei turisti messicani e l’insabbiamento delle indagini sull’aereo russo Metrojet. Ci sono state sentenze di condanna di stranieri. È stato arrestato di recente al Cairo il figlio di un ministro americano. Il governo Usa ha dovuto pagare miliardi per farlo uscire di prigione, come ha confermato Hillary Clinton.

Crede sia in atto uno scontro tra polizia e militari. In altre parole sia in atto un complotto?
È evidente che al-Sisi non sia al corrente di ogni arresto. Dieci mila persone sono state arrestate ultimamente. Sa che arrestano e uccidono egiziani e stranieri. Chiunque lo abbia fatto quindi ha agito nei suoi interessi e non contro.

È in corso una repressione capillare della sinistra?
Socialisti e comunisti sono un problema. Al-Sisi adotta un progetto neo-liberista. Vuole privatizzare l’elettricità e l’acqua. Non gli importa dei salari dei lavoratori. Ha una visione di destra. Per questo la sinistra è ora il nemico.

Eppure al-Sisi ormai ha ottenuto tutto dalla presidenza al parlamento, perché non rilassa le sue politiche repressive?
I dittatori non si rilassano mai. Vanno avanti fino all’autodistruzione. Si sente minacciato ed è in pericolo ogni momento. La gente intorno a lui lo fa sentire così perché proteggendolo continuano a guadagnarci. E non vogliono in nessun modo che le cose cambino.
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