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lunedì 1 febbraio 2016

La sfida ai mutamenti ora parta dal cibo

Se manca l'acqua non si mangerà. I guasti che abbiamo compiuto ai ritmi della natura sono tali che oggi possiamo solo imparare ad adattarci. Un'analisi realistica, ma non consideriamola consolatoria. La Repubblica, 1 febbraio 2016

MANCA l’acqua» è ancora più inquietante di «manca il cibo ». Perché la prima frase determina la seconda. Nell’ultimo paio di decenni non sono mancati i segnali del riscaldamento globale, e non erano solo quelli che possiamo percepire contando le alluvioni o misurando i danni. Cambiano - più rapidamente del normale - i nostri paesaggi agrari, si spostano verso nord i limiti delle coltivazioni cosiddette mediterranee, mentre verso sud si combatte sempre di più e sempre più duramente con la desertificazione e l’erosione dei suoli.

Un amico e agricoltore tedesco disse tempo fa in un incontro pubblico: «Noi contadini non siamo parte del passato, ci occupiamo quasi esclusivamente di futuro. Pensiamo al futuro perché abbiamo bisogno di pianificare e perché la maggior parte di quel che facciamo acquista senso e valore anche molto tempo dopo che l’abbiamo fatto. Seminare significa occuparsi di futuro. Arare significa occuparsi di futuro».

Il 2016 non ha ancora potuto collezionare tanti meriti, ma sicuramente ne ha uno: questo inverno così mite, che segue un’estate già tanto asciutta, ci sta facendo pensare al riscaldamento globale molto più di quanto ci abbiamo pensato finora. Perché sta mancando l’acqua, e se manca l’acqua ci manca il futuro. Gli agricoltori devono decidere adesso cosa seminare e quanto far rendere i loro terreni. Senza un qualche livello di prevedibilità sull’acqua, questo non possono più farlo. Possono provare, a loro rischio e pericolo. Ma se il rischio d’impresa, in un’azienda agricola, è già di per sé più alto che nelle altre, in un’epoca di stravolgimenti climatici diventa intollerabile.

L’agricoltura massiva degli ultimi decenni ha provato a credere che industrializzando i processi di produzione, con l’aiuto della chimica di sintesi, fosse quasi possibile azzerare questi rischi pur in presenza di quanto di più rischioso la natura possa immaginare: l’uniformità delle monocolture. Come se riproponendo in campagna i modelli della fabbrica si potesse davvero creare un ambiente isolato dal “qui ed ora”, simile a quello delle fabbriche.

Ma l’agricoltura dialoga con la natura, e in natura solo la diversificazione protegge dal rischio. Questo lo sanno bene e lo praticano le agricolture tradizionali, che hanno sempre visto nella variabilità delle produzioni l’unica forma possibile di assicurazione contro l’imprevisto.

Oggi, allo sgomento che prende tutti noi - produttori e consumatori - davanti all’impossibilità di fare previsioni consolanti, e alla chiara percezione di vivere un momento climaticamente delicatissimo e pericoloso, possiamo reagire solo prendendo atto che l’arma di cui abbiamo bisogno si chiama adattabilità. La nostra agricoltura deve rendersi leggera, adattabile e pronta a trovare soluzioni puntuali a problemi globali. La sola via di buonsenso che abbiamo - se vogliamo sopravvivere fisicamente ed economicamente - è quella di ripensare, subito, il nostro modo di produrre, rendendolo amico e non antagonista dei suoli, dei microorganismi, dell’acqua, dell’aria. Quando capita un guaio occorre fare tre cose e bisogna farle in un ordine ben preciso: innanzitutto rimediare ai danni, poi chiedersi come è successo, e quindi adoperarsi perché non succeda di nuovo. Le emergenze che ci attendono nei prossimi mesi verranno fronteggiate, ma bisogna anche ragionare su quanta parte abbiamo avuto nel causarle e su come cambiare il modo in cui ci comportiamo.

I cambiamenti climatici sono in corso: bisogna essere sufficientemente adattabili per adeguarsi ad essi, ma anche sufficientemente intelligenti da non continuare a peggiorare le cose.