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mercoledì 10 febbraio 2016

La dotttrina diplomatica di papa Francesco

Il carattere profondamente innovatore di una strategia  geopolitica basata sulla volontà di trasformare i confini da barriere a ponti, qual'è quella suggerita da Jorge Borgoglio ai Grandi della terra, si scontra con avversari e ostacoli potenti. La Repubblica, 10 febbraio 2016


DIPLOMAZIA della misericordia. Un filo rosso unisce le aperture di Francesco alla Cina all’incontro con il patriarca Kyril, l’ennesimo appello perché si continui a negoziare in Siria alla celebrazione a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, che concluderà la sua visita in Messico. Questo papa ha un robusto pensiero geopolitico, come ha intuito fin dall’inizio Lucio Caracciolo. Ora, però, c’è una novità. Francesco non fa solo — per così dire — incontri storici o gesti memorabili: a cominciare dal discorso al corpo diplomatico, non perde occasione per esporre anche il suo pensiero sui rapporti internazionali. È una sorta di nuova “dottrina diplomatica” quella che propone al mondo intero e, in particolare, all’Occidente.

In un lungo articolo su “La diplomazia di Francesco” pubblicato su La Civiltà cattolica, il suo direttore, Antonio Spadaro, ha chiarito le radici religiose e teologiche di questo pensiero, che ruota in gran parte intorno al termine frontiere. «Non muri ma ponti», non si stanca di ripetere con parole che rischiano di apparire retoriche mentre i muri resistono o tornano in tante parti del mondo. Nei discorsi di Francesco, però, l’idea del ponte trova nuova credibilità. Questo papa sembra infatti aver capito il vero peso della parola frontiere — che i ponti devono attraversare — nel mondo globalizzato. Diversamente da quanto abbiamo creduto davanti al primo irrompere della globalizzazione, frontiere e confini continuano a resistere, mentre mantengono un peso rilevante anche i territori che essi definiscono. Non è la stessa cosa, infatti, essere nati da una parte o dall’altra del filo spinato che separa il Messico dagli Stati Uniti. Oggi, però, le frontiere non servono solo per trattenere i sudditi sotto il potere del re ma anche per evitare l’ingresso di nuovi cittadini, sono costruite sempre meno per tenere dentro e sempre più per chiudere fuori. In questo senso i grandi flussi migratori costituiscono oggi una chiave illuminante per capire la direzione della storia. Paradossalmente, però, a blindare le frontiere concorre spesso anche chi forte non è ma ha paura della propria debolezza, convinto in questo modo di difendere la propria identità come avviene, in modi diversi, in Europa orientale e occidentale. Sono l’etnicismo e il nazionalismo le ideologie dei perdenti nel XXI secolo.

Ai leader occidentali, Francesco ricorda gli errori compiuti cercando di estendere con la guerra le proprie frontiere — in chiave coloniale o per “esportare la democrazia” — e mostra loro come si può rispettare frontiere degli altri, attraversandole non per dominare ma per aiutare, non per escludere ma per includere. La logica della guerra fredda tanto radicata in Occidente — ieri contro i comunisti, oggi contro la Russia, l’Islam o la Cina — non è adatta al mondo multipolare. Non è chiaro come evolverà il rapporto tra cattolici e ortodossi dopo l’incontro di Cuba, ma se Kyril si è affrettato ad incontrare Francesco è perché nel prossimo luglio è previsto a Creta il primo Concilio pan-ortodosso e il papa costituisce oggi una sponda sicura per tutte le principali Chiese ortodosse. Il futuro del Medio Oriente è oscuro, ma intanto respingere la logica di chi vuole accogliere in Europa solo i cristiani significa costruire un ponte verso i musulmani. Non sappiamo come si svilupperanno i rapporti tra Santa Sede e Cina, ma le recenti parole del papa “suonano bene” nelle orecchie di milioni di cinesi, come ha scritto il quotidiano ufficioso di Pechino “Global times”.

Francesco può contare su collaboratori di grande spessore, come il cardinale Parolin. Ma anche tra i cattolici non mancano avversari della sua geopolitica: sono tra quanti vorrebbero difendere le proprie frontiere con tutti i mezzi. I maggiori oppositori della mano tesa alla Cina stanno ad Hong Kong, una città che si sente parte dell’Occidente — anche se si parla cantonese — e che vede ogni giorno aumentare il controllo di Pechino. Tra i più contrari all’incontro con Kyril, dietro cui vedono l’ombra di Putin, sono i cattolici dell’Ucraina e dei paesi dell’Europa orientale, gli stessi che denunciano l’“invasione musulmana” dell’Europa. L’ episcopato statunitense è complessivamente freddo verso questo papa che viene dal Sud del mondo. Tali opposizioni ad un papa estraneo a ideologie identitarie o a logiche etnico-religiose mostrano che, anche all’interno della grande internazionale costituita dalla Chiesa cattolica — così l’ha definita Andrea Riccardi — molti sono rimasti ai tempi in cui potere e territorio coincidevano, senza aver capito che la generosità dell’apertura coincide con l’arma dell’influenza, una delle più efficaci nel mondo contemporaneo. Finito questo pontificato, tramonteranno anche questa iniziativa e questo pensiero? Cambiamenti sono sempre possibili, ma i processi avviati sembrano davvero profondi.
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