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sabato 6 febbraio 2016

Il Pinochet-Sfinge e il silenzio di tomba calato sull’Egitto

«Colpo di Stato, censura, migliaia di morti e desaparecidos (intanto i jihadisti avanzano)». Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2016 (m.p.r.)


Qual è la differenza tra Augusto Pinochet, golpista cileno, e Abdal-Sisi, golpista egiziano? Nessuna differenza, risponderà chi non conosce Il Principe di Machiavelli nella versione in uso a Palazzo Chigi. L’ignaro si lascerà impressionare dalle similitudini tra i percorsi compiuti dai due generali. Tanto Pinochet quanto al-Sisi sono nel vertice militare quando il governo che li ha nominati sprofonda in una grave crisi di consenso. Entrambi pugnalano quel governo con un colpo di stato. Entrambi s’intestano il potere e massacrano oppositori. Entrambi massacrerebbero di più se non fossero frenati, il cileno dalla Chiesa, l’egiziano da Obama. Così Pinochet si ferma a quota 3 mila uccisi; al-Sisi probabilmente l’ha raggiunto. Parte alto, almeno 1.150 morti in un giorno, 14 agosto 2013. «Il più grave massacro di dimostranti nella storia dei crimini contro l’umanità», dice Sarah Leah Whitson, di Human Right Watch, ascoltata lo scorso novembre dal Congresso Usa.

Dai giorni della strage il regime ha continuato a reprimere nel sangue le manifestazioni e ha arrestato 41 mila egiziani, tra Fratelli musulmani e militanti di partiti laici. Uno studio legale cairota ha documentato, finché ha potuto occuparsene, 465 casi di tortura, 129 dei quali hanno condotto alla morte del torturato. Lo stupro delle donne arrestate, o di mogli o figlie di arrestati, è diventato un metodo per intimidire ed estorcere confessioni. La stampa non può scriverlo, una nuova legge stabilisce che è grave reato smentire la versione prodotta dalle centrali della repressione. 

Ma allora perché - si domanderà a questo punto l’ignaro - Matteo Renzi si vanta (con la platea di Cl) di essere stato il primo capo di governo occidentale ad aver incontrato il Pinochet egiziano? Perché lo definisce “un grande statista” e invita a riconoscergli «il merito di aver ricostruito il Mediterraneo», frase priva di senso ma ammirativa nella sua sonorità? «La tua guerra à la nostra guerra, e la tua stabilità è la nostra stabilità», gli disse l’anno scorso, come ricorda impietosamente un saggio recentissimo, The Egyptians. Non sarà stato quel saltellare festoso intorno allo sterminatore lo spettacolo più basso mai offerto all’estero da un nostro premier, perfino più triste del Berlusconi acciambellato come un cagnolino nel salotto di casa Bush? 

Quando poi constata che i salamelecchi di Renzi non hanno provocato il minimo sussulto nei partiti e nei media maggiori, l’ignaro comincia a sospettare che quelle smancerie corrispondano ai costumi di una classe dirigente cui l’odore del petrolio abbatte il senso del pudore. L’Eni ha interessi enormi in Egitto e la benevolenza del Cairo è necessaria per qualsiasi iniziativa militare in Libia, altra cruciale piazza petrolifera. Eppure neanche questo è sufficiente a spiegare gli slanci di Renzi, così intensi e reiterati da risultare sinceri. Quando il premier dice ad alla tv al-Jazeera che «in questo momento l’Egitto può essere salvato solo dalla leadership di al-Sisi (…), sono orgoglioso della nostra amicizia e lo aiuterò a proseguire nella direzione della pace», non recita. È davvero convinto che l’amico del Cairo applichi, con metodi inevitabilmente duri, quella famosa teoria di Nicolò Machiavelli oggi conosciuta come la dottrina del male minore. 

Qui è cruciale sapere che Renzi si ispira al Machiavelli, come ci ricordano i giornali. Dunque diamo per scontato che il premier abbia letto Il Principe e ricordi il capitolo 17, dove sono i paragrafi che fondano la dottrina del male minore, spesso spiegata nei termini del fine che giustifica i mezzi. E così paiono interpretarla tanto Renzi quanto il nostro giornalismo. Ma per Machiavelli un governo incalzato da una suprema emergenza può ricorrere alla ‘crudeltà’, solo a patto che quel male porti a un bene maggiore; e comunque rappresenti la deroga, non il sistema. Il male praticato da al-Sisi non soddisfa né l’una né l’altra condizione. È il sistema, non la deroga. E non funziona. Non riesce a fermare gli attentati nel Sinai. Smantella legalità, accresce corruzione. E potenzia il terrorismo. 

Nelle carceri e nei centri di tortura gli jihadisti incalzano i detenuti politici: ora sapete dove conducono non-violenza e democrazia in questa regione; e sapete anche quanto gliene importi alle democrazie europee dei diritti umani, li hanno scordati appena al-Sisi ha aperto i forzieri; convincetevi, l’unica soluzione è la guerra santa. Nessuno dei leader europei tranne Renzi si è spinto fino a dire ad al-Sisi quel che mai fu detto a Pinochet, neppure dall’amica Thatcher: «La tua guerra è la nostra guerra». Nel caso non improbabile che la casta militare liquidi al-Sisi e s’accordi con i protagonisti della tenace ‘primavera araba’, il machiavellismo alla Checco Zalone ci costerà molto più del disonore che oggi ci attira quella terribile ammissione di complicità.
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