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sabato 13 febbraio 2016

Il mondo riunito al capezzale siriano

«La guerra di Siria ha raggiunto dimensioni epocali: gli sfollati sono il 45% della popolazione. La questione è che «l’Occidente impigliato nelle sue clamorose contraddizioni non sa ancora cosa fare». Alberto Negri Bernardo Valli, Il Sole 24 Ore e la Repubblica, 13 febbraio 2016 (m.p.r.)


Il Sole 24 Ore
IL MONDO RIUNITO AL CAPEZZALE SIRIANO
di Alberto Negri

Prima di ogni giudizio politico e di qualunque cronaca diplomatica sul complicato tentativo di un cessate il fuoco viene il dramma di una tragedia mediterranea senza confronti: sulla mappa del Medio Oriente un'intera nazione sta scomparendo. La guerra di Siria ha raggiunto dimensioni epocali, il maggiore disastro umanitario sulle sponde del Mediterraneo dai tempi della seconda guerra mondiale: in cinque anni secondo il Syrian centre for policy reserach (Scpr) i morti sarebbero 470mila contro i 250mila indicati dall’Onu, un dato che non sarebbe stato aggiornato nell’ultimo anno e mezzo. Gli sfollati sono il 45% della popolazione: 6,6 milioni sono quelli interni, oltre 4 coloro che hanno lasciato il Paese.

È la morte di una nazione. L’80% dell’economia è stata inghiottita dalla guerra: questo significa che la ricostruzione durerà anni e i rifugiati non sapranno dove tornare. L’85% dei siriani vive sotto la soglia di povertà e nell’ultimo anno i prezzi di qualunque genere di prima necessità è salito del 50 per cento. A questo si aggiunge un danno incalcolabile: la distruzione del patrimonio culturale, l’unica vera ricchezza che può consentire a un popolo di avere un’eredità del passato che possa far intravedere anche un futuro.

La battaglia di Aleppo è diventata una sorta di Stalingrado del Medio Oriente: 50mila i civili in fuga, 300mila sono sotto assedio senza viveri ed elettricità, secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite. Come città simbolo occupata dai ribelli, Aleppo è diventata un passaggio chiave della guerra. Lo sforzo di Bashar Assad e dei russi per riprenderla si è intensificato insieme ai bombardamenti: l’obiettivo strategico è quello di tracciare una linea Nord-Sud, da Aleppo fino a Damasco che consenta di liberare la principale direttrice della Siria. C’è da dubitare che possano rinunciarci facilmente.

Eppure ieri a Monaco di Baviera il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov si sono incontrati a margine dei lavori del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria: prima dell’incontro Lavrov ha annunciato una proposta per un cessate il fuoco. Alla riunione, che precede l’annuale Conferenza sulla sicurezza, partecipavano anche le potenze regionali coinvolte con lo scopo di riportare il regime e l’opposizione siriana al tavolo dei negoziati dell’Onu dopo la sospensione dei colloqui di Ginevra.

Quante sono le chance di successo? Non molte anche se il clima internazionale è diventato così incandescente che il conflitto rischia di andare oltre a una sorta di “guerra mondiale a pezzi”, secondo la definizione di Papa Bergoglio. Il presidente turco Tayyp Erdogan ha detto che Ankara «sta perdendo la pazienza»: la Turchia sta subendo la pressione dei profughi ai confini ma soprattutto si è accorta che le garanzie europee e Nato non basteranno a fermare la caduta di Aleppo.  Per lui, i sauditi e le monarchie del Golfo che avevano puntato tutto sulla fine di Assad e l’appoggio ai jihadisti si tratta di una sconfitta secca. E questo proprio mentre l’Iran, che celebrava ieri il 37° anniversario della repubblica islamica, si è liberato dalle sanzioni e come alleato di Damasco ha l’opportunità di estendere la sua sfera di influenza regionale. A loro volta i curdi siriani vedono una storica occasione di autodeterminazione: non a caso si sono schierati ufficialmente con i russi e Assad. 

La partita sta diventando un duello rusticano sulla pelle dei siriani: i sauditi, già impantanati in Yemen, annunciano che invieranno truppe in Siria quando la coalizione a guida americana deciderà un’operazione di terra. Un’offensiva araba potrebbe innescare una «nuova guerra mondiale», avverte il premier russo Dimitri Medvedev. Ma la coalizione deve fare la guerra al Califfato o ai russi? Nessuno sa rispondere perché l’Occidente impigliato nelle sue clamorose contraddizioni non sa ancora cosa fare.


La Repubblica
RUSSIA E AMERICA, IL DILEMMA SIRIANO
di Bernardo Valli


Nulla è definitivo nell’affollata guerra siriana, come non lo è attorno a un tavolo di giocatori incalliti. Dove, a tratti, i prepotenti, i virtuosi del bluff, hanno la meglio, nell’attesa che si concluda la partita. Quella in corso nella valle del Tigri e dell’Eufrate non è certo finita. La Russia di Putin è tuttavia al momento in grande vantaggio. È una svolta nel conflitto. Scesa in campo non ultima, ma soltanto di recente con un grande dispiegamento di forze, essa umilia in questa fase la coalizione guidata dalla super potenza americana, esitante e quindi nella scomoda posizione di chi subisce. E rischia un fallimento politico, militare e morale.

Nulla è definitivo in Medio Oriente. Meglio ripeterlo. I suoi confini sono incerti; le correnti religiose si confondono con i nazionalismi o gli scontri etnici; e le potenze regionali sono pedine che cambiano colore su una scacchiera mobile. Là sono i Balcani del nostro secolo. Gravidi di morti, di profughi e di nuovi imprevedibili conflitti.

Al momento l’aviazione russa, insieme a quella siriana, colpisce ad Aleppo e in altre città i ribelli moderati, aiutati col contagocce dagli americani. L’obiettivo è la riconquista della seconda città siriana da cinque anni assediata dagli oppositori. I governativi, in gran parte alawiti, correligionari di Assad e imparentati con gli sciiti, difendono la cittadella, la meravigliosa parte alta, antica, voluta dal Saladino.

Patrimonio dell’Unesco. Simultaneamente, gli aerei della coalizione guidata dagli americani colpiscono gli uomini dello Stato Islamico e di Al Qaeda. Li bombardano in modo sporadico. Ma risparmiano le truppe di Assad. Le quali a loro volta non si occupano con zelo dello Stato Islamico e di Nusra (edizione locale di Al Qaeda). Spesso fingono che non esistano. Sono utili perché aggrediscono gli altri oppositori. Intralciano la loro azione, anche se sono alleati come oppositori di Assad.

Il calato interesse americano per una regione un tempo essenziale negli equilibri internazionali non ci sorprende. Gli Stati Uniti non dipendono più dall’energia mediorientale e i loro rapporti con l’Arabia saudita, tradizionale e indiscussa alleata, sono più difficili. I nuovi principi di Ryad sono più suscettibili. In particolare da quando Barack Obama ha contribuito a riportare in società l’Iran sciita, grande avversario dei sunniti sauditi. Impigliata nella tenzone tra le due principali correnti dell’Islam, l’America di Obama si limita allo stretto necessario. E lascia campo libero ai russi. Condanna Bashar al Assad ma non esegue le punizioni minacciate. Rifiuta rapporti con il rais sanguinario e inattendibile, ma diffida dei ribelli frantumati in numerose fazioni. E se sono moderati non li ritiene in grado di contenere il fanatismo religioso dello Stato islamico e di Nusra. 

Si pone un dilemma. Di fronte al dilemma: meglio un rais inaffidabile o dei fanatici sanguinari? Il rais di fatto la spunta. Ha la meglio. Anche se il presidente degli Stati Uniti non si pronuncia con chiarezza. Non può esporsi a una scelta che non lascia scampo alla dignità. Essendo gli uni e gli altri, terroristi e governativi, impresentabili. Di fatto però Assad è il favorito, perché ritenuto il meno peggio. Alla fine di due mandati, durante i quali ha cercato di ridurre i soldati americani dispersi nel mondo, Obama non vuole lasciare in eredità un’altra spedizione yankee. Da qui un’inevitabile ambiguità.

Per Vladimir Putin il problema si pone altrimenti. Non ha sorpreso l’irruzione della decaduta superpotenza russa in un’area a noi vicina. L’attenzione di Mosca per la Siria confinante con il Caucaso popolato di musulmani risale a tempi lontani. Così come il suo desiderio di inoltrarsi nei mari caldi, nel Mediterraneo, non è nuovo e quindi non lo è il suo interesse per i porti di attracco, di Tartus e di Latakia, sulla costa siriana. Il ritorno della Russia in Medio Oriente ci riporta a mezzo secolo fa. All’alleanza con l’Egitto nasseriano in aperto conflitto con Israele.

Tuttavia la storia non si ripete con esattezza. Presenta soltanto somiglianze. La Russia non si pone il problema della scelta, ignominiosa o no. Bashar al Assad è un alleato di sempre. Poco importa se era dato per spacciato e considerato infrequentabile, fino a pochi mesi fa, per la repressione e soprattutto per l’uso di ingredienti chimici. E perché ritenuto responsabile, perlomeno alle origini, del conflitto che dura da cinque anni, e che ha fatto quasi trecentomila morti.

Assad è una pedina importante. Lo è anche per l’Iran. Il quale usufruisce dell’offensiva russa concentrata sulla città di Aleppo. Impegnata da tempo direttamente sul terreno la teocrazia degli ayatollah, appena assolta dal processo sul nucleare e alleata del regime alawita di Bashar al Assad, intravede adesso una possibile realizzazione del sognato asse sciita che va da Teheran a Beirut, passando per Bagdad e Damasco. Anche se ben lontano dall’essere una realtà, non è più un miraggio.
Ma per il fronte avverso, quello sunnita, è già una minaccia. L’Arabia Saudita e la Turchia seguono in questi giorni gli avvenimenti in Siria come un affronto insopportabile. E considerano il cauto, incerto comportamento americano di fronte all’offensiva russo - iraniana, in appoggio al loro nemico di Damasco, come un’imperdonabile inerzia. Alla quale potrebbero porre rimedio fornendo, ad esempio, ai ribelli moderati anti-Assad i missili antiaerei, suolo - aria, capaci di neutralizzare le forze aeree russe e siriane. Come accadde in Afghanistan, dove la resistenza dotata dagli americani dei famosi stinger affrettò il ritiro dei sovietici, privati della decisa supremazia aerea.
Gli americani non hanno mai voluto dotare i ribelli moderati di quegli strumenti, lasciandoli vulnerabili di fronte agli attacchi degli elicotteri e dei caccia governativi, e adesso di quelli russi. Una forte reazione saudita e turca all’offensiva russo-iraniana cambierebbe la natura del conflitto. In Medio Oriente i russi sono dei giocatori abili. Mentre i negoziati passano da un fallimento all’altro, Putin propone adesso, come una concessione, un cessate il fuoco ai primi di marzo. Quando le sue truppe e i suoi aerei avranno portato a termine l’offensiva di Aleppo. Sempre che degli interventi turchi e sauditi, o un ripensamento americano, non la prolunghino.
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