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giovedì 25 febbraio 2016

Il libretto rosso delle città

L'urbanistica cinese dal capitalismo di Stato al capitalismo neoliberista... e adesso hanno paura di andare avanti così. Giustamente. Corrispondenza di Giampaolo Visetti e intervista di Francesco Erbani a Vittorio Gregotti. La Repubblica, 25 febbraio 2016



IL LIBRETTO ROSSO DELLE CITTÀ
di Giampaolo Visetti

La Cina dice addio al modello occidentale che ha favorito lo sviluppo delle megalopoli Le nuove direttive del governo vietano altri grattacieli e impongono il ritorno alla tradizione

PECHINO. La Cina non vuole perdere il poco che resta del proprio antico aspetto e impone lo stop all’architettura e all’urbanistica straniera. Basta grattacieli in vetro e acciaio, shopping centre che copiano Venezia e Parigi, metropoli stile Las Vegas, o palazzoni a forma di astronave. Contro la globalizzazione del cemento capitalista, più devastante della Rivoluzione culturale maoista, nel futuro della super potenza dell’Asia c’è il ritorno al profilo del passato imperiale. Un documento del comitato centrale del partito-Stato intima a funzionari e progettisti di «abbandonare le soluzioni eccentriche per attenersi alle caratteristiche storiche e locali».

Il presidente Xi Jinping, chiudendo i lavori della commissione urbanistica nazionale, non ha usato giri di parole: «Chi disegna edifici e quartieri — ha detto — la smetta di inseguire la popolarità con opere volgari che scimmiottano le stravaganze occidentali». La “guerra agli architetti stranieri” prevede che le nuove costruzioni siano «adeguate, tradizionali e piacevoli» e abbandonino «esotismi, esagerazioni e stranezze prive di identità». Per il leader di Pechino la trasformazione cinese degli ultimi anni «riflette una mancanza di fiducia culturale, atteggiamenti di dirigenti e architetti che confliggono con gli obiettivi politici».

Per trovare il precedente di un simile editto, si deve risalire al 1978. Mao Zedong era morto da due anni, templi e pagode cinesi erano stati rasi al suolo dalle guardie rosse, 88 cinesi su 100 erano contadini e vivevano di sussistenza in villaggi medievali. La commissione urbanistica del partito comunista, pronta all’ascesa di Deng Xiaoping e al suo «contrordine compagni arricchirsi è glorioso», varò la prima urbanizzazione forzata del Paese. Oggi il 53 per cento dei cinesi vive nelle megalopoli industriali, la nazione vanta il maggior numero di miliardari e la più numerosa classe media del pianeta, ma lo sfacelo non è occultabile nemmeno dalla censura. 

Città e strade tutte uguali, traffico paralizzato, aria tossica, famiglie distrutte e una società implosa per solitudine e sradicamento. È il prezzo della crescita economica, ma con la grande frenata la Cina non vuole pagarlo più. Sotto accusa finisce così lo «squallido e banale skyline d’importazione».

Il vero obiettivo del “nuovo Mao” è però impedire «il contagio del virus occidentale»: assieme ai grattacieli «pensati per l’America e rivenduti al Giappone» cerca infatti di «insinuare nel nostro popolo pure la democrazia». «Per la Cina è un pericolo mortale - ha detto Xi Jinping - che tenta di demolire l’aspetto di una civiltà per distruggerne anche i valori ». Rispetto alla furia devastatrice del Grande Timoniere e alla speculazione selvaggia proseguita anche con Hu Jintao, si annuncia davvero un’altra rivoluzione: una Cina impegnata a ricostruire se stessa per scongiurare il rischio di non essere più nulla, colonizzata sia dai palazzoni prefabbricati che dai modelli di vita globalizzati. Il leader cinese punta il dito contro chi disegna edifici e metropoli, ma parla a chi, assieme agli standard dell’edilizia internazionale, assorbe «i cosiddetti valori universali e la retorica dei diritti umani».

Il timore è che «una civiltà millenaria fisicamente occidentalizzata in due decenni, si scopra ricolonizzata anche nella mente e nello spirito».  Liu Shilin, capo del’Istituto di scienze urbane dell’università Jiao Tong di Shanghai, ha promesso che entro poche settimane le autorità renderanno noti i criteri per definire chiaramente cosa sia la bandita “architettura strana”. Nessuno osa dirlo, ma nella culla dell’imitazione l’imbarazzo è generale. Xi Jinping ha appena visitato la sede della tivù di Stato, nota a Pechino come “il grande pantalone”. Oggi a Shanghai il G20 economico si riunisce nei grattacieli di Pudong, icona della «bizzarria delle archistar occidentali»: uno è chiamato “cavatappi”, uno “missile”, l’ultimo “anguilla”. Poco distante sta per essere inaugurato “Chinadisney”, il più grande parco divertimenti del mondo, fotocopia dell’originale americano.

Nella capitale gli antichi hutong sono stati rasi al suolo per fare posto a strade e centri commerciali. Nelle province rurali le millenarie siheyuan vengono demolite dagli speculatori che vendono palazzine a blocchi progettate in Svezia. Ai piedi della Grande Muraglia, palcoscenico privo di neve delle Olimpiadi invernali 2022, già sorgono villaggi turistici clonati in Austria e Svizzera, con birrerie germaniche e pub inglesi. L’originalità dell’estetica cinese, dalle pagode ai templi buddisti, dalle sale da tè alle risaie terrazzate, si è autoestinta da tempo, ma l’accusa di Xi Jinping oggi non liquida un «passato imperiale o borghese », bensì il «presente straniero imposto dall’esterno». Per la prima volta la distruzione dei luoghi storici e dello stile nazionale non è promossa internamente dal potere che succede al potere, ma «dall’attrazione irresistibile per il gusto, la tecnica e il business dell’Occidente che cancella l’Oriente ». 

Per Xi Jinping tutelare l’“identità cinese” è un’operazione di propaganda nazionalista e patriottica, precondizione per salvare l’egemonia dell’autoritarismo comunista. Per chi ama la cultura, l’arte e il paesaggio è invece una questione di rinascita civile.

«Chiedo alle autorità — ha detto Wang Shu, vincitore del Pritzker Prize per l’architettura — di salvare la Cina da una cementificazione e da una speculazione di Stato che portano all’autocancellazione del Paese e del suo popolo». Per il creatore dello straordinario museo di storia di Ningbo «una globalizzazione architettonica al ribasso spoglia il Paese del suo carattere e l’intera umanità di un patrimonio estetico irripetibile ». Il paradosso è che il governo attacca i progettisti, minacciando di «rimuovere le strutture eccentriche entro cinque anni», mentre questi accusano «lo Stato corrotto che promuove per primo lo svuotamento della propria civiltà».

Due anni fa l’orgoglio della nomenclatura rossa era il New Century Global Centre di Chengdu, 50 mila metri quadri di cemento, stile Manhattan, esaltato come «l’edificio più grande del mondo dove si può vivere dal giorno della nascita a quello della morte». Ora Pechino fa marcia indietro, promette di tutelare ciò che è stato risparmiato dalle ruspe, chiude le porte all’Occidente e ripropone il “modello Cina”.

Per i cinesi sperare in città meno squallide e crudeli è una buona notizia. Quella cattiva è che il bando alle “sovversioni occidentali” non riguarda solo gli edifici, ma prima di tutto le idee: la prima è il sogno, in una strada qualsiasi, di sentirsi liberi.



VITTORIO GREGOTTI:
“NELLA LORO URBANISTICA
HA VINTO IL CAPITALISMO”
Intervista di Francesco Erbani


La prima volta che Vittorio Gregotti andò in Cina era il 1963. Il potere era nelle mani di Mao Zedong e Zhou Enlai. Il marxismo era radicato nel mondo contadino e dominava una cultura antiurbana. Un bianchissimo stile sovietico improntava gli edifici pubblici. Quando ci è tornato, quarant’anni dopo, per progettare Pujiang, un insediamento da 80 mila abitanti, la Cina era diventata la prateria per città da 15 milioni e più di residenti, in cui scorrazzavano architetti dalle bizzarre e magniloquenti fantasie. Ora si vorrebbe tornare indietro, a forme architettoniche più in linea con la tradizione e città medio-piccole.

Architetto Gregotti, che ne pensa di questo richiamo al passato?
«Le megalopoli cinesi non sono come quelle africane o sudamericane, dove si accalcano baracche su baracche. Ma è evidente che queste città di spropositate dimensioni sono agglomerati di periferie. E sono fuori controllo. Manifestano sofferenze insormontabili: il trasporto, gli equilibri ambientali. Avendo la possibilità di pianificare, si tratta di un proposito ragionevole. Non so quanto attuabile in concreto».

Ma si può immaginare un recupero di modelli più cinesi?
«Qui il discorso diventa complesso. Le tradizioni cinesi sono tante. La storia dell’urbanistica e dell’architettura cinese è vasta e piena di influenze. A che cosa ci si riferisce? Agli hutong, i recinti che racchiudevano più abitazioni singole e che per secoli hanno costituito la struttura primaria dell’organismo urbano? La verità è che anche in Cina non si sopportano più le forme spinte della globalizzazione che ha prodotto un linguaggio universale».

È arrivata al capolinea la stagione dell’architettura-spettacolo?
«Sì, con l’aggravante che in Cina si è realizzata un’architettura funzionale al più spinto capitalismo finanziario».

Ma la Cina è un paese comunista. Gli architetti non si sono messi al servizio del regime?
«No. Buona parte di quegli architetti si sono impegnati in un ritratto edificante della globalizzazione. E hanno scelto forme mutevoli che rispecchiassero la duttilità del mercato e l’apologia del consumo».

In Cina hanno lavorato Rem Koolhaas a Zaha Hadid.
«In accordo con le ideologie neoliberiste, anche in Cina molti hanno teorizzato l’insignificanza del disegno urbano, l’indifferenza di un oggetto architettonico rispetto alla città. E hanno capito che il capitalismo finanziario globale è tutt’altro che incompatibile con il sistema cinese».

Anche lei ha progettato lì.
«Abbiamo disegnato un insediamento di circa 5 mila appartamenti, una ventina di chilometri a sud di Shanghai. Ma ne è stata costruita una parte. Mancano gli edifici pubblici, sintomo di quanto conti in Cina la forza del privato ».

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