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giovedì 18 febbraio 2016

Francesco abbatte i muri, «monumenti all’esclusione»

La conclusione della visita pastorale di papa Francesco nella città simbolo della barriera tra il mondo della ricchezza e del benessere e quello della povertà e della miseria, vista nel panorama della campagna elettorale USA. Il manifesto, 18 febbraio 2016


La strada da San Diego a El Paso costeggia 1.200 km di frontiera fra Messico e Stati uniti, e non sono neanche la metà per completare il tragitto a Brownsville, sul Golfo del Messico. Il più lungo confine di terra fra mondo sviluppato e «terzo mondo» è la linea arbitraria che taglia una regione meticcia: duecento anni di colonizzazione spagnola e duecento di dominio americano, con una costante, la pulizia etnica dei popoli indigeni, uno sterminio che è l’atto fondativo di una terra di frontiera permanente e ne plasma tuttora il retaggio violento.

Nessun luogo su questo confine crudele ne è forse un simbolo quanto la città divisa di El Paso/Ciudad Juarez un agglomerato binazionale di quasi 4 milioni di abitanti tagliata a metà dalla frontiera internazionale. Da El Paso l’originale governatore spagnolo Don Juan De Oñate lanciò la spedizione che avrebbe finito per massacrare gli indiani Pueblo (per sedare una rivolta ad ogni maschio adulto venne tagliato il piede sinistro). Il presente di Ciudad Juarez esprime violenze altrettanto efferate nella sanguinosa narco-guerra che ne fece la «capitale mondiale degli omicidi».

Questo luogo è stato il terminale del viaggio pastorale più simbolico ad oggi di Papa Francesco. La violenza più didascalica della frontiera — e cioè di tutte quelle che disegnano le ingiuste divisioni del pianeta — è contenuta nell’abisso fra i due lati contigui, la quasi allegorica differenza fra ricchezza texana e miseria messicana. Su questa soglia che unisce e divide due mondi, è venuto ad inginocchiarsi il papa scegliendo di farlo nel momento in cui sul lato settentrionale, ricco e potente, è in corso una elezione che amplifica le contraddizioni espresse da questa frontiera.

I latinos, su entrambi i lati del confine, sono ancora una volta al centro della retorica politica grazie alle invettive di Donald Trump ma anche quelle di Ted Cruz e Marco Rubio, che pur di origine cubana fanno a gara per superarsi come paladini anti-immigrazione. Nell’etere sotto il cielo impossibilmente stellato del deserto il fiele corre sulle onde medie, quelle delle radio conservatrici che vomitano la propria rabbia contro «quelli che vengono a rubarci il paese» e contro il presidente «traditore musulmano e comunista» che li accoglie . È la paura viscerale che gonfia i sondaggi di Trump esacerbata in questi giorni dalla morte di un santo protettore dell’«America di una volta», Antonin Scalia, àncora reazionaria della corte suprema.

Con Scalia viene meno il controllo conservatore della Corte suprema, cruciale per smontare la «legacy» di Obama . Nel panico, la destra annuncia il boicottaggio di una nomina di un nuovo giudice da parte del presidente. Ma l’ostruzionismo a priori obbliga i repubblicani a scoprirsi e il costo politico per i candidati potrebbe essere molto alto, in particolare proprio fra gli ispanici. Fra le pratiche al vaglio della corte suprema infatti c’è anche il progetto di amnistia parziale agli immigrati e richiedenti asilo. Il «filibuster» ad oltranza dei repubblicani del congresso si tradurrebbe quindi, in un anno elettorale, in affronto potenzialmente suicida al 17% della popolazione.

Obama martedì ha denunciato il boicottaggio repubblicano come sabotaggio della stessa democrazia. «È la misura del rancore che rende impossibile governare» ha dichiarato. Intanto i latinos del Sudovest potrebbero essere determinanti anche in campo democratico nelle primarie contese fra Hillary e Bernie Sanders. Sabato prossimo si voterà in Nevada dove gli ispanici sono un quarto della popolazione e costituiscono in particolare una alta percentuale nei sindacati, tradizionali sostenitori clintoniani.

La presenza di Franscesco sulla soglia simbolica di un occidente sempre più chiuso contro i diversi è stata dunque la più significativa del suo papato. Non a caso Donald Trump da giorni la denuncia come un ingerenza negli «affari interni» della sua campagna xenofoba. Di sicuro si è trattato di un atto profondamente politico, giunto al termine di un pellergrinaggio simbolico che ha ripercorso in Messico i passi dei migranti dalle alture indigene del Chiapas attraverso lo stato Purepecha del Michoacan, le favelas di Città del Messico fino al Rio Grande dove, 400 anni dopo che i frati francescani benedissero il genocidio, Bergoglio ha tenuto a benedire un gruppo di immigrati attraverso quel reticolato che vuole dividere fisicamente ricchi e diseredati.

L’abbattimento simbolico di uno di quei confini che il papa ha chiaramente definito monumenti all’esclusione.