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venerdì 26 febbraio 2016

Expo e città: un’occasione mancata

L'intervista a Giancarlo Consonni tratta dal libro di Antonio Angelillo (a cura di), Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il 2015, Acma, Milano 2015, pp. 102-106.




Quale futuro avrà l’area sulla quale sorge EXPO 2015 una volta terminata la manifestazione? Expo 2015 ha innescato delle trasformazioni di rilevanza urbana all’interno della città di Milano?

L’errore di impostazione è evidente. In primo luogo perché si è scelto di dislocare l’Esposizione su terreni agricoli, quando c’erano aree dismesse (ex-industrie, scali, l’Ortomercato ecc) che avrebbero potuto essere recuperate, con vantaggio per la collettività. In secondo luogo perché, in ogni caso, al dopo Expo si sarebbe dovuto pensare fin da subito, rendendo il prima (l’Esposizione) compatibile con il dopo (il riuso). Si è invece puntato sulla mera creazione di rendita fondiaria.

È opinione di molti che, nel contesto metropolitano, una volta assicurata l’accessibilità trasportistica, una localizzazione valga l’altra. Eppure un ampio ventaglio di fallimenti accumulati negli ultimi decenni proprio nell’area milanese è lì a smentire questo luogo comune. Si può capire (fino a un certo punto) che vi restino aggrappati gli immobiliaristi e le banche; quello che invece non finisce di stupire è l’appiattirsi degli amministratori pubblici su questa impostazione. Come si spiega? La mia risposta è drastica, basata su un bilancio di lungo periodo: le persone a cui, in questi ultimi decenni è stata affidata la tutela del bene pubblico e il futuro della società - nel contesto lombardo, come altrove in Italia - dimostrano un deficit culturale in fatto di condizioni materiali in cui si svolge la vita delle persone. Gli amministratori locali, in particolare, sono del tutto indifferenti alla questione del fare città: chiudono il ragionamento sulla coppia volumi/infrastrutture che, letta in filigrana, sta per rendita/investimento pubblico. Quando invece il fare città dovrebbe essere al centro del fare politica.

È questo l’orizzonte che può spiegare perché si sia arrivati a scegliere per Expo un brandello di periferia metropolitana a ridosso di un cimitero e isolato dal resto del territorio dalle infrastrutture.

Fatta questa scelta sciagurata, a maggior ragione sarebbe stata necessaria un’impostazione capace di assegnare all’area Expo una prospettiva che evitasse la sua assimilazione a quell’immane edificato privo di qualità urbana che è, in molta parte, l’hinterland metropolitano. C’è invece da dubitare che su quest’area possa sorgere un insediamento dotato di qualità urbana: difficilmente quanto è stato fatto è adattabile a un disegno urbano degno di questo nome. Si prenda la piastra “cardodecumanica”, un’infrastruttura di reti primarie (fognatura, acqua, elettricità ecc.) su cui è basato il masterplan dell’Esposizione. Bene: questa “armatura”, la cui elevata concezione tecnologica è stata celebrata da più parti, finirà per condizionare non poco l’assetto futuro, a cominciare dalla dislocazione del verde in una posizione marginale. A cosa serve aver destinato il 54% dell’area a verde, se questo non è organicamente inseribile nell’armatura portante del sistema delle relazioni future? Il risultato, se va bene, sarà l’ammasso di contenitori collocati in rapporto alle infrastrutture di trasporto: tutto il contrario di quello che occorrerebbe perseguire: edifici e spazi aperti pubblici capaci di dar vita, in un’interazione dialogica e sinergica, a luoghi a elevata qualità architettonica e relazionale.

Si mette l’accento su un’emergenza economica: il recupero dell’investimento per la piastra (costata 165 milioni di euro) operata da Arexpo spa, la società proprietaria dell’area in cui figurano il Comune di Milano e la Regione Lombardia (34,67% entrambe), Fondazione Fiera (27,66 % di pura rendita), l’ex Provincia di Milano (2%) e il Comune di Rho (1%). Preoccupa soprattutto la forte esposizione di Arexpo verso le banche (160 milioni), dopo che la prima asta del novembre 2014 - in cui si partiva da una base di 315,4 milioni - ha registrato la risposta negativa del mercato.

Ma, come è evidente, le questioni economiche sono strettamente intrecciate a quelle strategiche. L’appetibilità, che i soggetti pubblici implicati davano per scontata, appare un miraggio. Stando alle proposte fin qui emerse, non si va oltre l’idea di un’iperspecializzazione funzionale coltivata a scala metropolitana. La stessa, per intenderci, che ha dato vita alle “città mercato” e da cui è venuta una forte spinta antiurbana. Che altro è l’idea di una “città della scienza”, avanzata dalla cordata che vede l’Università Statale di Milano alleata di Assolombarda?

Ben diversamente da quanto appare nei resoconti trionfali dei media, le cose non sono affatto semplici. Il rettore Gianluca Vago gioca d’azzardo: pensa che l’ingresso nel risiko immobiliare possa portare quelle risorse che le scellerate politiche governative degli ultimi decenni hanno negato al suo Ateneo (come le hanno negate agli altri atenei d’Italia e all’intero sistema dell’istruzione). Ma già sulla carta, nonostante l’entusiastica adesione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni - e, a seguire, degli amministratori di Milano - i conti non tornano. Se ci atteniamo alle stime di massima fornite dallo stesso rettore Vago, lo spostamento della Statale costerebbe 400 milioni, una cifra che, per la metà verrebbe coperta, dalla vendita delle aree di proprietà dell’Università a Città Studi. Qui la semplificazione lascia interdetti su più di un aspetto.

L’Università Statale, soggetto pubblico, per conto del suo massimo rappresentante, si attribuisce il compito di mettere in campo una gigantesca trasformazione urbana, qual è la dismissione degli edifici oggi ospitanti i comparti scientifici dell’Ateneo situati a Città Studi. In più, sembra tornare il metodo inaugurato con il progetto Citylife, dove il Comune di Milano ha retto il gioco dell’Ente Fiera mettendo sul piatto una densità che è il doppio di quella che dovrebbe essere. Un modo di concepire le trasformazioni urbane per cui l’attore, privato o pubblico, sceglie di fatto le linee strategiche, la qualità dei progetti definitivi e addirittura i livelli della rendita. In altri termini: per rendere appetibile agli investitori privati il vasto comparto di Città Studi, si finirà per concedere densità insediative piuttosto alte, innescando un processo difficile da controllare negli esiti, come il caso Citylife dimostra ampiamente.

È elevato il rischio che, ancora una volta, non si facciano i conti con la bolla immobiliare cronica in cui siamo immersi e con lo stallo derivante: i capitali fermi sull’orizzonte della rendita, indisponibili per investimenti strategici che diano nuove energie al contesto metropolitano. Così come è elevato il rischio che l’area Expo si aggiunga al lungo elenco degli interventi non conclusi a Milano e nell’hinterland.

Si dirà che l’area lasciata dall’Esposizione andrà ad arricchire il policentrismo metropolitano. È una visione superficiale: il policentrismo storico era quello delle città e dei borghi e delle loro aree di influenza: una struttura gerarchica, dove la multifocalità era essenzialmente legata all’abitare. Le concentrazioni di attività in agglomerati specializzati di cui è disseminato il contesto metropolitano costituiscono dei frammenti, dove l’energia vitale si dissolve all’interno di contenitori anonimi e non irrora l’insediamento: non fa città. Quelle concentrazioni costituiscono un depauperamento della rete delle città e dei borghi.

Che fare allora dell’area, una volta finita l’Esposizione? Una possibilità potrebbe essere quella di legare il loisir metropolitano a un’agricoltura di qualità che sappia fare del verde perturbano un ambito di riqualificazione paesaggistica. Si tratterebbe di reinterpretare il tema Nutrire il pianeta facendone sia il perno del rilancio della ricerca specialistica, sia un terreno di presa di coscienza collettiva.

Lo richiede, tra l’altro, l’uso oculato della risorsa acqua. Per come il masterplan di Expo è concepito, c’è il rischio di un elevato spreco di risorse idriche, oltretutto sottratte proprio all’agricoltura. L’acqua fatta arrivare all’Esposizione, con adeguati adattamenti, potrebbe fare da sostegno all’innesto di elementi neoagricoli: un’agricoltura sperimentale, in cui convivano ricerca e acculturazione, recupero paesistico e tempo libero di massa.

La città di Milano è riuscita a cogliere le opportunità che sono state offerte da un grande evento come EXPO?
No; quando invece L’Esposizione poteva essere un occasione per creare risorse per la città. Come ho detto, l’unica valorizzazione che è stata considerata è quella riguardante la rendita immobiliare. In trent’anni Milano ha accumulato una sequela di interventi a cui corrispondono altrettante occasioni mancate. Ma quello che fa specie è vedere l’Università entrare nell’arena delle trasformazioni urbane e metropolitane senza mettere in campo idee e idealità; in altri termini, senza una strategia civile. Ed è non meno deludente vedere gli amministratori della cosa pubblica ritagliarsi un ruolo di semplici facilitatori di quanto viene proposto da altri soggetti.

In una grande metropoli come Milano, con esigenze sempre in crescita, quali pensa siano le principali mancanze? In che modo l’area di EXPO può assumere rilevanza all’interno di un contesto di area metropolitana?
L’armatura metropolitana dovrebbe strutturarsi su tre reti integrate: la rete della mobilità territoriale, il sistema del verde, la trama dei luoghi urbani. Questi tre sistemi nel contesto milanese presentano pesanti insufficienze, oltre che una scarsa armonizzazione e integrazione reciproca. La rete della mobilità metropolitana deve la sua inadeguatezza al primato accordato al mezzo privato e all’assenza di una visione integrata sia al suo interno sia nei rapporti con il quadro insediativo. È una rete che va ripensata integralmente alla luce del principio del massimo risparmio di tempo per chi abita la metropoli.

La rete del verde può contare su risorse straordinarie, a cominciare dal Parco Agricolo Sud e dagli altri parchi metropolitani, ma va consolidata, rafforzata, unificata alle varie scale. Infine, la trama dei luoghi urbani. Nell’ultimo mezzo secolo questa trama non è cresciuta in modo proporzionale agli insediamenti: si è così formato un esteso, cronico deficit di urbanità che va colmato prestando la dovuta attenzione ai rapporti di prossimità.

Lo zoning, teorizzato da urbanisti tedeschi negli ultimi decenni dell’Ottocento, è uno dei principi operanti che, riducendo la complessità dei tessuti insediativi, ha favorito la perdita di qualità urbana dei luoghi. Declinato poi a scala metropolitana, lo zoning ha impoverito le città storiche di attività e relazioni vitali. Il concetto di economie di scala, che si è dimostrato efficace nella produzione industriale di stampo fordista, trasferito in altri settori (commercio, intrattenimento, servizi sociali), ha effetti negativi sulle città e i borghi, perché li impoveriscono di attività vitali. Anche la scelta operata per Expo va in questa direzione; quando invece si sarebbe potuto accogliere l’idea di un’Expo diffusa, come quella avanzata a suo tempo dal gruppo interdisciplinare coordinato da Emilio Battisti.

Dal 1° Gennaio 2015 a Milano è stata istituita la Città Metropolitana, quali sono le novità che porterà questo nuovo ente? Come vengono riequilibrate le competenze?
Per quel che si è visto fin qui, il quadro è desolante. Siamo in una situazione di stallo. Per cominciare, se si vuole conseguire la possibilità di un’elezione diretta del sindaco metropolitano, occorre portare avanti due iniziative con lucidità e determinazione: 1) la formazione delle zone omogenee nell’hinterland; 2) l’attuazione di un decentramento all’interno dei confini del Comune di Milano. Su quest’ultimo punto si scontrano due posizioni: una che vuole la distruzione del comune di Milano; l’altra che vuole un equilibrio nella ripartizione delle competenze.

Ma accanto a questioni di natura istituzionale, c’è il problema del che fare. Le carenze accumulate nella sfera politica e l’inesistenza di una consapevolezza diffusa circa la posta in gioco hanno fin qui impedito il sorgere di un movimento esteso che chieda con fermezza alla Città Metropolitana di farsi carico delle questioni con cui quotidianamente gli abitanti della metropoli devono fare i conti.

Come si è evoluta la proposta del PGT dalla sua nascita fin alla sua approvazione (2012)? Quali sono i suoi punti chiave?
Si è partiti con la linea folle della giunta Moratti: l’idea di riportare a Milano più degli abitanti che ha perso in 30 anni (dal 1975 al 2005), cioè mezzo milione di abitanti, pensando che il motore immobiliare fosse la chiave per il rilancio dell’economia. Ma la leva immobiliare è stata quella che ha portato i cittadini fuori dalla città: una scelta forzata che, allo stesso tempo, dava l’illusione di potersi sottrarre alla rendita. Ma il tributo viene pagato in altro modo, tutti i giorni: in termini di disagio abitativo e relazionale. La giunta Pisapia ha rimediato alle follie della giunta precedente riportando le quantità a orizzonti più ragionevoli ma non ha dimostrato di volere e saper fare un Pgt legato a un’idea di città.

In che modo i contenuti del PGT influenzeranno il futuro dell’area di EXPO?
Per ora il Comune si guarda bene dall’avanzare proposte nel merito, reiterando con Expo il comportamento tenuto in tutte le questioni che contano. È come se, per evitare di apparire sopra le righe, si riservasse un ruolo secondario, aggrappandosi alla funzione di tutore delle regole. È vero che non ci sono risorse, ma l’autorevolezza non dipende dal portafoglio: una politica di indirizzo può essere esercitata per la qualità dei contenuti che si mettono in campo.