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sabato 27 febbraio 2016

Eurexit, il suicidio dell'UE

Utilizzano i dolenti cortei di profughi come corde con cui strangolare la Grecia di Tsipras.  Articoli di Teodoro Andreadis Singellakis, Carlo Lania, Rachele Gonnelli. Il manifesto, 27 febbraio 2016



ATENE LASCIATA SOLA,
PROFUGHI IN FUGA
di Teodoro Andreadis Singellakis


Grecia. Oltre 20 mila persone restano bloccate nel territorio ellenico mentre proseguono gli sbarchi. In molti si mettono in marcia verso il confine della Macedonia che però resta chiuso. Dalla Ue solo inutili appelli agli Stati. Tsipras abbandonato a gestire la crisi umanitaria dei rifugiati. Scontro con Vienna dopo la chiusura dellle frontiere. Respinto il ministro dell’interno
Più di ventimila profughi sono bloccati in Grecia, a causa della parziale chiusura delle frontiere decisa dalle autorità dell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Nella sola regione dell’Attica, ieri, il numero di profughi superava i settemilacinquecento. Nell’isola di Lesbo, ieri sono sbarcati settecento persone, salvate da navi della guardia costiera greca e di Frontex, mentre nel Dodecanneso vengono momentaneamente ospitati altri 482 «disperati del mare».

Si tratta di numeri destinati a crescere nel corso dei prossimi giorni, a causa della forte instabilità creatasi per la mancanza di solidarietà europea. In Grecia si spera in un possibile cambio di rotta, e si è voluto dare un certo peso alle dichiarazioni della rappresentante della commissione per le questioni migratorie, Natasha Bertaud, la quale sottolineato che si sta approntando un meccanismo di aiuti e di sostegno straordinario, in modo che la Grecia non si debba trovare ad affrontare una vera crisi umanitaria. Ed il giorno dopo la decisione di richiamare per consultazioni l’ambasciatrice greca a Vienna, il governo Tsipras ha risposto negativamente alla richiesta della ministro degli interni austriaca Iohanna Mikl –Leitner, di visitare la Grecia la prossima settimana.

L’esecutivo guidato da Syriza le ha fatto sapere che per poter accettare la sua richiesta, dovranno prima venire revocate tutte le decisioni prese al Vertice tenutosi a Vienna. Bisognerà permettere, cioè, alle famiglie dei profughi d passare attraverso i Balcani e rispettare quanto si sono impegnati a fare tutti i paesi membri dell’Ue per le riallocazioni. La Grecia giudica semplicemente assurdo che le strategie per la gestione di questa emergenza, vengano decise da partner dell’Unione, assieme a paesi che non ne fanno parte, lasciando Atene fuori da questo dialogo e adottando, al contrario, decisioni che la danneggiano seriamente.

Il governo greco e le comunità locali cercano di attrezzarsi al meglio per fare fronte ai bisogni più immediati: al porto del Pireo si stanno moltiplicando i centri di accoglienza, nei vari terminal. Il ministro della marina mercantile, Thodorìs Dritsas, da parte sua, ha annunciato che una parte dei profughi, almeno per il week end, rimarrà nei centri di prima accoglienza delle isole dell’Egeo, in attesa che nella più vasta area della capitale possano essere allestite nuove strutture. Questo, però, dovrà avvenire senza portare al collasso la pressione nelle isole, dove i cittadini hanno mostrato, sinora, un grandissimo spirito di solidarietà. La Grecia, in pratica-in una situazione che risulta sempre più difficile decifrare in modo logico- sta pagando la sola «colpa» di essere il paese dell’Unione più vicino alle aree di crisi, quello più facilmente raggiungibile dai barconi dei disperati che fuggono dalla guerra e dalla miseria. Nel frattempo, il governo, assieme ad associazioni di categoria dei commercianti, di artigiani e industriali, ha iniziato una raccolta di generi di prima necessità – vestiti, alimenti non deperibili e prodotti per l’igiene personale- in modo da non farsi trovare impreparati nei prossimi giorni.

Ma è chiaro che la situazione è difficilmente gestibile, anche perché i profughi arrivati in Grecia vogliono proseguire il loro viaggio, nella speranza di arrivare nei paesi dell’Europa settentrionale. Tsipras si è incontrato, ieri, con il presidente del gruppo socialisti e democratici al Parlamento Europeo Gianni Pittella, il quale ha voluto esprimere solidarietà ad Atene. Ha nuovamente sottolineato che è impensabile lasciare la Grecia da sola, davanti ad una crisi di queste dimensioni. Tsipras, da parte sua, ha ribadito che «la solidarietà, in Europa, non può finire dove iniziano i sondaggi» e che la vera chiave di volta per affrontare il problema si trova nel contrasto dei trafficanti, che si agiscono sulle coste della Turchia. Una questione che la Grecia è intenzionata a porre con forza al nuovo vertice straordinario dei capi di stato e di governo dell’Unione, fissato per il 7 marzo. Nel frattempo, però, molti profughi stanno iniziando ad abbandonare i centri di prima accoglienza per mettersi in marcia, a piedi, verso la frontiera con la Ex Repubblica Jugoslava di Mecedonia.

Nella speranza di passare attraverso zone di montagna non controllate dalle guardie, nel corso della notte, e poter così proseguire –non si sa bene come- il proprio viaggio. Per capire quanto assurdo e incomprensibile sia l’atteggiamento di questa Europa, oggi colpevolmente assente, basta dire che secondo Medici Senza Frontiere un terzo dei profughi presenti sul territorio greco, è costituito da minorenni. A questi bambini e adolescenti, in queste ore, gran parte dell’Unione ha deciso di sbattere la porta in faccia.


SE L’EUROPA DIPENDE DA ANKARA
di Carlo Lania

Migranti. La sopravvivenza dell’Ue dipende dal vertice del 7 marzo con il premier turco

«L’Europa riuscirà a salvarsi?» si è chiesto ieri il sito di Le Monde mettendo in fila una serie di questioni scoperchiate dalla crisi dei migranti: divisioni tra Paesi fino a ieri amici — come Francia e Belgio o Austria e Germania -, invettive tra Stati e mancanza di solidarietà verso la Grecia, soprattutto da parte dei paesi dell’Est. Per poi concludere sottolineando amaramente come l’incapacità dimostrata nel gestire le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra rischi di rappresentare la «morte clinica dell’Europa».

Per avere una risposta alla domanda del giornale francese, per sapere se l’Unione europea è davvero arrivata alla fine oppure no, bisognerà attendere il 7 marzo, giorno in cui i leader dei 28 incontreranno di nuovo il premier turco Ahmet Davutoglu al quale chiederanno ancora una volta di mettere fine alle partenze dei profughi. La medicina alla quale Bruxelles si affida nella speranza di salvare Schengen e l’Ue è infatti la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. «Un crash test per le istituzioni europee», ha definito l’incontro il commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos, lasciando intendere così l’importanza data all’appuntamento. Proprio per preparare il vertice il presidente del consiglio Ue Donald Tusk — che con la cancelliera Merkel è tra i più convinti sostenitori dell’alleanza Ue-Turchia — dall’1 al 3 marzo compirà una missione che lo porterà a Vienna, Lubiana, Zagabria, Skopje e Atene — le capitali della rotta balcanica — per poi incontrare anche il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e il direttore di Frontex Fabrice Leggeri. L’obiettivo, o meglio la speranza, è quella di arrivare il 7 marzo potendo mostrare un’Europa unita nella risposta da dare alla crisi dei migranti, cosa che al momento non è.

Non è la prima volta che Bruxelles si appella ad Ankara. Lo ha già fatto l’anno scorso firmando alla fine di novembre un accordo che prevedeva lo stanziamento di 3 miliardi di euro alla Turchia (dove si trovano già 2,6 milioni di siriani) che avrebbe dovuto allestire nuovi campi per i profughi migliorando le condizioni di quelli già esistenti. In aggiunta ai soldi, Bruxelles si è detta disponibile alla liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, nonché a riprendere il processo di avvicinamento all’Ue e a inserire la Turchia nella lista dei paesi sicuri.

Va detto che in questi mesi nessuno ha fatto ciò che aveva promesso e che solo ultimamente sembra essere arrivato i via libera ai finanziamenti. L’incontro del 7 servirà comunque proprio a questo, a ricordare a Davutoglu gli impegni presi e a sollecitarlo a fermare i migranti con tutti i mezzi. Sapendo però che anche il premier turco potrebbe mettere sul piatto nuove e più esigenti richieste, sia dal punto di vista economico che politico.

La cosa drammatica è che nessuno sembra preoccuparsi della sorte dei profughi. Impedire loro di arrivare in Europa risolve un problema a Bruxelles ma rischia di mettere seriamente in pericolo le loro vite. Dall’inizio dell’anno fino al 15 febbraio scorso le autorità turche hanno fermato 8.550 migranti e arrestato 19 scafisti, stando a quanto riferito all’agenzia Ansa da fonti diplomatiche. Il modo in cui queste persone vengono trattate lo ha descritto a dicembre Amnesty international, che in un rapporto ha denunciato come centinaia di migranti e richiedenti asilo bloccati al momento della partenza verso la Grecia siano stati trasferiti in centri di detenzione dove sono stati maltrattati e, in alcuni casi, rimpatriati forzatamente in Siria e Iraq. Amnesty riporta anche alcune testimonianze secondo le quali i profughi sono stati picchiati e ammanettati. «La cooperazione tra Ue e Turchia in relazione alle migrazioni dovrebbe cessare finché queste violazioni non saranno oggetto di indagine e si concluderanno», ha chiesto l’organizzazione. Violenze che non valgono solo per i migranti, ha ripetuto tre giorni fa Amnesty ricordando come dalle elezioni dello scorso mese di giugno in generale nel Paese «la situazione dei diritti umani si è deteriorata notevolmente».

Fino a oggi, però, al di là di una serie di generiche dichiarazione sulla necessità di rispettare i diritti umani, Bruxelles non è andata. Né sembra intenzionata a chiedere ad Ankara impegni precisi sul modo in cui verranno trattati i migranti fermati. Rigirando allora la domanda posta dal sito di Le Monde, viene da chiedersi se un’Europa così non sia già morta.


SE SALTA SCHENGEN UN DANNO
DI OLTRE 100 MILIARDI L’ANNO
di Rachele Gonnelli
Bruxelles. Cosa accadrebbe con il ripristino generale delle frontiere all'interno dell'Ue. Dalla commissione l’allarme agli stati per accettare il ricollocamento dei profughi

Non c’è dubbio, l’Europa trema come se stesse per spaccarsi. Preoccupano soprattutto le minacce che vengono dal naufragio dell’aquis di Schengen — altrimenti detto accordo o trattato ma si chiama con questo strano nome che significa pacchetto di regole sullo spazio comunitario di libera circolazione di beni e persone — che insieme alla moneta unica regge l’intera impalcatura della Ue.

Matteo Renzi, intervistato dall’agenzia Bloomberg qualche giorno fa, ha usato la metafora, un po’ stantia ma sempre efficace, dei 28 paesi membri come l’orchestra che suona sul ponte del Titanic. Ma un’altra visione strategica non sembra averla neanche lui.

Ciò che la Commissione ha studiato per convincere gli stati a rispettare Schengen e quindi a collaborare nei programmi di ricollocamento dei profughi e di controllo delle frontiere, è allora lo spauracchio di disastrose conseguenze economiche. Nella relazione della Commissione c’è infatti un dettagliato quadro dell’impatto che il fallimento di Schengen comporterebbe in termini di costi aggiuntivi per cittadini e imprese, mancati introiti e emorragia di posti di lavoro, un’analisi persino più fosca di quella condotta da France Strategie, think tank che elabora valutazioni per l’Eliseo, all’inizio del mese. Se infatti i francesi stimano in 100 miliardi di euro l’anno il colpo sferrato all’economia europea dall’addio a Schengen, per la Commissione si arriverebbe a 138 miliardi di conto finale per gli stati nella loro totalità.

L’impatto più immediato del ripristino generale delle frontiere nazionali sarebbe, naturalmente, sul traffico delle merci, che — precisa la Commissione — rappresenta attualmente un volume di affari pari a 2.800 miliardi di euro e una massa di 1.700 milioni di tonnellate di beni che si spostano tra le frontiere annualmente. Il ripristino dei controlli doganali interni potrebbe costare tra 5 e 18 miliardi di euro, solo di costi diretti. Autotrasportatori e logistica, secondo le stime Ue, pagherebbero un grosso dazio, probabilmente reagirebbero aumentando i prezzi. Pesanti scelte si prospetterebbero per i lavoratori transfrontalieri, che sono molti anche se meno dell’1% della popolazione dell’area Schengen. L’industria del turismo con il ritorno dei visti subirebbe un colpo pesante, tra i 10 e i 20 miliardi, facendo arretrare il Pil della Ue tra lo 0,07 e lo 0,14 per cento.

Secondo le stime di France Strategie gli scambi commerciali sarebbero decurtati del 10–20 per cento, i beni trasportati vedrebbero rincari del 3 per cento a causa delle tasse doganali e dell’aumento dei costi, mentre i danni al settore turistico sarebbero più limitati. Il centro studi d’Oltralpe si sbilancia a fare previsioni di calo del Pil sia a livello dei 28 (- 0,8) sia per i singoli paesi: alla Germania la fine irrevocabile di Schengen costerebbe 28 miliardi di euro, all’Italia 13 miliardi, alla Spagna 10 miliardi, all’Olanda 6 miliardi e così via.

Ma non solo. Tra i documenti preparatori del vertice della prossima settimana a Bruxelles ce n’è anche uno sul mercato dei capitali che spiega come il settore finanziario sia ormai definitivamente cementato a livello continentale ma come possa svilupparsi grazie a finanziamenti pubblici (costerebbe 200 miliardi l’anno solo la transizione verso un’economia low carbon) e garanzie di stabilità.

Cio che manca invece nei documenti redatti dalla Commissione per i rappresentanti governativi è invece un rapporto sui costi sociali dell’operazione di fili spinati e frontiere chiuse. E l’unico approfondimento è una mappa di Frontex che segnala un traffico di migranti interni alla rotta balcanica: albanesi, macedoni e georgiani, «migranti economici» secondo la dizione per segnalare quelli che l’Europa non vuole, perché questi paesi (Albania, Macedonia e Georgia) pur facendo parte dell’Unione europea non sono all’interno dello spazio Schengen, che come si vede dalla piantina proprio nell’area balcanica ha un evidente «buco» o zona grigia. Esattamente costoro sono quelli che tanto spaventano il governo britannico con il suo welfare state.


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