ULTIMI AGGIORNAMENTI

giovedì 18 febbraio 2016

Ecco i segreti nascosti nell’armadio della vergogna

Le vergogne nascoste in quell'armadio continuano a vivere nella politica di oggi. Lo dimostrano eventi recentissimi, sui quali ci ripromettiamo di tornare nei prossimi giorni. Finché non avremo fatto i conti col passato non potremo aspirare a un futuro migliore. La Repubblica, 17 febbraio 2016, 


La “grande vergogna” è ora online: tredicimila pagine, oltre novecento fascicoli che raccontano le trame e gli insabbiamenti intorno ai crimini nazifascisti in Italia e in Europa. Da ieri l’archivio storico della Camera dei deputati ha inaugurato una nuova stagione culturale rendendo disponibili nel proprio sito tutte le carte su cui ha lavorato dal 2003 al 2006 la commissione parlamentare d’inchiesta sull’”armadio della vergogna”. Fu un giornalista dell’Espresso, Franco Giustolisi, a denunciarne per primo l’esistenza: un archivio ritrovato nel 1994 a Roma negli scantinati di Palazzo Cesi-Gaddi, sede della procura generale militare.

Le ante rivolte verso il muro, per scoraggiare l’accesso. All’interno erano stati nascosti seicentonovantacinque fascicoli sui crimini commessi dai nazifascisti tra il 1943 e il 1945. Marzabotto. Sant’Anna di Stazzema. Fivizzano. Civitella in Val di Chiana. E tantissime altre stragi. Pagine insanguinate della nostra storia, ricostruite grazie alle testimonianze dei sopravvissuti e al lavoro di carabinieri e soldati americani e inglesi che registrarono quelle voci a ridosso degli accadimenti. Un capitolo terribile — oltre 15mila le vittime italiane — che nel 1960 venne cancellato. Rimosso. O come si disse allora, con una formula giuridicamente dubbia, «provvisoriamente archiviato». In altre parole, chiuso a chiave nel famoso armadio.

Le ragioni erano sostanzialmente politiche. L’Italia voleva mantenere buoni rapporti con la Germania. Sarebbero dovuti passare quasi cinquant’anni per la ripresa delle indagini e l’inizio dei processi. Molti ufficiali tedeschi sono stati anche condannati, ma le sentenze di fatto quasi mai eseguite.

Le campagne di stampa — e anche le ricerche di Pier Vittorio Buffa, Mimmo Franzinelli, Isabella Insolvibile, per citare solo alcuni — hanno contribuito a tenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica, fino all’istituzione nel 2003 di una commissione parlamentare di inchiesta. Ora in rete ne troviamo l’archivio di lavoro, con i documenti desecretati.

Carte che tratteggiano un paese pieno di ombre, tra criminali di guerra e servizi segreti ossequiosi verso gli “antichi comandanti”. E dove è destinato a cadere il mito degli “italiani brava gente”. Comunque un’ampia tessitura diplomatica, che è l’altra faccia di un armadio abbandonato.

Il vescovo di Hitler

Una mappa con dieci istituti religiosi di Roma dove nel dopoguerra trovarono rifugio i gerarchi nazisti: la cosiddetta “Via dei conventi”. Dopo la fuga di Kappler dall’ospedale del Celio (15 agosto 1977) il Sismi in allarme stila un rapporto con l’elenco dei ripari: tra gli altri, il convento dei Salvatoriani di via della Conciliazione; dei Pallattini in via dei Pettinari; dei Frati cappuccini di via Sicilia, dove fu nascosto Adolf Eichmann. Al centro della tela il vescovo austriaco Alois Hudal che, scrissero i servizi, «si era dedicato completamente alla causa del nazismo nella speranza che Hitler, seguendo l’esempio di Enrico VIII d’Inghilterra, si staccasse da Roma per fondare una chiesa cattolica germanica e lo eleggesse al trono di Papa tedesco».

Chi si rivede, il generale Roatta

Nel dopoguerra pesavano sulla sua testa diverse imputazioni. Ne citiamo solo alcune: l’ideazione del piano per uccidere i Rosselli e l’uso del Sim, il servizio militare da lui diretto, per dare la caccia ai capi antifascisti. La Jugoslavia ne chiese l’estradizione come criminale di guerra (l’accusa era di aver proceduto su ordine di Mussolini allo sterminio del popolo sloveno). Il 4 marzo del 1945, alla vigilia della sentenza, riuscì a scappare in Spagna, sotto le ali protettive di Francisco Franco. Un’informativa del Sismi ci dice che il primo aprile del 1954 viene spedito dal generale un emissario dei servizi che così descrive il suo approccio: «Le mie relazioni con lui sono iniziate naturalmente con l’ossequio all’antico comandante». Tra camerati ci si intende.

Italiani brava gente?

Nella partita aperta con la Germania, il silenzio conviene anche all’Italia che non è esente dai crimini. Sin dal dopoguerra è stata coltivata la mitografia di un fascismo italiano all’acqua di rose, poca cosa rispetto al totalitarismo brutale dell’alleato tedesco. Così anche un tenace silenzio cade sulle nostre responsabilità (almeno fino agli anni Novanta quando cominciarono a uscire i primi documentati saggi). Le nuove carte rivelano un’attenzione particolare da parte della Germania che il 22 agosto del 1968 chiede al nostro ministro degli Esteri una mappa dettagliata dei campi di internamento in Italia. Il 5 febbraio dell’anno successivo è pronta la relazione sul campo di San Gabriele dell’Addolorata, vicino a Teramo, e su quello di Bagno a Ripoli, in Toscana (da dove gli ebrei nel 1944 furono prelevati a forza e trasferiti nei lager). Una nota delle questure interpellate riguarda anche San Buono, in provincia di Chieti: «Non ci fu alcun campo di internamento», si legge nella relazione, «ma vi furono assegnate persone pericolose in linea politica o per motivi razziali ».

Cefalonia


Il nostro ministero degli Esteri mostra grande interesse per gli esiti dell’inchiesta tedesca sul massacro di Cefalonia che si chiude con un’archiviazione da parte della Procura di Dortmund (se ne dà conto in una nota del 16 febbraio 1971). L’ambasciata italiana aggiorna costantemente la rassegna stampa tedesca (fu il più grave eccidio commesso dalla Wehrmacht). Ma in Italia la strage dei soldati italiani che non vollero arrendersi era stata quasi completamente dimenticata. Sarebbe stato il presidente Ciampi a restituirle la memoria. E un nuovo saggio della studiosa Isabella Insolvibile comparso nel Giornale di storia contemporanea dimostra che non tutti i fascicoli scoperti nell’armadio della vergogna diedero luogo a processi. Alcuni vennero rinchiusi frettolosamente in fondo agli scaffali. E tra questi gli eccidi dei militari italiani compiuti dalle truppe tedesche dopo l’8 settembre. L’indagine su Cefalonia di Antonino Intelisano — che scoprì l’armadio della vergogna — sarebbe partita solo nel 2007, per poi essere portata a termine da Marco De Paolis, con la condanna all’ergastolo (in contumacia) del caporale Stork. Ma siamo nell’ottobre del 2013, storia di oggi.

Quanto valgono i morti?

Poco più di cinquantamila lire. Una nota dell’Ambasciata d’Italia (11 luglio del 1969) comunica che «il Bundeswehrverwaltungsamt ha testé fatto conoscere di aver provveduto al trasferimento di lire 56.250 al ministero della Difesa». Il motivo? È «il risarcimento di danni causati da militari tedeschi in Italia». Un assegno con il sapore della beffa.