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venerdì 12 febbraio 2016

“Docenti stanchi di subire molti non torneranno più”

È scoraggiante che occorra la tortura e la morte di un giovane intellettuale del Primo mondo per far comprendere ai suoi colleghi di quanto sangue grondino gli scettri dei tiranni al potere grazie al sostegno dei "nostri" governi. Intervista di Francesca Caferri a Olivier Roy. La Repubblica, 12 febbraio 2016

Olivier Roy, docente dello European University Institute di Fiesole, è uno dei massimi esperti mondiali di Islam. E fra i primi firmatari dell’appello sottoscritto da oltre 4500 accademici di tutto il mondo e indirizzato al presidente egiziano Al Sisi per chiedere giustizia per Giulio Regeni e per tutte le vittime di sparizioni forzate in Egitto.

Professor Roy, perché ha firmato l’appello?
«Perché questa morte mi è sembrata subito sospetta e il comportamento delle autorità egiziane molto ambiguo. Hanno dato spiegazioni diverse e confuse quando è stato chiaro sin dall’inizio che Giulio Regeni era stato sequestrato dalla polizia o da qualche forza governativa. Il suo non è il primo caso di ricercatore finito nelle mani della polizia in Egitto: finora gli stranieri erano stati interrogati, maltrattati e poi espulsi ma nessuno si era fatto male. Era un modo per mettere pressione su di noi. I colleghi egiziani avevano avuto una sorte peggiore: parecchi erano finiti in prigione ed erano stati torturati. Ora però c’è un morto, non possiamo più restare in silenzio».

Crede che questo appello possa davvero servire?
«Il governo egiziano non può ignorarlo: è la prima volta che c’è una mobilitazione simile nel mondo accademico. Non parliamo solo di quello che è accaduto adesso ma della pressione fortissima che si è sviluppata negli ultimi anni contro gli accademici. È venuto il momento di reagire. Credo che la lettera possa servire perché questo governo vuole apparire agli occhi del mondo come un fattore di stabilizzazione nella regione e una barriera contro il radicalismo islamico. Ma così la sua strategia non funziona».

Perché?
«Perché le politiche che portano avanti non fanno che accrescere l’instabilità e la radicalizzazione, come vediamo bene anche nel Sinai».

Che si aspetta dall’Egitto?
«Chiediamo al governo di dire la verità: avrebbe dovuto immediatamente aprire un’inchiesta su quello che è successo invece di spargere pettegolezzi sulle presunte frequentazioni omosessuali di Regeni».

Che conseguenze avrà questa vicenda nel mondo accademico?
«Molte persone sono spaventate. Molte istituzioni diranno ai loro professori e ai loro studenti di non andare in Egitto: e in questo modo il governo avrà ottenuto quello che voleva, che è azzittire la ricerca. Noi non vogliamo che questo accada».

Che contributo portano persone come Giulio Regeni alla ricerca accademica?
«Un contributo fondamentale. Sono quelle che si immergono nella realtà che li circonda. Sono piene di passione e di voglia di fare. Portano conoscenze fondamentali su cui poi noi professori ci basiamo. Ci fidiamo di loro perché vanno a fondo: io e molti miei colleghi non abbiamo più il tempo e il modo di andare al Cairo e passare un mese nelle periferie per capire cosa pensa la gente. Giulio Regeni e quelli come lui avevano questa possibilità. Il lavoro vero è il loro, non il nostro. Senza persone così non ci sarebbe ricerca vera, ma solo paludati convegni ».
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