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martedì 9 febbraio 2016

Città metropolitana, policentrismo, paesaggio agrario

Il vincitore delle primarie milanesi del centrosinistra ... (continua a leggere)



Il vincitore delle primarie milanesi del centrosinistra[i] (cosa sia centrosinistra nell’attuale vicenda politica non sappiamo), gli altri candidati, i diversi sostenitori dell’uno e degli altri, il sindaco uscente hanno introdotto nei discorsi qualche richiamo all’istituzione Città metropolitana e al corrispondente territorio. Il quale coincide al millimetro quadrato con quello della defunta provincia. Per i problemi di ogni tipo finora riferiti alla città di Mi­lano, ossia una superficie di soli 181 kmq abitata da circa 1.340.000 residenti e frequentata giornalmente anche da 600.000-800.000[ii] extra-murari, le «autorità» ne avranno di fronte una di quasi nove volte più estesa e una popolazione di meno che tre volte più numerosa distribuita in 134 comuni compreso Milano. Il sindaco metropolitano, semplice trasposizione del milanese, sembra dotato di poteri anche più ampi dei pre­cedenti.

Il Consiglio seguirà l’andazzo dei Consigli comunali e regionali dei nostri tempi? Sì, non ricupererà affatto, non lo si può più sperare, la tradizionale forza detenuta prima dello svuotamento dovuto alla riforma (circa due decenni fa): che col premio di maggioranza riduce a pura testimonianza la debolezza della mino­ranza, poi concede a sindaco e giunta (addirittura parzialmente non elettiva) diritti decisionali, se così si può dire, escludenti facilmente dibattiti e controlli consiliari. Infatti le minoranze dei Consigli da allora vivono anzi vivacchiano frustrate per generale impossibilità di contare di più che il due di picche (a briscola). «Grandi speranze», forse possiamo metterle in capo alla Conferenza metropolitana dei sindaci? Come il dickensiano Pip, quante avversità, con 134 dissonanti, incontreremmo?

La forma territoriale (non più che definizione del confine) corrisponde alla riduzione della configurazione sto­rica provinciale a un minimo derivato dalle amputazioni volute dalle rivendicazioni territoriali autonomistiche. Non abbiamo per ora alcun disegno di divisione dello spazio, di organizzazione del medesimo secondo mo­dalità urbanistiche di massima ma chiare rispetto alle destinazioni d’uso primarie. Né lo avremo presto giac­ché oggi vige l’indecisione su cosa dire di teoria e cosa disegnare (ah ah…) sulla carta in ambito di pro­getto necessario, liberato della zavorra che ha riempito sacconi di assurdi acronimi «urbanistici», utili per far ping pong fra urbanisti con le parole retrostanti. Gli organismi metropolitani penseranno a un piano interco­mu­nale? O a cos’altro? 

È passato oltre mezzo secolo dal miglior Piano intercomunale milanese (benché cri­ti­cato a destra e a manca, come usava e usa), formalizzato in modo comprensibile rispetto agli obiettivi con­divisi (con molte incertezze) dai 94 comuni aderenti (estratti da un «comprensorio di studio» di 135 co­muni). Progettisti Giancarlo De Carlo, Silvano Tintori, Alessandro Tutino; pubblicazione Urbanistica, n. 50-51, ot­tobre 1967. Il piano investiva in particolare, giustamente, l’hinterland nord, contrassegnato da una più nume­rosa presenza di insediamenti predominanti rispetto agli altri contesti per economia (profitto e rendita), rela­zioni sociali, mobilità-trasporto, tutte dotazioni di un certo livello ma soprattutto stabilmente in rapporto quoti­diano con la «città centrale, o metropoli». 

È questo, secondo gli studi di oltre cinque decenni or sono di Al­berto Aquarone, che designava il carattere metropolitano dell’area[iii]. Del resto, se allunghiamo il nostro sguardo verso nord e lo dilatiamo verso una comprensione storica, scopriamo che l’area milanese presen­tava caratteri metropolitani nel Settecento e nell’Ottocento, poiché era già percorsa da un fervido sistema di relazioni, anche se l’assetto fisico del territorio non appariva mutato. Lo spazio edifi­cato poteva cambiare al suo interno, come quando una masseria diven­tava «fabbrica» o «pre-fab­brica», ma permaneva un territorio dotato di un chiaro, largo policentrismo, piccoli nuclei e anche piccole città separati da fasce agrarie più o meno vaste e continue a seconda del ca­rattere azien­dale dominante (nord, con­duzione familiare; sud, azienda ca­pitalistica). 

Sarà il territorio settentrio­nale, ap­punto povero di risorse agrarie e arre­trato rispetto ai nuovi rap­porti so­ciali, a esplodere poi in industrializzazioni e edificazioni che produr­ranno man mano condi­zioni terri­toriali sempre più caotiche, espansioni edilizie di ogni tipo, sempre meno giustificate, irragionevoli, «divoratrici della cam­pagna»[iv], fino alla realizza­zione dello sprawl non solo nel mila­nese. Forse la tavola 4 del PIM pubbli­cata in Urbanistica 50-52 po­trebbe rappre­sentare l’occasione e la speranza di conservare quanto re­stava del poli­centrismo storico (e non era poco). Il disegno, spazzati via i tentativi di defini­zione della pura figura (la «tur­bina» quella di maggior successo e insen­satezza) non nega una por­zione di com­pletamento edificatorio di ogni cen­tro, ma con questo lo com­patta attribuendo mas­sima nitidezza al limite con il «verde», nelle sue tre ti­pologie: attrezzato, boschivo, agricolo e di sal­vaguar­dia. Sembra davvero ri­vendicazione della morrisiana città ben delimitata e non divoratrice. Intanto il territorio meridionale sarebbe rimasto alla sua logica destinazione a campagna produttiva e avrebbe incorporato in seguito il grande Parco Sud.

Torniamo al ritornello di politici milanesi sulla città metropolitana. Non vogliamo confrontare un piano con una forma geografica. Questa è stata privata di buona parte del territorio setten­trionale. La sottrazione della provincia Monza-Brianza sembra un morso di mela (Apple, eh eh…) che lascia un grosso vuoto come detta l’arco dentario, il pezzo succoso se lo sono portato via i brianzoli. Delle sette «aree omogenee» (non sappiamo in base a quali parametri) la Nord Milano (un residuo del morso) e la Nord ovest esibiscono il mi­glior sprawl. Siccome alcuni dei politici di cui sopra e circostanti architetti, nominata la città metropolitana proseguono con enfasi «ora policentrismo», dobbiamo capire dove ne potranno fare al­meno un esercizio quasi-urbanistico pur in enorme ritardo. La fascia di territorio che come una grande V ab­braccia Milano dal Magentino-Abbiatense all’Adda-Martesana attraverso le due aree omogenee meridionali dev’essere consi­derata in relazione a diversi aspetti. 

1 - La difesa del Parco Sud sia praticata senza al­cun cedimento alle ri­correnti manovre delle amministrazioni comunali per concedere edificazioni a privati lungo e al di là dei con­fini consolidati. Si dovrebbe progettare un ampliamento del parco conservandone anzi raffor­zandone il ca­rattere agricolo. Tutta la campagna esistente, ben al di là della misura attuale del parco, fra il Milanese e il Pavese, grazie alla persistenza di aziende relativamente forti e alla possibilità istituzio­nale di renderle, per così dire, socialmente attive in caso di pericolo di alienazione all’immobiliare di turno, può co­stituire la com­ponente principale del progetto per un policentrismo ovest-sud-est. Insomma, campa­gna pro­duttiva e cam­pagna parco si immedesimano l’una all’altra e rappresentano l’unica vera risorsa per la sal­vezza della me­tropoli dalla morte letteralmente per l’indefesso procedere della sintesi clorofilliana verso il li­vello zero. 

2 - Per costruire un assetto policentrico sensato (conveniente più di qualsiasi altro modello) oc­corre impe­dire ad ogni costo la tendenza edificatoria che nel nord Milanese, per causa di piani urbanistici o per man­canza di essi, ha provocato quel disastroso genere di territorio a cui corrisponde uguale genere di vita. L’espansione edilizia in comuni piccoli e medi celebra ancor oggi il consumo di suolo come indispen­sa­bile al benestare quando è vero il contrario, specialmente quando è il verde agricolo che passa secca­mente a co­struzione. 

3 - Il maggior pericolo incombente sul territorio meridionale è che si ripetano altri, diffe­renti feno­meni distruttivi del paesaggio. Un’edificazione irruente secondo una forte dimensione del singolo inter­vento, presupposto di forme insediative di gigantismo, le più dannose, ha comportato il cambiamento di­retto, di ben altra misura che nell’espansione in piccoli comuni, da aree agricole di seminativo irriguo alta­mente pro­duttivo (azienda capitalistica o conduzione diretta efficiente con fondo adeguato), a grandi com­plessi, pro­gettati organica­mente o no. 

Qualche esempio: l’inconcepibile insediamento di Sesto Ulteriano, vecchio di vari decenni ma poco conosciuto, un’accozzaglia di duecento capannoni per lo più magazzini de­serti, citta­della di stoccaggio di rara bruttezza che dobbiamo attraversare quando vogliamo andare a bonifi­carci di bellezza alle abbazie di Chiaravalle e di Viboldone; i pretenziosi, colorati edifici per uffici di Assago, un af­fare dell’immobiliarista Cabassi (il medesimo, proprietario di una parte minoritaria dei terreni Expo); la berlu­sconiana “Milano 3” nel piccolo comune di Basiglio (poche centinaia di abitanti), un castellum residen­ziale espropriatore di bellissima e fertile campagna, talmente erroneo dal punto di vista della pianificazione urba­nistica che ha stentato a riempirsi di «clienti» giacché oggi vi risiedono solo 7500 di quei diecimila (al mi­nimo) medio-borghesi previsti dotati di un reddito sufficiente per poter accedere a quest’isola creduta felice; il« distretto» (pomposamente) commerciale di Lacchiarella, inizialmente prova fieristica speculativa di Paolo Berlusconi poi cresciuta se­condo la consueta congerie di contenitori improduttivi, qualcuno diventato fortu­nata occasione per sbattervi un po’ di grossisti cinesi cacciati da Chinatown milanese perché disturbatori coi loro mezzi dell’allegro andiri­vieni di venditori e compratori al minuto.

Una precisazione intorno alle possibilità di progetto e attuazione (vedi il punto 1). Purtroppo cre­sceranno i casi, destinati a diventare totalità a lungo termine, di aziende (pur anche proprietarie) in progres­siva perdita del valore capitalistico e conseguente rischio di svendita alla consueta imprenditoria edilizia. Il governo me­tropolitano, magari imparando dal successo ottenuto da autorità nazionali e locali in altre aree geografiche, per esempio austriache, dovrà promuovere in base ad atti regolamentari interventi sostitutivi da parte di enti pubblici o privati convenzionati per conservare, restaurare e aumentare gli spazi agrari e ad ogni modo neo-naturalistici, allo scopo di renderli usufruibili dalla popolazione sia in senso colturale (prodotti biologici) che culturale (studio e conoscenza del bene primario).

[i] La vittoria di Giuseppe Sala (con solo il 42 % dei voti) era attesa a causa della divisione a sinistra, vale a dire la pre­senza di due candidati che si sarebbero divisi i voti contrari al primo. Se il candidato nettamente sfavorito nei sondaggi, Pierfrancesco Majorino, si fosse ritirato indicando ai suoi sostenitori la decisiva convenienza di trasferire i voti su Fran­cesca Balzani (l’attuale vicesindaco), sarebbe quest’ultima la vincitrice.

[ii] Sono molti decenni, peraltro, che ogni giorno entrano dai confini comunali non meno di 500.000 automobili, spesso due o tre centinaia di migliaia in più.
[iii]Alberto Aquarone, Grandi città e aree metropolitane in Italia, Zanichelli, Bologna 1961, p. 6. L’autore indica i fattori costitutivi di un’area metropolitana: «Gli elementi essenziali e indispensabili di un’area metropolitana sono rappresen­tati da un città centrale, o metropoli…e da una serie…di centri minori circonvicini con i quali sia determinata o stia de­terminandosi…sopra tutto una stabile reti di rapporti quotidiani, economici e sociali, questi ultimi nelle accezioni più larghe», p.6-7.
[iv] William Morris. Cfr. L. Meneghetti, Dimensione metropolitana. Contributo a una didattica di storia e progetto del territorio, clup, Milano 1983, v. p. 65-67, in part. il disegno a p. 67 «Schema interpretativo della riforma territoriale di Morris».

Su Eddyburg Archivio vedi anche Pagine di Storia: Piano Intercomunale Milanese