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domenica 21 febbraio 2016

2015 Culle vuote e record di decessi

«L’istituto nazionale di statistica ha presentato un dossier con gli “indicatori demografici” relativi all’Italia per l’anno 2015». Articoli di Mariolina Iossa e Roberto Ciccarelli, Corriere della Sera e il manifesto,  20 Febbraio, 2016 (m.p.r.)



Corriere della Sera
MAI COSÌ POCHE NASCITE DAL 1861
IN ITALIA È RECORD DI DECESSI 
di Mariolina Iossa

Roma. Mai in Italia, dallo storico anno dell’Unità nazionale (1861) ad oggi, sono nati così pochi bambini. Mai, come nel 2015, le «culle sono state così vuote». È questo il dato più scoraggiante che spicca su tutti gli altri indicatori demografici diffusi ieri dall’Istat. Il crollo delle nascite - 488 mila lo scorso anno, 8 per mille, 15 mila neonati in meno rispetto al 2014 - significa che si è raggiunto un nuovo minimo storico di figli medi per donna: siamo a 1,35, ancora in discesa, per il 5° anno consecutivo. L’età media delle donne al primo parto è salita a 31,6 anni.

L’allarme è grande. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin parla di «emergenza demografica» e dell’arrivo di «misure per il sostegno alle donne che lavorano». Conferma «misure fiscali» il ministro Enrico Costa con delega alla Famiglia: «La prossima settimana alla Camera si discuteranno le mozioni a sostegno della famiglia; al Senato le unioni civili. Io sarò alla Camera». In concreto quest’anno il ministero della Salute si avvarrà dei 500 milioni del bonus bebè (fondi che nel 2015 non sono stati utilizzati del tutto) che potranno aiutare le famiglie con più figli ma anche a dotare Comuni e imprese di adeguate strutture ricettive. 

Scorrendo i dati Istat c’è un altro numero che colpisce: nel 2015 si è registrato un picco di mortalità mai visto dal secondo dopoguerra, quindi da 70 anni: i morti sono stati 653 mila, 54 mila in più rispetto all’anno prima, letti in percentuale siamo al più 9,1 decessi. L’aumento della mortalità si è concentrato nelle classi di età molto anziane, dai 75 ai 95 anni, ma questo non ha frenato la crescita dell’invecchiamento della popolazione. Anche nel 2015 il Paese era ancora un po’ più vecchio dell’anno precedente. Sono 13 milioni e 400 mila gli ultrasessantacinquenni, il 22%.  Diminuisce sia la popolazione in età attiva, quella che va dai 15 ai 64 anni (39 milioni, 64,3%), sia quella fino a 14 (8 milioni e 300 mila, il 13,7%). Si abbassa anche l’aspettativa di vita: scende a 80,1 per gli uomini (era 80,3 nel 2014), e a 84,7 per le donne (da 85). 

Più morti, meno nascite, aumento della migrazione verso l’estero (100 mila italiani nel 2015 si sono cancellati dall’anagrafe per andare in un altro Paese), crescita, ma moderata, del numero degli stranieri residenti (5 milioni e 54 mila, 40 mila in più rispetto al 2014 ma molti di meno rispetto al balzo del 2007). Ed ecco il risultato: la popolazione residente diminuisce, siamo 60 milioni e 656 mila, gli italiani 55 milioni e 602 mila, 179 mila in meno in un anno. Insomma, un quadro poco esaltante. Diminuisce, invece, dopo 12 anni, la migrazione interna, siamo sotto il milione e 300 mila, 3% in meno sul 2014. Il saldo migratorio è positivo per il Nord (0,9 per mille abitanti) e Centro (più 0,6), negativo per le regioni del Sud: meno 2,5.
 
«Il crollo delle nascite è dovuto alla crisi economica, e al generale impoverimento delle famiglie italiane», ha commentato il presidente del Codacons Carlo Rienzi. «Gli italiani che emigrano all’estero, cresciuti del 12%, sono un grave segnale di disagio. Si rinuncia a costruire una famiglia e si va fuori, sono scelte dolorose e sofferte», sottolineano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef. Quanto al picco di mortalità, sia per la Coldiretti, sia per il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Walter Ricciardi, il caldo è tra i principali imputati. «Il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880», hanno ricordato alla Coldiretti. Ricciardi ha anche evidenziato il notevole «calo dei vaccini». 


Il manifesto
NASCITE AL MINIMO STORICO, CRESCONO I RESIDENTI STRANIERI
di Roberto Ciccarelli

Un processo di inversione demografica descritto dal report dell’Istat sugli indicatori demografici del 2015: gli ultra 65enni sono il 22% della popolazione, mentre le nascite sono state 15 mila in meno rispetto al 2014: 488 mila, il minimo storico dall’unità del paese. La tendenza era già emersa nel 2014, quando il livello delle nascite si era fermato a una cifra superiore: 503 mila. Il processo ha un impatto sulla popolazione attiva tra i 15 e i 64 anni. La riduzione riguarda entrambi i poli: diminuiscono le persone attive sul mercato del lavoro adulte e quelle in attesa di entrarci (i quattordicenni). Le prime scendono a 39 milioni (64,3%), la seconda rappresenta il 13,7% (8,3 milioni).

Questa tendenza va considerata perché influisce sulla determinazione del tasso di occupazione e disoccupazione, oltre che su quella degli inattivi. La flessione registra l’incapacità di includere in un’attività retribuita regolarmente e riconosciuta ai fini previdenziali una crescente fetta della popolazione, espulsa verso la povertà assoluta e il lavoro nero. Le regioni più anziane sono Liguria (28,2% di ultra65enni), Friuli Venezia Giulia (25,4%) e Toscana (24,9%). Quella più giovane è la Sicilia (20,2%). 

L’Istat registra un dato già registrato: i decessi sono maggiori delle nascite. Inevitabile che accada, considerata la composizione demografica di un paese - come molti altri europei, a cominciare dalla Germania - con un’età media alta. Nel 2015 i decessi sono stati superiori alle nascite: 54 mila in più rispetto al 2014 (+9,1%), in totale 653 mila. Le morti si sono concentrate nelle fasce di età più avanzata: 75-95 anni. Il saldo è di meno 165 mila. Il 2015 è stato il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità. La media italiana è di 1,35 figli per donna. 

L’Istat registra anche la diminuzione di centomila cittadini italiani che nel 2015 si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero: +12,4% rispetto a dodici mesi prima. I rientri in Italia dei residenti all’estero sono stati 28 mila. Aumentano le iscrizioni anagrafiche dei cittadini stranieri dall’estero: 245 mila. Un dato che va confrontato con quelli dell’immigrazione. Nel 2015 sono stati registrati 200 mila cittadini stranieri in più, a cui vanno aggiunti 63 mila nati in Italia. In questo bilancio in crescita vanno aggiunte 136 mila persone straniere, nate in Italia, a cui è stata riconosciuta la cittadinanza. Il numero sta crescendo anno dopo anno: erano 29 mila nel 2005, 66 mila nel 2010. Sono raddoppiate cinque anni dopo. 

I «nuovi italiani» e la popolazione straniera residente stanno crescendo e si radicano in una società dove hanno pochi diritti e quelli ottenuti dalla legge sullo «ius soli temperato» sono ancora condizionati ad uno status economico della famiglia di provenienza. Il 59% della popolazione straniera risiede al Nord, oltre un quinto in Lombardia. Il 25% risiede nel Centro: 640 mila nel Lazio. Solo il 16% vive a Sud: 233 mila in Campania. Le motivazioni di questa riduzione demografica sono attribuite a fattori principalmente economici dalla politica e dai sindacati: la crisi economica, la mancanza di una politica industriale, il precariato, una scarsa ma tutta da dimostrare attenzione verso le politiche della famiglia. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha annunciato nuove misure a sostegno delle donne che lavorano e un rilancio del «bonus bebé». A suo avviso «le culle vuote sono il principale problema economico del paese». 

I dati Istat hanno creato una nuova emergenza - non si può dire certo sconosciuta - che porterà il governo a presentare «mozioni a sostegno della famiglia», così ha promesso il ministro per gli affari regionali Enrico Costa, alfaniano dell’Ncd. Tra le sue deleghe c’è anche quella alla famiglia», com’è noto materia delle regioni. Considerate le misure analoghe già adottate dal governo, si preannunciano formule parziali estranee ad una chiara visione universalistica della mancanza di tutele - come il reddito minimo - ma organica a una visione frammentata della società. Il calo delle nascite e della riduzione della popolazione attiva può essere dovuta alla mancanza di un lavoro dignitoso. E anche alla pervicace mancanza di un welfare universale. ro. ci.