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venerdì 22 gennaio 2016

Unioni civili:il ritardo della politica

«La vita e il diritto si sostengono a vicenda e tendono a procedere quasi alla stessa andatura. La politica, invece, resta indietro, litigiosa e incapace di rappresentare la società e di ascoltare la voce dei diritti ». La Repubblica, 22 gennaio 2016

LA PROPOSTA di legge (testo Cirinnà) che dovrebbe regolare lo stato civile delle coppie omosessuali e che comincerà il suo iter parlamentare in Senato il 28 gennaio (quasi in contemporanea con il Family day), mette a nudo la natura bipolare del Partito democratico, sintesi visiva della tensione che divide il Paese tra una cultura liberale e una cultura liberale ma nella misura in cui i diritti individuali non contrastino con i valori cattolici. Il Pd porta nei suoi geni il seme della discordia che divide demo-cattolici e demo-liberali sui temi legati alla procreazione e alla sessualità. Il teso scambio tra Michela Marzano e Emma Fattorini, lunedì scorso su Repubblica Tv, non sembrava una discussione fra esponenti dello stesso partito.

L’Italia è, tra i Paesi europei, quello meno disposto a riconoscere al matrimonio civile un’identità autonoma rispetto al matrimonio religioso, che per i cattolici è un sacramento che fonda e sotiene la famiglia. La questione che divide è lo statuto delle unioni omosessuali, ovvero la disciplina del matrimonio, la sua indiscussa identità eterosessuale.

All’interno di questo contenzioso si colloca la discussione sulle adozioni con una pesante distinzione tra “figli” e “figliastri” in relazione ai tipi di genitori. La visione diffusa è che i costituenti per primi avessero in mente una nozione di matrimonio che prevedeva che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. Il contesto storico del Paese e la matrice etico- religiosa di molti dei costituenti che contribuirono alla scrittura degli articoli 29, 30 e 31 sembrerebbero confermare questa visione (anche se in nessuno di quegli articoli si menzionano i sessi diversi). È legittimo chiedersi se la Costituzione vada interpretata cercando di entrare nella testa dei costituenti e restando ancorati al loro contesto culturale o se non ci si debba affidare ai criteri di coerenza interna al testo e di attenzione al nostro contesto, alla vita nostra qui e ora.

Si potrebbe sostenere che ora come allora l’Italia è un Paese cattolico e, in questo senso, l’intenzione dei costituenti è facilmente comprensibile anche da noi. È poi vero che in un Paese monoreligioso, e con debole pluralismo confessionale, l’interpretazione del diritto si tinge fatalmente della sensibilità della cultura della maggioranza (come avvenne nel caso del crocefisso nelle scuole pubbliche).

Tuttavia, si puó essere cattolici in modi diversi. La lettura della libertà individuale non è omogenea nemmeno tra i cattolici. Il movimento cattolico ha infatti conosciuto importanti stagioni liberali e di dissenso, per esempio nel corso di battaglie per altri diritti civili come il divorzio e l’interruzione di gravidanza.

I diritti sono scudi protettivi per chi si trova in minoranza (in questo caso, chi non è eterosessuale) mettendo in conto che ciascuno di noi — anche chi condivide la cultura etica della maggioranza cattolica — potrebbe trovarsi nella condizione di doversi appellare ad essi. I diritti ci garantiscono nelle nostre future scelte, qualora esse si scontrino con quelle che la maggioranza giudica buone. Perché lasciare la definizione di che cosa sia il matrimonio alla parte più numerosa e soprattutto a quella parte di essa che pensa che il futuro replicherà sempre e per tutti il passato?

La divisione interna al Pd mostra un’ulteriore discrepanza. Mostra come la società e la giurisprudenza camminino a una velocità doppia rispetto alla politica: le persone fanno scelte di vita secondo la loro personale saggezza, il loro desiderio, i loro sentimenti, se necessario andando a celebrare un matrimonio gay all’estero; i giudici, interpellati da coloro che subiscono discriminazione perché omosessuali, devono seguire il dettato della Carta.

La vita e il diritto si sostengono a vicenda e tendono a procedere quasi alla stessa andatura. La politica, invece, resta indietro, litigiosa e incapace di rappresentare la società e di ascoltare la voce dei diritti. E resterebbe ancora latitante se la Corte di Strasburgo, nel luglio scorso, non avesse condanno l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sulla tutela della vita familiare, anche omosessuale.

Il testo Cirinnà non è radicale e segue il tracciato indicato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010 che sgancia la questione sulla legittimità costituzionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso dall’articolo 29 per riferirlo all’articolo 2: una linea di condotta ad un tempo moderata (prospettando unioni civili non matrimonio) e rispettosa dell’eguaglianza. L’articolo 2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Cioè anche in unioni omosessuali.
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