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venerdì 29 gennaio 2016

“Un nuovo patto per non morire l’Europa così com’è non funziona più”

Intervista a Étienne Davignon. «L’ex numero due di Delors analizza i mali dell’Unione di oggi: “Serve più coordinamento per portare a termine i processi iniziati e guardare al futuro”». La Repubblica, 29 gennaio 2016 (m.p.r.)


Bruxelles. «È vero: siamo diventati una struttura che non è più grado di funzionare», dice Étienne Davignon, l’ex vicepresidente della Commissione europea presieduta da Jacques Delors, l’ex capo dello staff di Paul-Henri Spaak, uno dei padri fondatori del Trattato di Roma. «Ma occorre fare in modo che l’Europa sia di nuovo governata. Quando si dice che bisogna salvare qualcosa - come succede ora con l’Europa - significa che quella cosa potrebbe non essere salvata. Si è introdotto insomma il concetto di dubbio. E come ci si può stupire che adesso la gente dica che il sistema potrebbe naufragare?».

Nessuno che la difenda?
«Nessuno eccetto la Merkel, i tedeschi in generale, e Renzi, che fa un discorso un po’ ambiguo ma ha gestito bene il collegamento tra politica interna e politica europea. Gli altri non si sentono fiatare».
Nemmeno i francesi…
«I francesi, a parte dire che l’accordo con i tedeschi è fondamentale, non dicono niente. Salvo quando sono molto coinvolti in un problema come la sicurezza e i rifugiati».
E che cosa dovrebbero dire?
«La domanda è: c’è un’alternativa all’Europa? È una domanda legittima: quello che era vero cinquant’anni fa è ancora vero oggi? È più pericoloso morire perché si sta tutti insieme o sopravvivere perché l’uno o l’altro non vogliono salire sulla stessa barca? Non è più un’Europa facoltativa. Ecco la scelta di fronte alla quale ci ritroviamo oggi. Se certi paesi ritengono di non volere più l’Europa è un loro diritto: ma ne devono accettare le conseguenze. L’aspetto più ambiguo della questione Brexit non è che i britannici chiedano una serie di cose ma che contemporaneamente chiedano di esercitare un controllo su quello che fanno gli altri: è intollerabile».

L’argomento principale contro quello che lei dice è che la globalizzazione esige che restiamo potenti e questa potenza richiede che ci teniamo la Gran Bretagna: a costo di farle concessioni.
«Ma è qui che si arriva alla domanda successiva: che cosa comporterebbe la separazione dalla Gran Bretagna? Economicamente non cambia nulla che il Regno Unito - mai entrato nell’euro - sia dentro o fuori. Ma è vero invece che quando qualcuno abbandona una struttura che non è un’alleanza ma una “integrazione” - i cui accordi iniziali non prevedevano nemmeno la possibilità giuridica di uscirne - questo sì è un fallimento. Poco importa di chi sia la colpa. La domanda è: dovremmo ripensare a un nuovo giuramento? Io credo che sia arrivato il momento di farlo. Ripensando al passato credo che abbiamo fatto un grosso errore. Avremmo dovuto inserire nel Trattato che tutti quelli che desideravano partecipare all’unione monetaria ne avevano il diritto: ma non l’obbligo».
Cosa sarebbe cambiato?
«Chi non fosse entrato nell’unione monetaria sarebbe rimasto un membro associato. Ci saremmo ritrovati in 28 nella gestione del mercato interno e degli affari esteri: ma nella gestione dell’euro e delle sue ricadute economiche saremmo stati nella posizione legittima di prendere le decisioni necessarie senza dover poi far ratificare tutto dai singoli parlamenti ».
Rifare dunque un giuramento: ma su che cosa?
«L’obiettivo è un’Europa sempre più integrata. L’unione monetaria esige un coordinamento economico superiore. Nella crisi dell’euro abbiamo constatato che bisognava occuparsi delle banche: e quindi abbiamo fatto l’unione bancaria… Bisogna portare a termine tutti questi processi».

A far esplodere tutto è stata la crisi dei rifugiati?
«I rifugiati sono la dimostrazione di quello che succede quando si prendono delle decisioni che poi non si mettono in pratica. È successo in ambito economico, con la Grecia, e adesso con la crisi dei rifugiati. Che cos’è Schengen? È il riconoscimento della realtà che non ci sono più frontiere interne ma c’è una frontiera esterna. E che cosa ne abbiamo fatto? Un bel niente. La Grecia non riesce a fare il necessario? E allora tiriamo indietro la frontiera».

È un problema di leadership?
«Siamo stati negligenti. Abbiamo lasciato troppo a lungo gli italiani nella loro situazione. Siamo stati troppo a lungo incapaci di porre la domanda giusta: siamo in grado di controllare le frontiere interne? Non c’è una sola persona intelligente, e invero neanche un imbecille, che possa pensare di poter controllare le frontiere interne: guardate su Google quanti passaggi ci sono tra il Belgio e la Francia e tra il Belgio e i Paesi Bassi».

Quindi Lei sostiene che è totalmente insensato dire - come i tedeschi fanno sempre meno velatamente - che se non si risolve rapidamente la crisi chiuderanno le loro frontiere?
«Dico che non tener conto dell’opinione pubblica è assurdo quanto esserne schiavi. È evidente che l’accumulo di persone a breve termine non è assimilabile. Detto questo, se il male minore è dire che per un certo periodo si debbano mettere dei filtri, finché non avremo una vera frontiera esterna con un vero negoziato con gli altri paesi coinvolti, perché no?».

Avrebbe mai immaginato di dire quello che sta dicendo oggi?
«Ho imparato da Paul-Henri Spaak che non bisogna pensare che gli accordi siano irreversibili. L’Impero romano è scomparso senza nessuna buona ragione: non crediate che l’Europa non si possa disfare».

Traduzione di Elda Volterrani