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martedì 5 gennaio 2016

Un Nuovo Muro

«Tra paura ed egoismi nazionali torna l’Europa delle frontiere. Dietro la “riduzione” di Schengen c’è il rischio di un continente di nuovo diviso. Così i Paesi “virtuosi” del Nord provano a relegare ai margini Italia e Grecia, in un Mediterraneo in fiamme». La Repubblica, 5 gennaio 2015


Era un simbolo, il ponte di Oresund. Un simbolo europeo. Cinquanta campate sopra il Baltico costate più di quattro miliardi, in parte anche di fondi Ue. Otto chilometri per collegare Svezia e Danimarca, saldare Copenhagen e Malmoe come fossero un’unica città. Era il sogno di unire ciò che la natura ha diviso, e di farlo in nome di una buona volontà umana superiore a qualsiasi sfida. Il miraggio è durato quindici anni. Ha retto tempeste e mareggiate. Ma non ha retto allo tsunami dell’immigrazione che sta sommergendo l’Europa e ridicolizzando il suo progetto di fratellanza.

Adesso Oresund, intasato dalle code alla improvvisata frontiera imposta dopo mezzo secolo tra Svezia e Danimarca, è diventato il simbolo delle paure e degli egoismi nazionali che riemergono come fantasmi dal nostro passato. Più del filo spinato piantato da Orban sulle frontiere ungheresi. Più delle migliaia di auto che nei giorni scorsi hanno aspettato ore al confine italo-francese. Più dei cani poliziotto che pattugliano i confini sloveni.

Stretta nella doppia morsa dell’immigrazione e del terrorismo, l’Europa deve fare i conti con l’istinto primordiale di cancellare se stessa e rifugiarsi dietro l’illusorio baluardo degli Stati-nazione. Il progetto che aveva preso il volo con la fine della grande paura della Guerra fredda, con il crollo del muro e il ritiro dell’Armata rossa, ora deve fare i conti con nuove minacce e nuove paure. Deve misurarsi con l’esercito, pacifico, disperato ma inarrestabile, dei profughi. E con quello, più piccolo ma ben più minaccioso, dei fanatici della Jihad. E la prima vittima di questa doppia offensiva è la libertà di circolazione. Che poi, a guardar bene, è la libertà di sentirci veramente europei.

La Svezia, sommersa da 160 mila profughi in un anno, proporzionalmente poco meno di quelli arrivati in Turchia in cinque anni, ha deciso di chiudere le frontiere con la Danimarca.

E la Danimarca, di riflesso, ha impiegato meno di tre ore per chiudere le sue frontiere con la Germania. Il colosso tedesco, che di rifugiati ne ha accolti un milione, per ora resiste. Ma avverte: «Schengen è in pericolo». E chiede a gran voce (e a ragione) «una soluzione europea». Già, ma quale?

Di fronte allo spettacolo del ponte di Oresund diventato frontiera sarebbe facile ironizzare sul fatto che questa volta, apparentemente, l’anello debole della solidarietà comunitaria si colloca tra i ricchi e progrediti Paesi del Nord Europa e non nel «ventre molle» del Continente, tradizionalmente rappresentato dal suo fianco Sud. Purtroppo non è così. E la chiusura del ponte tra Svezia e Danimarca rischia di essere l’innesco di una reazione a catena che ha per bersaglio ultimo l’Italia e gli altri Paesi di primo impatto dell’immigrazione.

Ci ha pensato subito il premier conservatore danese, Lars Løkke Rasmussen, a chiarire i termini della questione, così come vengono interpretati al Nord: «E’ evidente che l’Ue non è capace di proteggere le sue frontiere esterne, e così anche altri saranno presto obbligati a ripristinare i controlli di confine». Insomma, visto dal Baltico, il problema dell’Europa è ancora una volta la Grecia (e in parte l’Italia). È Atene che non riesce a frenare il flusso dei migranti in arrivo attraverso l’Egeo. È Atene che non appare in grado di identificare e fermare quanti arrivano sul suo territorio rimandando indietro coloro, e sono forse la maggioranza, che non hanno titoli per chiedere l’asilo politico. Il contagio, in fin dei conti, che si tratti di flussi migratori o di crisi finanziaria, viene sempre dal Sud.

Come ai tempi della crisi dei debiti sovrani, l’Europa si divide lungo una faglia che separa “virtuosi” e “peccatori”, con i primi ben decisi a far prevalere il rispetto delle regole sugli obblighi di solidarietà. La moneta unica va bene, ma i debiti restano nazionali e ciascuno deve ripianare il proprio. Le frontiere uniche vanno bene, ma gli immigrati illegali restano “nazionali” e ciascuno deve identificare e rimpatriare i propri.

E qui sta il vero, formidabile pericolo politico che minaccia i Paesi più esposti al flusso migratorio, come la Grecia o l’Italia. La libertà di circolazione all’interno dell’Unione europea non è solo una conquista di altissimo valore simbolico. È anche, e soprattutto, uno straordinario fattore di sviluppo economico. Come dimostrano le lamentele degli imprenditori svedesi e danesi, l’Europa oggi non è in grado di reggere i costi indiretti che il ristabilimento delle frontiere nazionali comporterebbe e che sarebbero probabilmente superiori ai costi indotti dallo tsunami migratorio.

Per cui, se si afferma il principio che la colpa della situazione è dei Paesi di primo arrivo, alla fine il rischio è che Schengen si ricostituisca tagliandoli fuori.

Questa idea di una Schengen «ridotta », che esclude dalle proprie frontiere i Paesi deboli, come l’Italia e gli stati balcanici, è già stata apertamente ventilata dal governo olandese, che da gennaio ha assunto la presidenza di turno della Ue. Solo la Germania, per ora, ha impedito che la proposta venisse seriamente presa in considerazione. Ma se la reazione a catena dei controlli alle frontiere dovesse continuare nei prossimi mesi, come è probabile che accada, sarà difficile evitare che una riduzione «d’emergenza » dello spazio Schengen si imponga nei fatti. Garantendo la libera circolazione tra i Paesi virtuosi del Nord. E relegando l’Italia e la Grecia ai margini dell’Europa, verso un Meditteraneo in fiamme che minaccia più che mai di inghiottirci.


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