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sabato 16 gennaio 2016

Schengen, l’effetto valanga delle nuove frontiere

«L’allarme di Bruxelles Il commissario europeo Avramopoulos avverte: “Rinunciare alla libera circolazione è la fine del progetto europeo». Il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2016 (m.p.r.)


Il primo luglio del 2000, il ponte di Oresund ha unito ciò che la fine dell'era glaciale aveva diviso: cioè Svezia e Danimarca. Sedici chilometri, sette anni di lavoro, 14 euro di pedaggio (oggi), quel ponte è diventato il simbolo di un'Europa ricca e pacifica che si poteva attraversare in auto, senza confini, grazie all'accordo di Schengen che giusto l'anno prima aveva raccolto nuovi membri, contando tutti gli Stati dell'Unione europea tranne Irlanda e Gran Bretagna. Alla mezzanotte di domenica 3 gennaio 2016, la Svezia ha deciso di ripristinare almeno per un mese i controlli sul ponte di Oresund, con una sospensione temporanea di Schengen.

«Difenderemo Schengen a spada tratta, sapendo che oggi è in pericolo: se crolla la libera circolazione è la fine del progetto europeo», ha detto ieri in audizione davanti al Parlamento europeo il commissario Affari Interni, Dimitri Avramopoulos. Ma i partiti della destra antieuropea hanno scelto quell'accordo come bersaglio su cui scaricare le tensioni dovute alla crisi dei rifugiati. E ne chiedono la sospensione. Nrl 2015 Eurobarometro ha rilevato che per gli europei la libertà di movimento è il risultato più apprezzato dell'Unione europea subito dopo la pace. Eppure, oggi, in tanti, soprattutto a destra, chiedono il ritorno delle frontiere. Colpa anche delle idee confuse su che cosa è Schengen e su cosa sta succedendo.

Schengen è un villaggio di 4000 anime in Lussemburgo. Lì, nel 1985, finiscono le frontiere interne all'Unione europea, o almeno tra alcuni dei Paesi fondatori (Belgio, Francia, Olanda, Lussemburgo, Germania): è un accordo tra governi, verrà assorbito nella legislazione europea solo nel 1999. Dopo il primo accordo, che ha compiuto 30 anni a giugno, ne arriva un altro, Schengen II, nel 1990: una politica comune per i visti e rafforzati i controlli alle frontiere, elemento questo cruciale per il dibattito di oggi. Se si lascia circolare tutti liberamente dentro, bisogna essere più chiari su chi ha diritto di entrare nella zona senza barriere. Nasce l'idea di “Fortezza Europa”, al cui interno però si può muoversi senza visti, soltanto con un documento di riconoscimento che certifica l'appartenenza a uno dei Paese Schengen (oggi 22 membri dell'Unione, quattro esterni). 

Con l'ondata di richiedenti asilo arrivata nel 2015, tutto questo sembra a rischio. Ma le prime tensioni risalgono al 2011, l'anno delle primavere arabe: il governo Berlusconi riconosce ai tunisini un permesso temporaneo di soggiorno che, nella grande maggioranza dei casi, viene usato per raggiungere la Francia. L'allora governo conservatore di Nicolas Sarkozy nega che un semplice permesso di soggiorno sia sufficiente per muoversi liberamente e minaccia di rispedire in Italia i tunisini. Il ministro dell'Interno dell'epoca, Roberto Maroni, «Allora la Francia esca da Schengen».

Anche la Danimarca, tra settembre e ottobre 2011, rafforza i controlli alle frontiere. La Commissione europea decide allora di modificare l’accordo di Schengen, stabilendo a quali condizioni uno Stato membro può imporre limiti alla libertà di circolazione, modifiche in vigore dal 2013 che sono state utilizzate nella crisi dei rifugiati, come ricostruisce un paper del Ceps, What is happening to Schengen? , di Elspeth Guild, Eveln Browner, Kees Groenendijk e Sergio Carrera. 

La sospensione di Schengen è ora prevista e regolata. Si può chiedere in base all'articolo 25 che stabilisce il ritorno dei controlli immediato e senza preavviso in caso di minacce alla sicurezza interna o all'attuazione delle politiche di uno Stato membro. I limiti hanno durata di dieci giorni e possono essere prorogati per 20 giorni, senza superare i due mesi. C'è anche l'articolo 26 che prevede blocchi alla circolazione per minacce serie e durature relative al controllo dei confini esterni dell'area Schengen. Però richiede allo Stato che ne fa richiesta procedure più complesse per dimostrare la minaccia che deve riguardare l'area nel suo complesso. Molto più facile usare l'articolo 25, come fanno tutti. 

Di solito queste limitazioni venivano usate per i grandi eventi (come il G8 de L’Aquila del 2009). Poi è iniziata la crisi dei rifugiati e il 13 settembre 2015, la Germania ha iniziato a picconare Schengen, quando ha deciso di arginare l'assalto dei richiedenti asilo dovuto alla decisione improvvisa di Angela Merkel di sospendere per i profughi siriani l’applicazione del trattato di Dublino 2 (che attribuisce la gestione dei rifugiati al primo Paese in cui arrivano e presentano la domanda di asilo). A catena seguono l'Austria, il 15 settembre, e la Slovenia il 16, che reintroducono controlli. A novembre si aggiunge la Svezia, seguita dopo pochi giorni dalla Norvegia, entrambe adducono come motivazione il flusso ingestibile di migranti. La Francia aveva già previsto un aumento dei controlli per il vertice sul clima Cop 21, poi sono arrivati gli attentati di Parigi che hanno portato a un vero ripristino delle frontiere (in vigore fino alla fine di febbraio). 

Tutti i Paesi che in questo momento hanno ripristinato i controlli aboliti dall’accordo di Schengen, citano come motivo i migranti o, più esplicitamente (come fa la Svezia), i richiedenti asilo. C'è un problema giuridico: anche il ripristino temporaneo delle frontiere non autorizza in alcun modo i Paesi europei a venire meno ai propri impegni verso la concessione di asilo. Che non sono regolati dalla Convenzione di Ginvera del 1951, recepita dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Quando nel 2013 l'accordo di Schengen è stato modificato per regolarne le sospensioni, è stato scritto all'articolo 3 che non c'è possibilità alcuna di deroga. È addirittura vietato aumentare i controlli di polizia all'interno della propria frontiera, un modo surrettizio di ripristinare il confine. 

Finora la Commissione europea, che deve valutare la fondatezza giuridica delle limitazioni a Schengen, ha fatto finta che fosse tutto a posto. Ma diventa sempre più difficile sostenere che i diritti dei rifugiati sono garantiti mentre vengono ripristinate le frontiere proprio per scoraggiarne l'arrivo. Quindi Schengen sta morendo e le frontiere sono destinate a tornare stabili? Lo spirito dietro l'accordo del 1985 non sembra svanito del tutto. Anche i Paesi europei che hanno alzato più barriere, come l'Ungheria di Viktor Orbàn, non hanno sfidato direttamente Schengen, ma hanno cercato di infilarsi nelle sue pieghe, rispettandone almeno la forma. E la scelta del Consiglio europeo di costruire un sistema europeo di confini e di guardia costiera, come evoluzione dell'agenzia Frontex, è un tentativo di conservare il metodo originario, aperti dentro e chiusi fuori. Schengen è vivo, ma senza qualche evoluzione le sue falle diventeranno sempre più evidenti.