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mercoledì 27 gennaio 2016

“Rimozione”, la lezione che mi diede Primo Levi

«In occasione del Giorno della Memoria, pubblichiamo il capitolo di Certi momenti di Andrea Camilleri (Chiarelettere) dedicato a Primo Levi e a un episodio di “rimozione”». Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2016 (m.p.r.)


Nel 1966 una prestigiosa casa editrice italiana pubblicò un libro di racconti fantastici, alcuni dei quali veramente spassosi, intitolato Storie naturali. Autore ne era Damiano Malabaila, del tutto sconosciuto alle patrie lettere. Leggendolo, non furono pochi i lettori che ebbero delle perplessità: troppo esperta e sorvegliata la scrittura, assolutamente perfetto il dosaggio tra gli elementi costitutivi di ogni racconto per essere opera di un autore esordiente. E poi: come aveva fatto un autore alle prime armi a essere pubblicato da una casa editrice nota per la severità delle sue scelte? Dopo poco tempo, si ebbe la risposta. Damiano Malabaila non esisteva, era uno pseudonimo dietro il quale si nascondeva, con somma sorpresa di me lettore, niente di meno che Primo Levi, l’autore dell’immortale Se questo è un uomo.

Mi sono più volte chiesto se questa sorpresa non fosse condivisa dallo stesso Levi, quando aveva scoperto in sé una vena così divertente come quella che segna gran parte delle Storie naturali, motivo per il quale forse aveva deciso di firmarle come Malabaila. A ogni modo, la sezione Prosa radiofonica della Rai, per la quale io lavoravo come regista, decise di fare adattare a radiodramma uno di questi racconti, Il versificatore, e di farlo realizzare negli studi di Torino. Ma quando, un mese dopo, i responsabili della Prosa ascoltarono il radiodramma prima di mandarlo in onda rimasero allibiti, perché la qualità dell’interpretazione e della regia era di così scarso livello che la trasmissione avrebbe potuto addirittura configurarsi come una sorta di offesa all’autore Levi. Decisero ipso facto di farne una seconda edizione completamente diversa affidandone a me la regia. Avevamo poco tempo perché l’opera era già stata annunciata in cartellone.

Partii subito per Torino e la prima cosa che feci fu di chiedere per telefono un appuntamento a Primo Levi, che non conoscevo. Quando lui seppe il motivo della mia richiesta si mostrò perplesso. «Ma Il versificatore non era già stato «Sì, ma vede, siccome non è venuto tanto bene, allora…» . Tagliò corto: «Posso invitarla domani a pranzo al Cambio?» mi chiese. Il Cambio era il più noto e storico ristorante di Torino. «Volentieri!» risposi. Il versificatore era la storia di una macchina capace di fare versi a comando e secondo alcune precise indicazioni, senonché questa macchina nel racconto di Levi spesso e volentieri si prendeva delle, diciamo così, licenze poetiche, che finivano per generare equivoci e confusione. La mia idea era quella di far parlare la macchina non con la voce meccanica e priva di qualsiasi intonazione che sembra essere propria dei robot parlanti, ma di farle recitare i versi con un’intonazione enfatica propria del cattivo poeta che legge una sua opera. Fermo restando che avrei in qualche modo trattato la voce dell’attore, per suggerire che si trattava di una macchina e non di un essere umano, col soccorso dell’Istituto di fonologia di Milano.

Mi presentai al Cambio con un certo batticuore: conoscere di persona Levi e parlare con lui mi metteva in agitazione. Ma la dolcezza dei suoi modi, la cortesia, l’interesse, l’attenzione che da subito prestò alle mie parole mi misero perfettamente a mio agio. Scoprimmo, ma non ce lo dicemmo, di esserci reciprocamente simpatici, perciò quel pranzo in qualche modo venne da Levi prolungato: dopo aver preso il caffè mi disse che aveva ancora tempo a disposizione e che avrebbe ancora voluto parlare con me della mia Sicilia. Poi uscimmo dal ristorante. Proprio attaccata al Cambio si ergeva la maestosa facciata del Teatro Carignano: «Ha mai lavorato nel nostro teatro?» mi chiese Levi. «Non ne ho mai avuto l’opportunità». «Ma non l’ha mai visto neanche da spettatore?». «Neanche». Notò che l’ingresso principale del teatro era spalancato. Mi guardò e mi disse: «Vuole visitarlo? Sono amico del «Volentieri» risposi.

Entrammo. Un signore molto elegante stava parlando con una donna; al vedere Levi gli andò incontro con la mano tesa, si salutarono con calore. Levi gli spiegò il motivo della nostra presenza. Il direttore si mise a disposizione, fece accendere tutte le luci di sala: effettivamente si trattava di un piccolo gioiello che dava un’idea di grandiosità. Chiesi di salire in palcoscenico, lui mi accompagnò, mi guidò a vedere la cabina delle luci, mi mostrò, sia pure a distanza, l’organizzazione della soffitta e in quel momento venne chiamato da un inserviente perché era arrivata una telefonata dall’estero che il direttore attendeva. Questi allora ci salutò, ci disse che potevamo, terminata la visita, uscire dalla porta posteriore, la cosiddetta entrata degli artisti, e ci lasciò soli.

Rimasi ancora cinque minuti a guardare quello splendore e poi dissi a Levi che potevamo andarcene. Nel retropalco individuammo la porta che conduceva all’uscita: si apriva su un corridoio che terminava proprio con l’entrata degli artisti. Vidi che vicino all’ingresso c’era lo sgabuzzino del portiere, il quale se ne stava intento a leggere un giornale. Al sentirci avvicinare, il portiere alzò gli occhi, il suo sguardo si illuminò, si alzò, aprì la porta del gabbiotto a vetri e mi corse incontro, la mano protesa addirittura gridando: «Dottor Camilleri! Che bella sorpresa! È venuto qui da noi per un’altra regia?». Mentre la terra letteralmente si apriva sotto ai miei piedi e io vi sprofondavo dentro madido di sudore, bofonchiai qualcosa al portiere e mi precipitai verso l’uscita seguito da Levi.

In strada cademmo in un silenzio imbarazzante. Io, che ero sconvolto, riuscii in qualche modo a controllarmi, e dissi a Levi: «Le devo una spiegazione». «Non mi deve nulla – fece lui gentilissimo -, ma se vuole parlarmene…». Allora gli raccontai come solo sei anni prima io avessi messo in scena, proprio al Teatro Carignano, un’edizione speciale dell’atto unico di Giovanni Verga Cavalleria rusticana, ma vuoi per l’infelice scelta degli attori, vuoi per un malaccorto errore di interpretazione mia, quello spettacolo mi era parso il peggiore di tutti quelli da me fino a quel momento realizzati e l’avevo cancellato totalmente dalla mia memoria, sino a scordarmi di aver lavorato in quel teatro. «Ho fatto una vera e propria rimozione» dissi. Levi, che mi aveva ascoltato in silenzio, guardando un po’ imbarazzato la punta delle sue scarpe, sollevò la testa e mi fissò dritto negli occhi. «Sapesse quante ne ho dovute fare io…» sussurrò. E riprendemmo a camminare ancora in silenzio.
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