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giovedì 14 gennaio 2016

Rimescolare le carte per vincere la partita


Il mondo ci sta franando sotto i piedi, e noi che vorremmo contribuire a costruirne uno migliore non troviamo ancora il modo di avviare un cammino insieme? Un invito alla ragione. Il manifesto, 14 gennaio 2016

Domenica si riunirà il Comitato Nazionale dell’Altra Europa per Tsipras , l’organismo — un centinaio di persone — eletto ormai parecchio tempo fa, quando si decise di rendere stabile la rete dei comitati che aveva partecipato alla campagna elettorale europea del maggio 2014. Sarà il primo incontro dopo la così detta rottura del famoso tavolo incaricato di negoziare come far partire il processo di costituzione di un nuovo soggetto della sinistra, un passaggio dunque importante per tutti quelli che ancora insistono nel puntare a questo obiettivo.

Dico “così detta” rottura, perché una percezione così drammatica di quanto è accaduto quel giorno io francamente non la condivido. Sebbene speri in una sua ulteriore riflessione, ho compreso la posizione espressa con molta onestà da Paolo Ferrero quando ha dichiarato l’indisponibilità del suo partito anche solo di ipotizzare il proprio scioglimento, perché Rifondazione è un partito molto strutturato e identitariamente determinato. E ho pensato che per ora occorresse prenderne atto, indicando subito, però, come stabilire un’intesa per continuare a collaborare.

Il processo costituente del resto non è chiuso, è appena aperto, e se funzionerà gli innesti potranno (e dovranno) essere ancora molti.

Ho capito meno le reazioni che ho visto espresse on line da molti dell’Altra Europa, perché non vedo francamente in cosa consista il colpo di stato che sarebbe stato operato da chi ha deciso di procedere con chi sia d’accordo nell’avviare un processo — che tutti sappiamo lungo e per niente garantito — al termine del quale, e solo allora, nascerà — forse — un soggetto unitario. Non un’alleanza elettorale, e dunque non fondata soltanto sulla cessione di ciascuna componente della sovranità in questa peraltro quantomai scivolosa materia: questa l’abbiamo già sperimentata e non è stata mai brillante.

Fino a quando non si rimescolano le carte — e cioè non ci si mischia anche umanamente nelle stesse sedi; non si creano nuove amicizie e nuove solidarietà; non si discute assieme senza la paura che un’ipotesi o l’altra privilegi questo o quello; non ci si senta solidali anziché pronti all’accusa reciproca; non ci si impegni a capire le ragioni dell’altro, che non vanno solo rispettate ma anche usate come risorsa critica per se stessi — non si andrà da nessuna parte. Per questo la formula “arcobaleno” non va bene: significa immobilizzare le diversità anziché farle vivere come positivo innesco.

Ho detto che quanto si discute importa a chi ancora insiste nel puntare all’obiettivo del nuovo soggetto, perché mi rendo conto che siamo sempre meno a sperarci e io che sono piuttosto attempata comincio a sentirmi persino un po’ ridicola. Gli amici e compagni — tanti — che so che potrebbero esser coinvolti nell’avventura cominciano a guardarmi come personaggio un po’ patetico. Il linguaggio del dibattito che si è sviluppato on line è di per sé sufficiente a farsi passare la voglia: grondante di sospetti; a prendere qualsiasi perplessità — pur comprensibile — da parte di chi ha passato anni impegnato in questa o quella amministrazione locale come mero desiderio di mantenere uno sgabello; qualsiasi impazienza per intenzione di tagliar fuori questo o quello; un’intervista di Fassina per indebito protagonismo (che qualcuno esca dal comodo Pd per unirsi alla nostra, per ora almeno, armata brancaleone, non c’è tutti i giorni, non vi pare?); e così via. Ce l’ho anche con chi, a una come me e a tanti compagni anche parecchio più giovani di me, dice che siamo compromessi col ‘900: certo che lo siamo, perché lo abbiamo vissuto pienamente senza tirarci indietro. Ogni generazione ha evidentemente il diritto di ricominciare daccapo: ma lasciamo a Renzi (e a Berlusconi) giudicare quel secolo come fosse stato solo immondizia, gli serve a cancellare tutte le cose che bene o male, e in mezzo a tanti errori, si sono pur conquistate.

Io capisco i timori di molti compagni di comitati locali per la possibilità che le organizzazioni nazionalmente strutturate e persino dotate di una rappresentanza parlamentare possano prevaricare le altre. Ma, suvvia, avete paura della “corazzata” Sel? (Magari fosse una nave un po’ più solida!). Se si sentisse tanto autosufficiente non si sarebbe resa disponibile a sciogliersi, tanto più che c’è — ancora, per fortuna — aspettativa in una parte del popolo di sinistra per uno nuovo corso, un’area che non si esaurisce con chi stava a quel famoso tavolo e cui Sel potrebbe guardare. Credo che se Sel insiste nel rapporto in particolare con l’Altra Europa sia per il desiderio di non perdere una esperienza e una cultura — quella che è stata chiamata “generazione di Genova” — che è propria invece ai comitati o reti che a quel tavolo avevano fatto capo.

Sia pure quantitativamente non decisivi, quelle forze sono importanti per caratterizzare il nuovo soggetto che intendiamo costruire; ed è perciò che l’apporto dell’ “Altra Europa” è importante. Ma non si può neppure pensare che questa area rappresenti tutta la forza potenzialmente aggregabile. Se tergiversa troppo, rischia di ignorare pericolosamente l’importanza dei tempi politici: siamo alla vigilia di una battaglia referendaria decisiva, di scadenze di lotta sui temi del lavoro e a urgenze di iniziativa internazionale che non consentono tempi biblici.

Credo sia il momento di avere il coraggio di provare. Cosa sarà il nuovo soggetto della sinistra dipenderà da chi nel corso del processo ne conquisterà l’egemonia (non il controllo, fido che tutti abbiano letto Gramsci) . Perché di una egemonia c’è bisogno, perché se non riusciamo ad esprimere una leadership, resteremo sempre paralizzati.

La costruzione di un gruppo dirigente è stata per qualsiasi forza che ambisca a cambiare il mondo uno dei processi più delicati e importanti, non è una “bestemmia novecentesca”. E’ indispensabile se si vuole un soggetto deliberante e capace di un pensiero lungo, non solo un aggregato che testimonia confuso malessere. (Il 99% contro l’1% può sembrare una bella formula ma non è un caso che quel 99 non vinca mai: perché è facilissimo unirsi sulla protesta, difficilissimo sulle proposte).

Non si evitano i rischi di prevaricazione, di autoreferenzialità, di arrogante pretesa di essere il solo soggetto della politica (questo il difetto maggiore del vecchio Pci), di separatezza, in cui sono caduti vittime anche i migliori partiti , evitando di porsi questo problema. (Pensate al leaderismo estremo di tutte le formazioni che si sono volute informali, dal Partito radiale, a Cinque stelle in poi). Si evitano se si riescono a costruire, assieme al partito (io lo chiamo così, ma anche questo è un tema da discutere), forme nuove, stabili e partecipate di democrazia organizzata, che investano il partito e lo costringano a ridefinirsi in rapporto alle nuove soggettività che crescono nella società.

Ad impedire ogni separazione interna fra vertice e base serve poi ben più che un insieme di regolette lo sforzo di ridurre al minimo la distanza fra dirigenti e diretti, che vuol dire anche trovare i modi di una crescita collettiva che non separi chi sa (o pretende di sapere) da chi davvero non sa. L’arbitrio ha sempre origine da qui.

E allora: possiamo farcela? Potremmo se nessuno si ritrae con paura ma se tutti si sentono abbastanza forti da contribuire a fare questa cosa che vogliamo fare. Come sarà è esito ancora piuttosto aperto. Ed è naturale che sia così. Perché la difficoltà dell’operazione non sta nella malafede di questo o di quello, ma negli stravolgimenti che hanno colpito il mondo e che ci costringono a ripensare tutto. Uno spaesamento di fronte al quale purtroppo nessuno è riuscito a trovare strategie vincenti.

Ci sono fasi della storia così, e noi siamo nel pieno di una di queste fasi. E’ una constatazione che rischia di diventare paralizzante, e infatti è qui la radice di tanti abbandoni. Credo sia necessario impegnarsi ugualmente perché c’è speranza di trovare una via se ci parliamo, con la pazienza di ascoltarci reciprocamente, non se restiamo ciascuno a casa propria.