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martedì 12 gennaio 2016

Riforma Costituzionale: sì della Camera. Si presenta il comitato promotore del no.

La cronaca del voto alla Camera di Alessandra Longo, la presentazione dei Comitati promotori del No di Andrea Fabozzi e Silvia Truzzi, l’intervento del professore Zagrebelsky. La Repubblica, il manifesto, il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2016 (m.p.r.)

La Repubblica
RIFORME, ALLA CAMERA È SÌ “AVANTI TUTTA”
BOSCHI SOTTO TIRO IN AULA

di Alessandra Longo

Roma. Una passeggiata, diciamo la verità. All’ora del tè la Camera approva il disegno di legge Boschi. 367 sì, 194 no, 5 astenuti. Renzi non twitta, si affida a Facebook: «Oggi quarto voto sulle riforme costituzionali: maggioranza schiacciante in attesa di conoscere il voto dei cittadini in autunno. Stiamo dimostrando che per l’Italia niente è impossibile. Con fiducia e coraggio, avanti tutta». Breve e indolore, come previsto. Maria Elena Boschi richiude la sua borsa color salmone e riceve i complimenti di rito. Il sorriso, però, è tirato. I Cinquestelle ci sono andati giù pesanti con le vicende di Banca Etruria e il ruolo di suo padre, che ne è stato il vicepresidente.

Flashback del momento più sgradevole. Prende la parola, per le dichiarazioni finali prima del voto, il grillino Danilo Toninelli: «L’unico scopo di Renzi è accentrare il potere nelle sue mani, nelle mani delle banche e dei lobbisti». Lo chiama «Matteo Rolex Renzi», con riferimento ad una ormai pubblicata vicenda di doni sauditi. Ma è alle banche che vuol arrivare. Boschi si irrigidisce, quasi stritola la penna che ha in mano. Accanto a lei, Marianna Madia si tuffa a testa bassa nelle sue carte. «Con i vostri 83 indagati in un anno siete un partito malato, la vostra riforma è il prodotto di tutto questo», grida Toninelli che infila a forza nel contesto «il padre della ministra Boschi e i suoi compari». «Non si può!», sibila lei rivolta alla presidente Boldrini (che non la vede) e poi si butta sul cellulare a digitare frenetica un sms. A chi? Forse a Lotti, forse a Matteo Orfini, presidente del partito, cui è affidato il discorso della corona in un brusio disattento.

Orfini cita non a caso Boschi per stimolare un applauso riconoscente. Poi evoca, spericolato, addirittura Palmiro Togliatti: «Lui diceva che i partiti sono democrazia che si organizza...». Il tutto per far sapere che il Pd immagina una riforma le cui applicazioni siano «trasparenti, democratiche». Ai grillini, che hanno appena terminato un loro piccolo show esibendo disciplinati una coreografia con bandierine tricolori, («Stiamo arrivando, Italia!») Orfini offre un ruolo più operativo nella società e nella politica: «Vorremmo che vi liberaste dei ceppi che vi hanno imposto. Magari vi piacerà vivere da uomini liberi e parlamentari liberi». Magari no, chissà.

Tutto il resto è quasi noia, nonostante lo stesso Orfini si sforzi di dare solennità al «momento storico». Boschi non raccoglie e tiene il profilo basso: «Un passo alla volta. Ci sono ancora due passaggi parlamentari». Quelli di Forza Italia sono furibondi, votano no alla riforma dopo aver votato sì nel girone precedente. La Gelmini la spiega così: «Il Patto del Nazareno era un metodo, voi l’avete tradito». Santanché, abbigliata come per una prova di dressage, fende l’aria incupita. Brunetta a questo punto ridimensiona la portata dell’evento: «Una estrema minoranza del Paese ha approvato la riforma costituzionale in uno dei tanti passaggi». Maggioranza schiacciante in aula, minoranza nel Paese. E vai con il referendum...

Vanno e vengono i ministri. A lungo Maria Elena Boschi è sola a sorbirsi la cerimonia delle dichiarazioni di voto. Poi ecco Orlando, Alfano, la Lorenzin, la Madia, Gentiloni. Fuori, in Transatlantico, Franceschini ed Ettore Rosato si danno il cinque. E’ fatta. Guerini, che si è fatto crescere la barba, ha l’aria rilassata di uno che non teme alcun colpo di scena. «Sarebbe uno strappo gravissimo - riflette Gianni Cuperlo - se il referendum confermativo venisse inteso come un plebiscito personale». Renzi gli ha già risposto: «Avanti tutta ». E scordatevi che si tocchi l’Italicum, aggiunge Guerini. Si va al voto presto e bene. Il Pd di Renzi si scioglie in un applauso. Bersani no, non applaude.

A sera la ministra si riprende, intervistata da Lilli Gruber. Esibisce più rimmel e più sorrisi: «Se vincesse il no al referendum noi ci sottoporremo alle urne». Parla di Banca Etruria, di come i grillini sfruttano l’argomento. Restituisce loro la “gentilezza” di qualche ora prima: «Sono un partito come gli altri. La vicenda di Quarto li ha messi in difficoltà. Ma io sono garantista anche se il sospetto è pesante...».


Il manifesto
L’ALTRA CAMERA DEL REFERENDUM
di Andrea Fabozzi


Riforma. Ieri l’affollatissimo lancio del comitato promotore. Il fronte dei parlamentari e il dubbio se raccogliere anche le firme. Assemblea strapiena, parte l’iniziativa del no. I costituzionalisti: «Sfuggire dallo scontro innovatori-conservatori». In arrivo anche altri quesiti sociali

La fila è lunga. «Abbiamo già superato il quorum?», si scherza sperando di riuscire a entrare. Al debutto del comitato del No si riempie subito l’aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio, mentre nell’aula quella vera - stesso palazzo - la riforma procede sul velluto. Arriva l’ultimo sì della prima lettura e comincia in contemporanea il lungo avvicinamento al referendum, che in questo caso non prevede quorum. Allora la domanda è un’altra: come ci si oppone a un plebiscito? Come si sfugge, cioè, allo schema innovatori contro conservatori? Secondo Gaetano Azzariti centrando la campagna elettorale sugli enormi problemi della rappresentanza e del parlamento, per mettere in luce quanto sia «scarsa» la riforma di Renzi di fronte alla «crisi dello stato costituzionale». Secondo Stefano Rodotà bisogna fronteggiare «l’antipolitica di governo» avviando una lunga stagione referendaria.

Ma il primo problema che ha davanti il comitato promotore del No riguarda la sua stessa genesi. Se è vero che il referendum non può chiederlo il presidente del Consiglio, come invece racconta di voler fare (in sua vece firmeranno la richiesta un numero sufficiente di parlamentari renziani), è vero anche che un comitato di cittadini avrebbe bisogno di 500mila firme per opporsi in questa veste alla revisione costituzionale. Firme che andrebbero raccolte in tre mesi dall’ultima approvazione del disegno di legge Renzi-Boschi, prevista per la seconda decade di aprile. L’alternativa - dovendo escludere che si trovino cinque consigli regionali contrari alla riforma - resta quella delle firme di 126 deputati o 65 senatori di opposizione: quelle sono assicurate. Se non si raccolgono le firme dei cittadini, al referendum si andrà per questa strada, come fu nel 2001 quando il centrodestra provò a opporsi al nuovo Titolo V approvato dal centrosinistra. Anche allora firmarono sia i parlamentari favorevoli che quelli contrari alla riforma, che il referendum alla fine confermò.

Questa volta i parlamentari che raccoglieranno le firme, e tra questi ci saranno anche quelli di Forza Italia e della Lega, potranno costituire anche più di un comitato per il No: costituirsi in comitato dà diritto a spazi televisivi e a un rimborso sulla base dei voti. Neanche i parlamentari del Movimento 5 Stelle aderiranno al comitato lanciato ieri, che è presieduto dal costituzionalista Alessandro Pace e che ha come presidente onorario il professore Gustavo Zagrebelsky. È questo il gruppo dei costituzionalisti che si sono opposti in ogni modo alle riforme spinte da Renzi (ma anche prima da Letta) negli ultimi tre anni, attraverso numerosi appelli (l’ultimo quello firmato da Lorenza Carlassare, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà e Massimo Villone, tutti presenti ieri, a ottobre sul manifesto). Questo comitato sta mettendo in piedi comitati locali nelle città e si è già dato un altro appuntamento per il 30 gennaio alla Sapienza a Roma, coinvolgendo le associazioni - a cominciare da Anpi e Arci.

Ieri è apparso chiaro che all’interno di questo comitato c’è chi spinge per provare a raccogliere le 500mila firme, così da poter procedere in maniera parallela ma autonoma dai parlamentari di Sinistra italiana e dai civatiani che sono disponibili ad accompagnare i costituzionalisti. Felice Besostri, l’avvocato che sta promuovendo i ricorsi nei tribunali contro l’Italicum, ha detto tra gli applausi che «anche se pensiamo di non riuscire a raggiungere le firme necessarie, dobbiamo provarci come iniziativa di mobilitazione». Obiettivo che invece, secondo altri, si può raggiungere meglio accompagnando al referendum sulla riforma costituzionale un pacchetto di referendum abrogativi, il primo dei quali è quello contro l’Italicum che ha già un comitato promotore (presidente Villone, presidente onorario Rodotà). Ma sono in fase di avvicinamento anche i referendum contro la legge sulla scuola e contro il Jobs act. Per tutti quanti andranno raccolte le firme, proprio a partire da aprile. 

E come sempre quando c’è da raccogliere firme si guarda a cosa farà il sindacato: al momento la Cgil sarebbe disponibile a impegnarsi per i referendum «sociali», scuola e lavoro, mentre non ha ancora sciolto la riserva su quelli «istituzionali», legge elettorale e soprattutto riforme. Nove anni fa, nell’unico esempio di referendum costituzionale dove il fronte del No ha vinto, quello contro la «devolution» di Berlusconi e Bossi, furono raccolte oltre alle richieste dei parlamentari e dei consigli regionali anche un milione di firme dei cittadini.


Il Fatto Quotidiano
C’È CHI DICE NO “LA CARTA NON POTETE ROTTAMARLA”
di Silvia Truzzi

È il genetliaco del premier: i più sentiti auguri gli arrivano dall’Aula dei gruppi parlamentari, dove si svolge la presentazione dei Comitati per il No alla riforma Boschi che nelle stesse ore, pochi passi più in là a Montecitorio, i deputati stanno votando. Ma la distanza che separa i relatori di quest’incontro dai parlamentari ubbidienti e nominati è abissale. Qui, dove c’è la più alta concentrazione di gufi della storia, si sentono solo parole d’amore per la Costituzione: rappresentanza, diritti, cittadinanza. Come spiega il professor Gianni Ferrara: «Noi siamo i militanti dei principi costituzionali». 

Un'ora prima dell’inizio, un’ordinata fila di cittadini aspetta di entrare: molti resteranno fuori. Ci sono i due ex magistrati Antonio Ingroia e Antonio Di Pietro, il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, l’ex guardasigilli Giovanni Maria Flick, il segretario della Fiom Maurizio Landini, Pancho Pardi, il giudice Antonio Esposito. Arrivano telegrammi dai partiti: l’adesione di Sinistra italiana, dell’Altra Europa, del Movimento 5 Stelle. L’opposizione alla riforma Boschi raduna variegate compagnie: Stefano Fassina, il costituzionalista civatiano Andrea Pertici, Luciana Castellina, Cirino Pomicino. Il presidente del Comitato, il professor Alessandro Pace, parte dalle questioni pregiudiziali: può un Parlamento eletto con una legge dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale riformare la Costituzione, stravolgendola? E mette le mani avanti: «Se, come noi auspichiamo, la riforma Renzi venisse respinta dagli elettori, ebbene ciò vorrebbe dire che non noi, ma è la Costituzione ad aver vinto ancora una volta. Come avvenne anche nel referendum confermativo del 2006, quando il 65 per cento degli elettori respinse la riforma Berlusconi, che prevedeva il premierato assoluto, antesignano della riforma Renzi. E tale sconfitta non produsse né incertezze né conflitti». 

Punto per punto i relatori che si succedono smontano la favoletta del governo sulla volta buona, l’abolizione di sprechi e del bicameralismo perfetto a cui i conservatori sono tanto affezionati. Sul tema bisogna segnalare anche Repubblica.it che nel (breve) accenno alla riunione dei Comitati per il No scrive: «A intervenire alcuni importanti costituzionalisti che hanno difeso l’attuale bicameralismo perfetto, come Gustavo Zagrebelsy e Stefano Rodotà». Cosa assolutamente non vera (molti dei costituzionalisti - Rodotà ha sempre insegnato diritto civile - sono importanti firme di Repubblica, bastava una telefonata anche per scoprire che il professor Zagrebelsky era a casa con la febbre): il bicameralismo perfetto non è difeso proprio da nessuno, semplicemente si combatte l’irrazionale e controproducente soluzione del Senato dei cento, dopolavoro per consiglieri regionali a cui però sono rimaste importanti attribuzioni, come la revisione costituzionale e la scelta dei giudici costituzionali. 

Un Senato che, per come esce dalla riforma, «sembra un Ufo», come spiega Gaetano Azzariti. Che avverte: «Non dobbiamo farci schiacciare dalle accuse di conservatorismo». E ancora: «Va bene modificare il bicameralismo perfetto, ma non a favore di questo bicameralismo confuso». Inequivocabile. Felice Besostri, l’avvocato che insieme a due colleghi sconfisse il Porcellum definisce le riforme “deforme” perché sfigurano l’assetto della Carta, mettendo in pericolo la democrazia. Del resto, l’abbiamo già visto: «Le Province non sono state abolite, è stata abolita la democrazia dalle Province». Lorenza Carlassare spiega che alla fine del precorso, avremo un capo del governo che diventerà «l’unto dal Signore, di berlusconiana memoria. Dopo, sarà difficile ripulirlo. Auguri alla nostra Costituzione». Massimo Villone ricorda lo strafalcione del premier e di quelli che la Costituzione provano a cambiarla «da settant’anni, da quando ancora non era entrata in vigore». 

Come sempre chiaro, il professor Rodotà avverte: «Il 2016 rischia di essere l’anno del congedo dalla Costituzione, mentre si preparano le celebrazioni per i 70 anni della Costituente». Perché? «Abbiamo già perduto parte della democrazia rappresentativa in favore della democrazia d’investitura. I cittadini non sono nemmeno più carne da sondaggio, ma da tuìt e da slide, confinati nella passività». Ma i signori al comando dovrebbero stare attenti: «Il deficit di democrazia si sta trasformando in deficit di legittimazione del sistema politico». La Costituzione non si rottama.


Il Manifesto
VOI AL GOVERNO, COSA AVETE CAPITO?
di Gustavo Zagrebelsky


Ampi stralci dell’intervento del professore Zagrebelsky, letto ieri davanti all’assemblea del comitato del No dal professore Francesco Pallante.

Coloro che vedono le riforme costituzionali gravide di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è «la più bella del mondo». Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole «democrazia» e «lavoro» che campeggiano nel primo comma dell’art. 1.

Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? A parte la questione, bellamente ignorata, dell’incostituzionalità della legge elettorale in base alla quale essi sono stati eletti; a parte la falsificazione delle maggioranze che quella legge ha comportato, senza la quale non ci sarebbero stati i numeri in Parlamento; a parte tutto ciò, la domanda che deve essere posta è: quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un «non detto» e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale. La posta in gioco non è di natura economica e funzionale. Se fosse solo questo, si dovrebbe trattare la «riforma» come una riformetta da discutere tecnicamente, incapace di sommuovere acute passioni politiche. Invece, c’è chi la carica d’un significato eccezionale, si atteggia a demiurgo d’una fase politica nuova e dice d’essere pronto a giocarsi su di essa perfino il proprio futuro politico.

Ciò si spiega, per l’appunto, con il «non detto». Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come punto di riferimento l’esecutivo. Viviamo in «tempi esecutivi»! La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari. La partecipazione politica che dovrebbe potersi esprimere nella veritiera rappresentazione del popolo, cioè in parlamento, a partire dai bisogni, dalle aspirazioni, dagli ideali non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. 

Così, del fatto che la metà degli elettori sia lontana dalla politica al punto da non trovare attrattive nell’esercizio del diritto di voto, nessuno si preoccupa: pare anzi che ce ne si rallegri. Il fatto che i sindacati trovino difficoltà nel rappresentare i bisogni dei lavoratori, invece che spingere a misure che ne rafforzino la capacità rappresentativa, induce ad atteggiamenti sprezzanti e di malcelata soddisfazione. Che i diritti dei lavoratori siano sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese, non fa problema: anzi il ritorno a condizioni pre-costituzionali si considera un fattore di modernizzazione. Che i partiti siano a loro volta ridotti come li vediamo, a sgabelli per l’ascesa alle cariche di governo e poi a intralci da tenere sotto la frusta del capo e di coloro che fanno cerchio attorno a lui, non è nemmeno da denunciare con più d’una parola. 

A questa desertificazione social-politica corrisponde perfettamente la legge elettorale. Essa dovrebbe servire a incoronare «la sera stessa delle elezioni» il vincitore, cioè il capo politico che per cinque anni potrà governare controllando il parlamento attraverso il controllo del partito di cui è capo. La piramide si è progressivamente rovesciata e non abbiamo fatto il necessario per impedirlo. La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche.

L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva. 

Può essere che questo è quanto richiedono i tempi che viviamo, i tempi dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali per tenere il passo sempre più veloce della concorrenza. Può essere che solo a queste condizioni il nostro paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa («ce lo chiede l’Europa») sono dello stesso segno. 

Perfino una banca d’affari (gli «analisti» della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione, ha protestato). La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale. Il «non detto» è qui. Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se, come si dice nella prosa degenerata del nostro tempo, non si riesce a «portare a casa» il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica.

La chiamiamo «riforma costituzionale», ma è una «riforma esecutiva». Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla.

I singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Contano così poco che chi avesse voglia di leggere e cercare di capire ciò su cui ci si chiede di esprimerci nel referendum resterebbe sconcertato (…). Siamo di fronte a un testo incomprensibile. Verrebbe voglia di interrogare i fautori della riforma — innanzitutto il presidente della Repubblica di allora, il presidente del Consiglio, il ministro — e chiedere, come ci chiedevano a scuola: dite con parole vostre che cosa avete capito. Qui, addirittura, che cosa avete capito di quello che avete fatto? Saprebbero rispondere? E noi, che cosa possiamo capirci?