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giovedì 7 gennaio 2016

Milano: irreversibile privatizzazione (o peggio) della città?

Stanno scoppiando una a una le cariche a orologeria dirette a sabotare i pilastri dell'urbanistica pubblica (e di qualsivoglia idea di città) messe dai liberisti rampanti all'epoca dei cosiddetti «Piani Integrati»? Alessia Gallione e Fulvio Irace, La Repubblica Milano, 7 gennaio 2016, postilla (f.b.)

CATELLA: «NON SONO IL PADRONE,
MA SOLO UN ARTIGIANO DELLA CITTÀ»
di Alessia Gallione


Porta Nuova lancia la fase “4”: e dopo Garibaldi, le ex Varesine e l’Isola, il quartiere simbolo della “nuova Milano” punta ad allargarsi verso via Melchiorre Gioia. Si parte dalla torre dell’Inps acquisita dalla società di Manfredi Catella che, dopo aver sviluppato e venduto Porta Nuova al fondo sovrano del Qatar ha coinvolto in questa operazione un altro pezzo di Golfo: il fondo sovrano di Abu Dhabi. L’obiettivo: «Ricucire anche quest’area parzialmente irrisolta con il resto della città», dice Catella. Che, però, spiega: «Non sono il nuovo padrone di Milano, ma solo un artigiano che vuole rinnovarla».
Il quartiere è destinato ad allargarsi verso via Melchiorre Gioia. Con un primo tassello: la torre dell’Inps acquistata - per il fondo Porta Nuova Gioia - dalla Coima sgr guidata da Manfredi Catella. Un altro pezzo di città destinato a cambiare e a farlo anche con investitori internazionali: dopo aver venduto Porta Nuova al fondo sovrano del Qatar, infatti, Catella ne ha coinvolto un altro in questa operazione, quello di Abu Dhabi.

Manfredi Catella, è il nuovo padrone della città?«Per niente. Noi siamo solo professionisti e lavoriamo per conto di investitori di tutto il mondo. Io non sono personalmente proprietario, mi sento un artigiano che lavora sul territorio per conto dei propri clienti».

Che differenza c’è, quindi, tra lei e gli immobiliaristi del passato alla Ligresti che hanno segnato le sorti di interi quartieri di Milano?«La differenza è semplice e riguarda due fattori per me fondamentali: qualità e reputazione. Con Porta Nuova ci siamo presi la responsabilità di riportare la qualità del costruire bene la città in chiave contemporanea. Può piacere o non piacere, ma l’impegno è evidente e ha contribuito a dare lustro internazionale a Milano. In queste due parole c’è tutto: significa anche essere trasparenti, operare con le regole del mercato».

Che progetto avete per la torre dell’Inps?«Per il momento abbiamo fatto studi per verificare le dimensioni che l’edificio potrà avere e altri per la zona pedonale e gli attraversamenti. Quella è un’area in parte irrisolta: la nuova sede della Regione ha creato un polo importante, ma poi ci sono altri edifici non utilizzati, dall’Inps alla Torre Galfa».

Quella zona, in realtà, è lo storico centro direzionale della città. Nella sua visione, che cosa dovrà diventare?«Con Porta Nuova abbiamo costruito un nuovo, importante, centro direzionale, ma anche realizzato un mix tra residenze, commercio, cultura. È una strada auspicabile perché è la varietà che crea la vitalità di una città. In questo caso, credo che la vocazione naturale rimarrà direzionale e commerciale, con innesti di abitazioni come per il progetto che stanno sviluppando realtà cinesi a fianco dell’edificio del Comune di via Pirelli. Adesso bisogna riuscire a ridare alla zona una propria identità, a ricucirla con la città: è il lavoro fatto con Porta Nuova».

Sembra disegnare un piano più ampio del palazzo dell’Inps: vuol dire che non vi fermerete qui?«Guardiamo sicuramente ad altri edifici in zona perché vorremmo completare il lavoro di riqualificazione del quartiere. Tre anni fa, ad esempio, abbiamo comprato da un fondo tedesco insieme a investitori istituzionali italiani un immobile in via Gioia: dopo una ristrutturazione integrale oggi ospita un hotel e uffici. Un ruolo importante lo avrà anche Unipol, che possiede tre indirizzi strategici: uno all’interno di Porta Nuova, uno in via De Castillia e la Torre Galfa».

Il nuovo design della torre Inps sarà affidato a Cesar Pelli, l’architetto dell’Unicredit Tower e del masterplan Porta Nuova. Perché abbattere e ricostruire, però? Non si poteva salvaguardare un pezzo della Milano degli anni ‘60?«Guardi, mi considero un agnostico in questo. Ci sono edifici che hanno un valore storico che va preservato ed è quello che abbiamo fatto con un monumento come l’ex Palazzo delle Poste di Ferrante Aporti di cui ci siamo occupati. Altri immobili sono semplicemente vecchi e hanno caratteristiche che li limitano. Nel caso dell’Inps non avremmo potuto garantire elevati standard di efficienza».

Ma in questo modo non si rischia di perdere la memoria della città?«Qualsiasi città è un organismo vitale che si rinnova. Milano è passata da centro industriale a terziario, dai servizi agli abitanti tornati in centro. La qualità si fa anche abbattendo e ricostruendo. Preservare è solo una parte della storia».

Siete arrivati alla fase “4”: perché questo sviluppo a pezzi?«Una visione generale ce l’avevamo fin dal primo giorno, ma la proprietà dell’area era molto frammentata. Di fatto non avevamo un foglio bianco su cui disegnare, ma tante tessere e il mosaico poteva essere formato solo mettendo insieme pezzi diversi per genesi ed evoluzione. L’amministrazione, però, ha cercato di garantire un disegno unitario e vincoli precisi».

Eppure una critica riguarda propria la mancanza di una visione generale.«Non sono d’accordo. Con Porta Nuova abbiamo creato un dialogo virtuoso con il pubblico e cercheremo il confronto con il Comune e la Regione anche per la torre Inps. Il successo del progetto non sarà solo costruire un bell’edificio, ma progettare la parte pubblica, connetterlo con la città».

L’operazione degli scali ferroviari è rimandata, ma le aree, a cominciare da via Farini, sono strategiche. Potreste investire anche lì?«Il nostro mestiere è fare sviluppo immobiliare. Sicuramente osserviamo con attenzione quello che accadrà».

I RISCHI DELLA COLONIZZAZIONE:
IL COMUNE NON DICE QUAL'È LA SUA STRATEGIA
di Fulvio Irace


Nella seconda metà degli anni degli anni 50 Milano provò a essere internazionale: dopo aver superato brillantemente la fase della ricostruzione, si trovò infatti a cavalcare l’euforia dell’imminente miracolo economico. E il simbolo più ovvio della rinascita della “città che sale” fu il rilancio del grattacielo e delle torri nello skyline di una Milano che sognava di diventare metropoli. Qualcuno di quei sogni si concretizzò in periferia – nella Metanopoli di Mattei - qualcuno nel cuore della città antica (la torre Velasca); ma il nido dove gli architetti depositarono per lo più le loro ambizioni di grandezza fu l’area del cosiddetto centro direzionale: una sorta di moderna città degli uffici, quasi una city ai margini della città storica, a ridosso della stazione Centrale e di piazza della Repubblica.

Nel 1954 la Torre Breda di Luigi Mattioni rimase per quattro anni l’edificio per abitazioni più alto d’Italia; nel 1959, la Torre Galfa di Melchiorre Bega la tallonò per poco e tutte e due furono superate nel 1960 dal grattacielo Pirelli di Ponti e Nervi. Attorno ad esse si annidarono, poco alla volta, una serie di edifici di varie dimensioni, ma tutti improntati all’estetica della torre di vetro sulla suggestione del modello americano: gli Uffici tecnici del Comune degli architetti Gandolfi, Bazzoni, Fratino e Putelli che fungevano da nuova “porta” dell’asse di Gioia; il palazzo Galbani di Soncini e Pestalozza in via Filzi; i complessi di Menghi, Righini e Valtolina, lì accanto; e la più modesta torre dell’Inps di Giordani, Susini e Vincenti in via Melchiorre Gioia 22, di cui si è appena annunciata la demolizione per far posto a una torre ultramoderna dell’architetto autore della Unicredit tower, Cesar Pelli.

Al di là del valore del singolo edificio, ce n’è abbastanza per riconoscere all’intero distretto un suo carattere unitario, un valore ambientale sempre più evidente e unico proprio a fronte delle radicali trasformazioni innescate dalla gigantesca operazione del cantiere Porta Nuova.

Sull’onda del suo successo, il progetto di riqualificazione urbana che troverebbe il suo fulcro nella costruzione di un nuovo complesso sulle ceneri dell’ex Inps punta dunque a estendere la colonizzazione della città postmoderna sui resti di quella moderna. Negli anni 50, si voleva dimostrare che alla città di pietra del fascismo si potesse sostituire una città trasparente e democratica; oggi si vuole dichiarare inadeguato e fuori moda tutto ciò che non corrisponda ai nuovi parametri di efficienza energetica, performatività funzionale, estetica del translucido e del colossale.

L’operazione non nasce ora, ma proprio quando, nel 2012, l’Inps annunciò la dismissione dei suoi headquarters e la vendita dell’edificio del 1955 al Carlyle Group, controllata da Real Estate Sgr. Qualcuno forse ricorderà che fu promosso un concorso a inviti: furono invitati dieci gruppi ( tra cui il milanese Caputo Partnership) e individuato come vincitore il francese Jean Michel Wilmotte. Al posto di un edificio, ne sarebbero sorti due; il vecchio complesso di quindici piani sostituito da una lastra di 84 metri.

Dopo l’annuncio e la promessa del Comune di inviare osservazioni in merito, un lungo silenzio, interrotto proprio ora dalla promessa del presidente della Coima Ssgr (la società che ha acquisito l’immobile), Manfredi Catella, di voler procedere a un piano complessivo di riqualificazione a partire dalla demolizione dell’edificio e dalla riconversione di altri palazzi limitrofi.

Se è noto il programma, non sono noti i piani e in particolare il progetto affidato alle cure di Cesar Pelli: è chiaro però che si è scartata sin dall’inizio la strada del restauro o dell’”aggiornamento” tecnologico come ad esempio nel complesso di via Gioia 8, progettato nel 1970 da Marco Zanuso e “rivisitato” da Park Associati, o nella piccola torre di via Filzi 23 con la sostituzione degli infissi e dei vetri di facciata.

Ma, se nel caso di Porta Nuova si trattava di riedificare quasi dal nulla un nuovo pezzo di città, in quello dell’ex edificio Inps si propone un intervento che va a incidere su una parte di città che ha invece un carattere molto preciso e ormai anche storicizzato. Al di là delle legittime aspirazioni dell’imprenditoria privata, ci si chiede se l’ente pubblico (il Comune, ma anche la Soprintendenza) abbiano una strategia o almeno una visione per questa area di Milano con caratteri ambientali tanto forti e caratterizzanti. Si sono calcolati o previsti gli effetti a catena che un metodo di sostituzione caso per caso comporterebbe nello stravolgere l’assetto ambientale della zona? Chi si oppone al cambiamento è spesso tacciato di essere un “gufo”: ma chi si oppone a discutere le forme del cambiamento non rischia forse di dilapidare il patrimonio come una “cicala”? Un dibattito pubblico sull’area del centro direzionale potrebbe essere, alla vigilia delle elezioni per il nuovo sindaco, un bel terreno di confronto per chi crede ancora nel valore collettivo dell’urbanistica e dell’eredità urbana.

Fulvio Irace osserva giustamente come occorra «riconoscere all’intero distretto un suo carattere unitario, un valore ambientale sempre più evidente e unico proprio a fronte delle radicali trasformazioni innescate», ma forse c'è qualcosa di più da aggiungere, a questa idea di urbanistica che in fondo resta pur sempre ancorata a quella di architettura, ed è un possibile sgretolamento di qualsiasi strategia di sviluppo. Uno dei libri sui temi urbani di maggior successo di questa stagione, è «City on a Grid» di Gerard Koeppel (Da Capo Press, 2015), che ricostruendo le tappe attraverso cui New York è diventata il paradigma della città moderna, individua come invariante – ovvia, ma forse non a sufficienza – proprio quella struttura a scacchiera dell'impianto viario, decisa da un giurista liberale già estensore della Costituzione degli Stati Uniti, Gouverneur Morris, e che ha attraversato praticamente indenne due secoli di pur radicali trasformazioni, sia nella composizione spaziale «sovrastrutturale» che nelle innovazioni tecnologiche, dalla ferrovia all'elettrificazione alle automobili al recente revival della mobilità dolce e della dimensione di vicinato. E la domanda, davanti allo stravolgimento urbanistico di un'area di raccordo metropolitano come l'ex Centro Direzionale, per realizzare il quale si interrò un lunghissimo tratto del Naviglio nel dopoguerra, suona: siamo di fronte a un vero e proprio attacco all'idea di città, da parte di un pensiero sventatamente liberista e reazionario? Oppure quel che ci ha consegnato la storia, urbana e non, saprà reggere come avvenuto sinora con la «Griglia», a suo modo anche garanzia di un relativo equilibrio fra spazio pubblico e privato? Forse qualche risposta inizierà a emergere anche dal dibattito elettorale, e di sicuro dalle scelte della prossima amministrazione cittadina, nonché della futuribile Città Metropolitana, di cui si sente particolarmente in questi casi l'assenza (f.b.)
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