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venerdì 1 gennaio 2016

L'UMANITÀ

Per iniziare l'anno nuovo riproponiamo a chi ci segue questa traduzione di Enzio Cetrangolo delle parti  del poema De Rerum Natura  che narrano della nascita del nostro mondo (V, 922-995: 1008-1016) . Auguri per un migliore 2016





Venuta dalla
 dalla dura terra fuori nei campi 
la stirpe degli uomini era piú dura:
senza malanni del corpo,
al gelo, al caldo, a qualunque sorta di cibo,
poteva egualmente resistere, tanto
era dentro connessa di solide ossa e più grandi,

legata di fortissimi nervi le carni.
Trascinavano come bestie una vita sparsa e lunga.
Il curvo aratro non c'era,
nessuno sapeva far molle il suolo col ferro, aprirlo
ai virgulti e tagliare con la ronca
i rami secchi alle piante:
Un frutto che al sole e alla pioggia spuntasse,
dono terrestre, calmava quei petti. E mangiavano
sotto le querce le ghiande cadute,
gli àlbatri che allora crescevano
sempre e molti e piú grandi, e li vedi

che adesso diventano rossi soltanto d'inverno.
Così del duro cibo che offriva
la florida infanzia del mondo i poveri.mortali
si accontentavano.
Quando avevano sete i fumi li chiamavano
come la voce lontana dell’acqua

chiama ancora le bestie assetate sulle rupi.
E andavano per le grotte silvestri guardando
i ruscelli che bagnano i sassi muschiosi
e vanno verso l'erba del piano.
Non sapevano ancora trattare le cose col fuoco
e vestirsi il corpo delle spoglie
degli animali: ma stavano nelle macchie
e coprivano di cespugli le squallide membra
costretti dalla tempesta nelle fessure
delle montagne.
D'ogni costume, d'ogni legge ignoranti
non potevano curarsi del bene comune:
chi trovava una preda la teneva per sé,

da solo imparando il rischio della vita.
E Venere univa i corpi degli amanti
nelle foreste: la foia invincibile
menava dal maschio la femmina o la stessa forza
dell'uomo o un compenso che era
una manciata di ghiande o un bel frutto maturo.
Meravigliosamente erano agili nelle membra;
e armati di pietre o di grossi tronchi di alberi
cacciavano le belve per le boscaglie;
molte ne vincevano e altre poche scansavano
al riparo di qualche antro nascosto.
Di notte si mettevano per terra, nudi
sotto le foglie: e non cercavano
urlando per i campi la luce del giorno perduta
nelle ombre: ma sepolti nel silenzio del sonno
aspettavano che -il sole tornasse all'orizzonte:
avevano già visto da fanciulli la vicenda

del buio e della luce; e non c'era nessuna
meraviglia per loro, nessuna paura
che sparito per sempre il lume del sole
una infinita notte restasse sulla terra:
ben altro affanno avevano: c'erano le belve
a. rendere incerto, fatale il riposo.
E se un cinghiale appariva o un leone affamato
scappavano dai lor tetti rocciosi
e pallidi nel cuor della notte cedevano
agli ospiti feroci il giaciglio di fronde.
E come adesso allora i mortali
lasciavano in pianto il dolce lume della vita:
ciascuno era pasto alle belve: ciascuno
inghiottito dai denti vedeva il suo corpo
chiudersi vivo dentro un vivo sepolcro,
e le gole dei monti si riempivano di gemiti.
Chi poi straziato nel corpo riusciva a fuggire
tenendo le mani tremanti sulle piaghe
chiamava orribilmente la morte;
e morivano cosí spasimando e senza soccorso:

non sapevano cosa fossero le ferite.
E col tempo fecero le capanne, impararono
l'uso delle pelli per coprirsi e il sacramento
del focolare
La donna fu paga di un solo connubio,
e quando si videro assomigliati nei figli
cominciarono a ingentilirsi.
Il fuoco fece che i corpi intirizziti
non potessero piú stare sotto il cielo scoperto;

l'amore quietava le forze
e i fanciulli ammansivano con le carezze
la rude superbia dei padri.

(V, 922-995: 1008-1016)
traduzione di Enzio Cetrangolo


riferimenti

Sapete che nel vecchio archivio di eddyburg ci sono numerose altre poesie, che potete raggiungere facilmente qui, proprio nella cartella Poesie.


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