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Juan Goytisolo
L’antidoto al male è leggere Flaubert
8 Gennaio 2016
2015-La guerra diffusa
«Lo scrittore dialoga a distanza con Bouvard e Pécuchet. “La guerra senza limiti al terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, impone come premessa indispensabile le guerre”».
«Lo scrittore dialoga a distanza con Bouvard e Pécuchet. “La guerra senza limiti al terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, impone come premessa indispensabile le guerre”».

La Repubblica, 8 gennaio 2016 (m.p.r.)

Diceva Borges, il miglior lettore moderno delle Mille e una notte: «Non c’è atto che non sia la coronazione di una serie infinita di cause e l’origine di una serie infinita di effetti», ed è una riflessione che abbraccia sia il mondo letterario che quello reale.

Per fare un esempio recente, senza l’immolazione con il fuoco del 17 dicembre 2011 nella località tunisina di Sidi Bouzid del giovane informatico disoccupato Mohamed Buazizi, la cui bancarella di verdure era stata brutalmente rovesciata dalla polizia perché non aveva la licenza di vendita, il movimento di indignazione popolare che spazzò via la satrapia di Ben Ali non sarebbe nato e non si sarebbe esteso alla Libia di Gheddafi e all’Egitto di Mubarak - tutti gli avvenimenti che vanno sotto il nome di Primavera Araba - facendo da detonatore del caos in cui attualmente si trova immerso tutto il Medio Oriente, con le sue ripercussioni violente in Europa: massacri quotidiani di civili in Iraq e in Siria, comparsa del sedicente Califfato islamico, fuga di milioni di civili, sbarchi massicci di profughi in Italia e in Grecia, attacchi della coalizione contro i jihadisti, sanguinosi attentati di questi ultimi contro quelli che loro chiamano apostati e crociati…
Che cosa sarebbe successo, mi domando, se la mattina del 17 dicembre Mohamed Buazizi non fosse andato al mercato, o se la poliziotta fosse rimasta di guardia al commissariato? Le cose non si sarebbero concatenate come hanno fatto, o lo avrebbero fatto in forme e con tempi diversi. La combinazione del caso e la fatalità che guidano la vita e il destino degli esseri umani confermano quotidianamente l’analisi di Borges del genio narrativo di Sheherazade.
La guerra senza limiti contro il terrorismo comporta la realtà permanente del terrore e la sua commercializzazione in quanto mercanzia imprescindibile. La prospera industria degli armamenti, che crea centinaia di migliaia di posti di lavoro in tutto il mondo, impone come premessa indispensabile l’esistenza di guerre come quelle che oggi stanno prosciugando la Siria e l’Iraq, la Libia e il Sudan, il Mali e l’Afghanistan, la Nigeria e lo Yemen.
Le tensioni regionali rappresentano anche un mercato eccellente per quanto riguarda i Paesi arabi alleati dell’Occidente, Paesi massimamente rispettosi, come sappiamo, dei valori democratici e dei diritti umani, come l’Arabia Saudita e gli emirati petroliferi del Golfo. Le armi arrivano nelle mani dei gruppi jihadisti solo grazie ai contratti sostanziosi firmati con quelli e alla loro fornitura clandestina a intermediari doppiogiochisti come quelli che si scontrano in nome di un credo religioso o nazionale: sunniti contro sciiti, curdi contro turchi, sostenitori e vittime del tiranno al-Assad. Di nuovo Borges: labirinto senza uscita della guerra al terrorismo e circolo vizioso di attacchi e risposte in cui Obama, Putin e Hollande si trovano intrappolati.
Quando la successione di eventi drammatici oltrepassa i limiti della comprensione, l’autore del presente articolo si rifugia nella lettura di Bouvard e Pécuchet: immagina gli eroi (molto poco eroici, peraltro) di Flaubert impelagati in elucubrazioni frutto della lettura di un’abbondante bibliografia sul tema terrorismo e islam. Discutono dell’opportunità di visitare i quartieri a rischio delle banlieue per stabilire un contatto con i giovani sedotti dal discorso jihadista, studiare i loro manuali di educazione islamica, indagare sulle ragioni della loro disaffezione nei confronti dei valori laici e repubblicani della Francia.
Bouvard suggerisce di intervistare un imam radicale per raccogliere le sue opinioni sullo scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Pécuchet preferisce uno studio esaustivo della storia del Medio Oriente dalla caduta del califfato ottomano, e delle frontiere artificiali dei nuovi Stati create dagli accordi Sykes-Picot. La trasformazione del credo religioso in ideologia bellicosa è il cuore del problema, dice Bouvard. Che cosa passa per la mente di quelli che si immolano con una cintura esplosiva, si domanda Pécuchet. La dozzina di libri che sono stati scritti sull’argomento non ce lo chiarisce. Forse uno psichiatra potrebbe offrirci qualche indizio (Bouvard).
Che differenze ci sono fra i giovani della seconda generazione di immigrati e i convertiti all’islam? (Pécuchet) I conflitti in famiglia, l’abbandono scolastico, lo spaccio di droga… (Bouvard). In maggioranza si tratta di ragazzi apparentemente integrati, che dall’oggi al domani sposano le tesi integraliste (Pécuchet). Come far fronte alla valanga di rifugiati che si dirigono verso l’Unione Europea come all’epoca delle invasioni dei mongoli e dei tartari? E se stessimo assistendo alla decadenza dell’Occidente, al tramonto delle nazioni bianche? (Bouvard) I valori di fraternità e tolleranza delle nostre società sono compatibili con le barriere di filo spinato erette in Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria?
Come distinguere, in quella moltitudine di rifugiati, i cristiani autentici da quelli di origine musulmana? (Pécuchet) Potremmo offrire loro, quando arrivano, un panino al prosciutto (Bouvard). Ho appena letto sul mio dizionario che in caso di grande minaccia o pericolo possono ricorrere alla
taqiyya, la dissimulazione della fede, e mangiarsi il panino (Pécuchet). Che fare, allora, in caso di nuovi attentati? Quali sono i Paesi più sicuri? (Bouvard).
I due personaggi flaubertiani si scambiano congetture. Quanto più lontani dall’Eurabia e dai suoi infiltrati, meglio è. La Norvegia li attira, ma la presenza di immigrati magrebini e turchi li riempie di dubbi. L’Islanda è più sicura, ma la severità del clima li scoraggia. Si mettono a consultare le offerte di destinazioni turistiche in paradisi remoti e tranquilli; con un sussulto scoprono che fra questi paradisi c’è anche Sharm el-Sheikh. Prostrati, evocano le isole del Pacifico, dove gli abitanti professano il cristianesimo: soltanto lì potranno sentirsi in salvo. Anche se forse, chissà…
Traduzione di Fabio Galimberti
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