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giovedì 28 gennaio 2016

Il fucilino finto e il fucilone vero

«Mai che cresca una sana psicosi e un tonico odio contro le guerre. Così il finto fucilino di plastica genera allarme e paura, mentre regna un silenzio "disarmato copre le guerre» cui l'Italia partecipa, direttamente oppure con i carichi di armamenti che partono dalle sue operose fabbriche di morte». Il manifesto, 28 gennaio 2016

«Col fucile finto tra i binari. Un’ora di paura»: suonavano come rimprovero i titoli dei giornaloni e giornalini in questi giorni, rivolto al malcapitato padre ciociaro presunto «terrorista». Giacché alla stazione Termini, cuore pulsante della capitale d’Italia, se ci si deve proprio andare bisogna portarsi almeno un fucile vero. Se non altro per giustificare l’apparato di presidi armati che ha militarizzato la scena delle nostre città. Apparato che, di fronte alla minaccia cresciuta d’intensità in Italia per fortuna solo per la brutta bestia della psicosi collettiva dopo gli attentati di Parigi, si è subito pericolosamente schierato in armi.

E contro cittadini inermi che prendevano un treno o tornavano da un viaggio. Pancia a terra, mani in alto, perquisizioni, armi da guerra sfoderate dai militari. Subito in campo per l’avvistamento in un monitor di un uomo armato di fucile e per una voce su «spari». Senonché alla fine l’arma si è rivelata finta. Resta vero il terrore vissuto da chi si è trovato le armi spianate davanti.

E restano altrettanti interrogativi. Se l’arma fosse stata vera e poteva tranquillamente esserlo, a che serve quel dispositivo di guerra in atto con sentinelle armate fino ai denti e ovunque che ci troviamo davanti ogni giorno? Siamo sicuri che alpini e marò con armi automatiche in mano nei metrò e nelle stazioni ferroviarie siano davvero un presidio preventivo o non piuttosto una occasione in più di pericolo? Visto il semplice fatto che ogni volta che passiamo loro davanti siamo frapposti, cioè stiamo in mezzo, al bersaglio di una vera o presunta sparatoria contro veri o presunti terroristi: vale a dire che siamo da subito morti predestinati. Dobbiamo abituarci allo stato di guerra, a quell’emergenza che vede i profughi come nemici e che ormai non convince più nemmeno la ministra della giustizia francese Christiane Taubira che per questo ha deciso di lasciare la compagine governativa di Hollande.

Ora, naturalmente, bisogna trovare il colpevole per quei minuti di scene di guerra nel cuore di Roma. È il «terrorista ciociaro», dato «in fuga» ad Anagni che, inconsapevole, rischia ora di essere accusato di procurato allarme. Eppure la sua unica colpa è quella di avere perseverato nella pessima abitudine di regalare armi giocattolo al «figlio maschio» (articoli del resto in vendita in tutti i negozi d’Italia).

Tant’è. La brutta bestia della psicosi collettiva accredita attentati, pericoli e paura ad ogni angolo. Grazie anche ai media mainstream che, dimenticando il ruolo delle nostre guerre in Iraq, Libia e Siria che hanno prodotto il terrorismo che oggi ci torna in casa, alimentano ogni giorno questo clima scaldando i motori delle nuove guerre che si annunciano in calendario, a partire dal re-intervento in Libia. Una crisi ossessiva, tardo-coloniale, per la quale l’Italia ha auspicato un governo «unitario» solo per fare la guerra, per augurarsi poi che non ci sia per farla subito alle dipendenze degli Usa che, anche loro, già ri-scaldano i motori cancellando i disastri che lì hanno provocato.

Mai che cresca una sana psicosi e un tonico odio contro le guerre. Così il finto fucilino di plastica genera allarme e paura, mentre regna un silenzio «disarmante» sui dati internazionali del Sipri che dicono che l’Italia spende 80 milioni di euro al giorno per le spese militari vere; o per le vagonate di armi altrettanto reali che ogni giorno inviamo dai nostri aeroporti – come in questi giorni da Cagliari – all’alleata Arabia saudita che ha inventato lo Stato islamico.



Che il falso sia una forma che interpreta e svela il vero?