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lunedì 25 gennaio 2016

Hotspot, rimpatri e redistribuzioni le tre mosse per salvare l’Unione

"Governi in ordine sparso, caos su Schengen in attesa della riunione dei ministri degli Interni che oggi ad Amsterdam cercheranno di mettere ordine alla crisi migranti. Italia, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Bulgaria sono contro la sospensione del trattato  Linea dura da Ungheria, Polonia e Slovacchia". La Repubblica, 25 gennaio 2016


In questi giorni tra le capitali sono girate ipotesi minacciose, come quella di espellere la Grecia da Schengen - smentita ieri dalla Commissione europea e dal ministro tedesco Steinmeier - o di chiudere tutte le frontiere interne all’Europa per due anni.

Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, dopo l’apertura ai profughi della Merkel ha proposto la redistribuzione tra i 28 di 160mila richiedenti asilo e ha preso forma la politica Ue sui migranti: hotspot alle frontiere esterne (Italia e Grecia) per registrare chi arriva. Riallocamento di coloro che hanno diritto all’asilo. Rimpatrio tramite Frontex di chi non ha titoli per rimanere. Creazione di una guardia di frontiera (di terra e mare) per aiutare i paesi che non riescono a sorvegliare i confini dell’Unione, anche contro la loro volontà (ipotesi che non piace ad esempio a Malta). 3 miliardi alla Turchia per bloccare le partenze e gestire i rifugiati sul suo territorio.

Ma qualcosa è andato storto. L’Ungheria alza il muro, i paesi dell’Est frenano e quelli dell’Europa centrale vengono invasi da 900mila migranti che dalla Turchia sbarcano in Grecia per imboccare la rotta balcanica. Anche i più generosi, come Germania, Svezia e Austria insieme a Danimarca, Francia e Croazia, ripristinano i controlli sospendendo Schengen. Il piano Juncker non funziona, vengono riallocate solo 331 persone. La Grecia è un colabrodo. La Turchia in attesa dei soldi Ue non ferma i barconi. Diventa un tutti contro tutti.

ISTITUZIONI UE
Juncker ha proposto soluzioni coraggiose, ma diversi governi gli rimproverano di non essere riuscito a farle applicare. Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Tusk, si è schierato con l’Est perdendo credibilità.

ITALIA
Renzi ha incassato una vittoria politica quando l’Europa si è fatta carico della crisi e appoggia Juncker su Dublino e Schengen. Ma oggi è in rotta con Berlino per aver ritardato l’apertura degli hotspot, chiedendo che prima funzionassero i ricollocamenti, e lasciando partire verso Nord i migranti. Quindi la sfida alla Merkel: bloccare i soldi alla Turchia in attesa di flessibilità sui conti.

GERMANIA
Dopo aver aperto le porte, la Merkel è assediata dalla destra del suo partito e dai bavaresi della Csu. La sua leadership vacilla. Sostiene gli sforzi di Juncker. Ma intanto ha dovuto chiudere le frontiere. È contraria all’espulsione della Grecia da Schengen e vuole evitare la chiusura delle frontiere per 2 anni cara ai falchi.

FRANCIA
Hollande dopo gli attentati di Parigi è assediato da Marine Le Pen e resta freddo sulle riallocazioni.

GRAN BRETAGNA
Cameron nella corsa verso il referendum sulla Brexit si chiude: il suo Paese non è dentro Schengen e ha ostacolato ogni decisione dei partner europei.

BENELUX
Belgio, Olanda e Lussemburgo appoggiano Juncker. Favorevoli anche svedesi (con i tedeschi i più generosi nell’accoglienza) e finlandesi. Con loro Portogallo, Bulgaria, Romania e Malta.

GRECIA
Atene non controlla le frontiere, Tsipras è favorevole a qualsiasi forma di europeizzazione della crisi ma intanto torna sul banco degli imputati. Frontex aiuta i greci a controllare il confine verso la Mecedonia. Se venisse sigillata fuori da Schengen, per Atene sarebbe crisi umanitaria.

AUSTRIA
Dopo avere aiutato i migranti, anche Vienna ha chiuso le frontiere. Ha messo la quota a 37mila rifugiati nel 2016 e sostiene l’espulsione della Grecia da Schengen. Vienna resta però favorevole a una soluzione Ue della crisi.

VISEGRAD E BALTICI
Oltre all’Ungheria di Orban, anche la Polonia di Beata Szydlo e Jaroslaw Kaczynski è contraria a qualsiasi forma di solidarietà. Con loro lo slovacco Robert Fico. Tra i baltici contro qualsiasi accordo sui migranti la lituana Grybauskaite. Finora hanno boicottato ogni intesa europea.

GLI SCENARI
Oggi ad Amsterdam la riunione dei ministri degli Interni: si cerca una tregua e il tentativo sarà di costruire un tavolo permanente governi-Commissione per coordinare le prossime mosse ed evitare nuove chiusure unilaterali delle frontiere, decidendo tutti insieme eventuali valichi da bloccare in caso di crisi. Sarebbe un primo passo verso il summit del 18 febbraio tra i leader dove Juncker dovrebbe presentare le modifiche di Dublino inizialmente previste per marzo: rendere automatiche (e si spera efficaci) le regole ora emergenziali su hotspot, redistribuzione e rimpatri. È questa la chiave per evitare lo sgretolamento di Schengen, abolire la regola per cui ogni paese deve accogliere i rifugiati che entrano nella Ue tramite le sue frontiere e rendere comunitaria la politica migratoria. Il tempo scade a maggio, quando non sarà più possibile rinnovare la chiusura delle frontiere e se allora non ci sarà una soluzione la crisi ognuno andrà per la sua strada e la situazione diventerà ingestibile con il rischio di implosione della stessa Unione.


BRACCIALETTO ROSSO
Non solo case segnalate con la porta rossa, per gli immigrati che trovano ospitalità in alcune città della Gran Bretagna. Il quotidianoGuardian ha scoperto che i rifugiati accolti vengono anche obbligati a indossare dei braccialetti di plastica rossa, con l’obiettivo di renderli identificabili [come i nazisti: Stella di Davide per gli ebrei n.d.r.]